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Negli ultimi giorni si è parlato parecchio del nuovo coronavirus cinese, di come la sua diffusione abbia messo in ginocchio la Cina e spaventato il mondo intero e delle drastiche misure messe in campo dalle autorità per contenere il contagio dell’epidemia.

Poco è tuttavia stato scritto su come stiano vivendo questa situazione apocalittica le decine di milioni di cittadini cinesi che risiedono nella provincia dello Hubei, epicentro del focolaio. La megalopoli di Wuhan è in quarantena, isolata, senza trasporti pubblici, chiusa al traffico privato. I suoi ospedali sono affollati; nei supermercati il cibo va ruba, le mascherine sono in esaurimento. Chi ha fatto acquisti, ne ha fatti a sufficienza per chiudersi in casa in attesa di nuove disposizioni; di quando magari l’emittente nazionale Cctv dirà che le stringenti norme si sono allentante.

Le strade, a Wuhan, sono deserte. E il che è tutto dire, visto che stiamo parlando di un centro urbano di 11 milioni di persone. Il bollettino dei contagi non ha più alcun senso di essere aggiornato perché i nuovi casi aumentano esponenzialmente ora dopo ora, così come i morti, anche se i decessi, fortunatamente, non seguono lo stesso ritmo forsennato dei contagi.

Bastano le parole del presidente Xi Jinping per capire che la situazione è più seria del previsto. A capo di una riunione che ha visto la presenza dei 25 dirigenti nazionali del Politburo, il signor Xi ha esortato a maggiori sforzi per vincere la sfida contro il virus 2019-n-CoV: “Di fronte alla grave situazione di una diffusione sempre più rapida del nuovo coronavirus è necessario rafforzare la leadership centralizzata e unificata del Comitato Centrale del Partito. La Cina vincerà questa battaglia”.

Impossibile uscire di casa

In Italia, in Europa e nel mondo è scoppiata l’isteria sul rischio contagio da coronavirus. Le reazioni occidentali, spesso eccessive e alimentate dalle fake news che circolano in rete, non sono neanche lontanamente paragonabili alle reali preoccupazioni dei milioni di cinesi intrappolati a causa dell’epidemia.

Il quotidiano La Stampa ha riportato le testimonianze di alcuni residenti locali nella “città infetta” di Wuhan. Yu Le è un poliziotto di 25 anni che ogni giorno, utilizzando WeChat, il Whatsapp cinese, scrive cosa sta accadendo nel capoluogo dello Hubei a suo fratello Tian, di Torino. “Al momento non possiamo uscire di casa. Il governo mette a disposizione quattro vetture per ogni quartiere, ma le devi prenotare e solo per spostamento urgenti. Io, in questura, vivo sempre con la mascherina addosso”, racconta Yu.

“Le medicine scarseggiano e una voce dai megafoni ricorda continuamente di non mettere piede in strada”, spiega Tian, riferendosi alla situazione quotidiana in cui deve vivere suo fratello. Certo “i supermercati sono ancora belli pieni ma la spesa non puoi farla. Puoi fartela portare a casa”.

Medicine e mascherine scarseggiano

Se il cibo, al momento, non è ancora un problema, la carenza di mascherine rischia di trasformarsi in un emergenza dentro l’emergenza. “Non si trovano più mascherine e tute antisettiche”, prosegue Yu. E gli ospedali? Difficile dire com’è la situazione al loro interno, visto che “abbiamo poche informazioni ufficiali a riguardo e nessuno può entrare e verificare”. A quanto pare “sono strapieni.

A Wuhan ci sono due nosocomi che possono ospitare 3mila persone al massimo” ma, a giudicare dalla testimonianza della famiglia Yu, i casi di coronavirus sono molti di più e, soprattutto, i morti sarebbero ben di più rispetto ai 41 annunciati dalle autorità.

Il racconto si fa drammatico: “Pechino ha organizzato trasporti eccezionali di farmaci, solo i più gravi tra i pazienti infetti sono invitati a presentarsi in ospedale”. Le strade di Wuhan vengono continuamente lavate con gas disinfettante. Infine, fanno notare gli Yu “questo virus è più preoccupante della Sars. Sta paralizzando intere zone del Paese. Non sappiamo quando ne usciremo. Non hanno ancora individuato l’origine, figuriamoci il vaccino”.