Sul caso Kashoggi, come detto anche nei giorni scorsi, da qualche mese a questa parte in tanti sia a Washington che a Riad provano a stendere un velo. Se ne parla poco, l’inchiesta condotta sia in Turchia, visto che il barbaro omicidio del giornalista avviene il 2 ottobre nel consolato saudita di Istanbul, sia in Arabia Saudita non ha lo stesso clamore destato nei giorni immediatamente successivi al fatto. Ciò che più impressiona è il silenzio dei suoi familiari, a partire dai figli. E su questo, come fa notare il Washington Post, potrebbe influire il lauto compenso assegnato loro dal governo di Riad.

Le ville donate ai figli di Kashoggi

I Saud, con in testa il sovrano Re Salman, in questi giorni si starebbero adoperando per assegnare lussuose ville a Gedda ai figli di Kashoggi. Lo rivela, come detto, quello stesso Washington Post dalle cui colonne il giornalista ucciso lancia inchieste contro il principe ereditario Mohammad Bin Salman. In particolare, Salah, Abdullah, Noha e Razan, i due figli e le due figlie di Kashoggi, ricevono una lussuosa villa a testa in quella Gedda che rappresenta una delle città più importanti del regno. Il valore di ciascuna di queste ville è di quattro milioni di dollari. A questo, occorre aggiungere che sia i figli che le figlie del giornalista ucciso ad Istanbul ogni mese riceverebbero, sempre secondo il Wp, un assegno da diecimila Dollari al mese.

Lauti indennizzi quindi, con i quali i Saud anche all’estero provano a rifarsi un’immagine dopo il clamore mediatico suscitato dall’assassinio di una voce fuori dal coro rispetto all’ascesa di Mohammad Bin Salman. Soldi e regali che arrivano mentre intanto il processo saudita procede a fari spenti: il 3 gennaio scorso per 5 degli 11 accusati di aver pianificato e realizzato l’omicidio, viene chiesta la pena di morte. Ma in tanti, anche all’interno della famiglia reale, sono convinti che in realtà le indagini mirino unicamente a mascherare le responsabilità del principe ereditario incriminando soltanto coloro che, in quel tragico 2 ottobre, eseguono materialmente degli ordini partiti dall’alto.

Semplice carità o soldi dati in cambio del silenzio?

Andando a leggere le cronache degli ultimi mesi, le voci che si levano contro il brutale omicidio Kashoggi sono o di attivisti sauditi all’estero, oppure di organizzazioni ed associazioni internazionali che da anni denunciano la deriva sempre più assolutistica dell’Arabia Saudita da quando Mohammad Bin Salman diventa l’uomo forte del paese. Tra queste voci però, non ci sono quelle dei figli. Si potrebbe pensare ad una paura per eventuali ritorsioni nei loro confronti da parte dei Saud, ma in realtà tre dei quattro figli vivono stabilmente negli Usa e soltanto il primogenito abita in Arabia Saudita. Ecco perché in tanti oramai iniziano a chiedersi il motivo di così tanto silenzio.

C’è davvero il lauto corrispettivo erogato verso la famiglia Kashoggi dietro questo silenzio? I figli avrebbero realmente rinunciato alla verità per la morte del padre in cambio di una villa a testa? Il Washington Post, nel reportage in cui si occupa di questa vicenda, intervista un ex funzionario saudita. Ed è proprio lui a descrivere quelle che sono le usanze di Riad quando occorre pagare degli indennizzi: “I pagamenti fin qui effettuati – spiega l’ex funzionario – Sono in linea con la pratica del Regno di fornire un sostegno finanziario alle vittime di violenze criminali o calamità naturali”. Nulla di nuovo dunque. Kashoggi è morto per una grave violenza a lui perpetuata e di conseguenza, anche se voce critica verso il regno, i suoi familiari hanno diritto ad importanti indennizzi. Almeno questa è la ricostruzione della vicenda spiegata dall’ex funzionario: “Tale sostegno è parte del nostro costume e della nostra cultura – continua la persona contattata dal Wp– Non è collegato a nient’altro”.

Intanto però il silenzio continua ugualmente ad apparire strano. Se il governo saudita offre indennizzi ai familiari della vittima, allora vuol dire che implicitamente riconosce una qualche responsabilità. Oppure ancora, che il governo e Mohammad Bin Salman in persona hanno il terrore dell’emergere di qualche scomoda verità. Perché dunque dagli stessi figli non arriva la richiesta, partendo da questo presupposto, di avviare indagini più dettagliate? Se anche a Washington membri dell’amministrazione di  Donald Trump disconoscono la versione ufficiale dell’alleato saudita, a maggior ragione perché la famiglia (che in gran parte abita fuori dal regno) non alza la voce in questa direzione? Dubbi su dubbi, che non trovano (e forse non troveranno mai) risposte. Ma che, al tempo stesso, mettono in risalto in ogni caso un silenzio, quale quello della famiglia Kashoggi, che ad oggi fa ancora più rumore.

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