SOGNI DI DIVENTARE FOTOREPORTER?
FALLO CON NOI

Con il suo impegno condotto nelle regioni più critiche del mondo e con le sue capacità economiche che risultano essere superiori a quelle di molti Paesi mondiali, la Gates Foundation è di fatto la più potente organizzazione privata che opera nel campo della filantropia. Ma non solo: anche i forti legami e le profonde conoscenze con quasi tutte le massime autorità politiche, le istituzioni scolastiche e governative e la conoscenza delle figure di spicco delle più importanti multinazionali hanno fornito all’ente no-profit di Bill e Melania Gates il massimo del margine d’azione possibile. Arrivando, secondo le accuse che sono state mosse nei loro confronti sin dalla conferenza economica di Davos del 2016, a rendere la Gates Foundation de facto il vero e incontrastato manipolatore della distribuzione degli aiuti globali.

“La Gates Foundation è un attore influente e pericoloso”

Furono all’epoca molto dirette le critiche rivolte alla Gates Foundation da parte della Ong britannica Global Justice, la quale sollevò molteplici preoccupazioni nei riguardi dell’operato della società filantropica americana. E in modo particolare, si focalizzavano sul legame troppo diretto tra la famiglia Gates ed i governi mondiali, al punto che sovente (come nel caso del progetto Agra) la loro reale mission fosse non tanto quella di aiutare la popolazione, bensì quella di favorire lo sviluppo delle multinazionali e soddisfare la politica locale. Critiche che, ovviamente, sono state sin da subito respinte dallo stesso Bill Gates, il quale ha infatti sottolineato come le pratiche ritenute “sfavorevoli” per la popolazione altro non fossero che una sintesi tra necessità e capacità operative.

La filantropia che si fa con le multinazionali

In ogni caso, comunque, la Global Justice mise in evidenza una questione che fino a quel momento era stata poco dibattuta ma che aprì la strada alle prime critiche proprio nei confronti del modo in cui la Gates Foundation era abituata ad operare. Ossia, sottolineò come l’approccio operativo della no-profit americana si fondasse sul tentativo di replicare quelle che erano le tecniche di raccolta e di coltivazione in uso nel mondo industrializzato anche in quei Paesi dalle minori capacità economiche e con climi non esattamente speculari a quelli nordamericani. Tutto questo, come volevasi dimostrare, si tradusse in un clamoroso flop a livello di risultati e aumentò a dismisura i costi dovuti ai pesticidi ed ai fertilizzanti rispetto al margine di guadagno aggiuntivo che andò a generare nelle famiglie di agricoltori; indebitando al contempo gli stessi Paesi che aderirono al progetto (come nel caso dello Zambia). Uno scenario che, dunque, vide vincitrici solo le multinazionali fornitrici del progetto Agra.

Quali sono le multinazionali che appoggiano Gates?

Come si evince dallo stesso sito internet del progetto, i partner privati hanno da sempre giocato un ruolo importante nel suo sviluppo. E tra i nomi delle multinazionali che supportano e forniscono Agra figurano, tra le altre, il colosso farmaceutico Bayer, le tecnologiche Microsoft e Ibm e le case di motori della Volkswagen, Tata e John Deere. Tutte società che, all’interno della filiera produttiva, commerciale e di lavorazione hanno interessi non indifferenti e per le quali l’apertura sul mercato africano (col traino della Gates Foundation) rientra più all’interno dell’interesse economico rispetto a quello della mera filantropia.

La stessa Gates Foundation, in fondo, è stata da molti analisti intravista come una multinazionale. Con le sue fitte conoscenze tra gli uomini di potere, i suoi uffici sparsi per il globo, la sua strutturazione aziendale e le sue tante branche, infatti, identifica nel migliore dei modi la definizione che siamo storicamente abituati a dare al termine. Ed è normale, di conseguenza, che il suo modo di agire e operare rispecchi quello che per anni, sebbene in un altro settore, è stato il lavoro dello stesso fondatore della no-profit; lasciando però aperto un interrogativo dalla difficile risposta. È davvero il modo giusto di intendere l’aiuto alle persone più svantaggiate quello di appoggiarsi a quei colossi internazionali che, sin dalla fine dello scorso secolo, sono stati accusati di essere proprio tra i principali fautori delle disparità mondiali?