La fine del sogno calcistico cinese?

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI
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Sembra passata un’era geologica da quando, tra il 2012 e il 2013, Xi Jinping annunciava urbi et orbi il nuovo sogno calcistico cinese. Le intenzioni del nuovo presidente della Cina erano chiarissime: trasformare il Paese in una potenza del pallone nel medio-lungo periodo, e sfruttare il soft power sportivo per incrementare gli investimenti, far crescere le aziende di Stato e migliorare l’immagine del Paese…

Il sogno di Xi

Secondo il piano, messo nero su bianco in un documento ufficiale nel 2016, la nazionale cinese sarebbe dovuta diventare una superpotenza calcistica entro il 2050, dopo aver superato vari step come quello di aprire 20mila scuole di calcio entro il 2020 e costruire un campo da calcio ogni 10mila abitanti.

Le più grandi aziende del Paese – da Evergrande a Suning – si erano quindi tuffate nel business sportivo, finanziando le squadre della Chinese Super League e acquistando grandi campioni stranieri a suon di cifre (e stipendi) faraonici. Sembrava, dunque, che a Oriente stesse per nascere veramente un nuovo colosso del pallone.

Qualcosa è però andato storto perché, per farla breve, i conti iniziarono a non tornare fin da subito: spese troppo alte, quasi folli, per un fenomeno culturale ancora troppo di nicchia. Basti pensare che nell’anno di boom, stagione 2015-16, i team della CSL spesero ben 451 milioni di dollari in trasferimenti, quasi un record tra le principali leghe professionistiche del pianeta.

Pallone sgonfiato

Sia chiaro: la Cina ha provato veramente a diventare una potenza globale del pallone (e in teoria sarebbe ancora in tempo per farlo). Tuttavia, le cattive decisioni finanziarie e una troppo diffusa corruzione diffusa all’interno delle istituzioni calcistiche, unite a una pandemia durata tre anni (con rigide misure anti contagio e stop a ogni attività), hanno completamente travolto il calcio cinese.

Quando il Covid ha colpito l’economia di Pechino, a partire dalla fine del 2019, il mercato immobiliare nazionale si è arenato, i fondi delle aziende affiliate allo Stato si sono prosciugati e gli sponsor si sono ritirati dal business. I club hanno quindi fatto fatica a pagare gli stipendi, e molti dei giocatori e degli allenatori stranieri assunti per elevare lo standard del gioco nazionale hanno lasciato il Paese.

Cosa resta del sogno calcistico cinese

Oggi il sogno di Xi si è dunque trasformato in una sorta di incubo. Non solo la Cina, intesa come nazionale, nel corso degli ultimi anni ha collezionato brucianti sconfitte e clamorose delusioni. Anche alcuni dei club più prestigiosi del Paese sono finiti all’inferno.

Per maggiori informazioni chiedere al Guangzhou Fc, la squadra di calcio cinese di maggior successo e già campione asiatica, un tempo allenata da Marcello Lippi e Fabio Cannavaro, espulsa dai campionati professionistici a causa di un debito mostruoso (ne abbiamo parlato qui). Decine di altri club cinesi, tra cui gli ex campioni della CSL Jiangsu Suning, hanno fatto la stessa fine.

Il presidente della Federazione calcistica cinese (CFA), Song Kai, ha intanto fatto sapere che entro la fine di gennaio verrà fondata un’unione delle leghe calcistiche professionistiche cinesi, un’organizzazione indipendente per la gestione dei campionati professionistici del Paese.

“Il piano per un’unione della lega calcistica professionistica cinese è già stato approvato e cercheremo di fondare l’organizzazione entro la fine di gennaio”, ha sottolineato Song nel suo rapporto di lavoro annuale all’assemblea generale della CFA. Un bottino magrissimo, viste le enormi ambizioni di Xi. Certo, c’è ancora tempo per invertire la rotta da qui al 2050. Ma la strada si preannuncia in salita e le tensioni internazionali non aiutano.