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Diplomazia, comunità umana dal futuro condiviso, Belt and Road Initiative (BRI), soft power. La strategia della Cina per ridisegnare una nuova governance globale si snoda attraverso i punti elencati e, dallo scoppio della pandemia di Covid a oggi, ruota principalmente attorno al vaccino contro il coronavirus. Lo stesso Xi Jinping era stato chiaro fin da subito: l’antidoto per sconfiggere il Sars-CoV-2 realizzato dalle aziende cinesi sarebbe stato un “bene globale”, e per questo distribuito in tutto il mondo, con la precedenza ai cosiddetti Paesi in via di sviluppo (altro termine chiave, che indica le nazioni economicamente più arretrate o in fase di transizione).

E così, accanto alla Nuova Via della Seta, il mastodontico progetto infrastrutturale ideato per collegare Asia, Europa e Africa – al fine di fluidificare i commerci da e verso la Cina in un’ipotetica “relazione win-win” tra tutti gli attori in campo -, ecco spuntare la Via della Seta medica. Dalle mascherine alle squadre di medici passando attraverso i ventilatori polmonari e altri strumenti: fin dalla prima ondata, il governo cinese è sceso in campo per inviare aiuti sanitari ai Paesi di mezzo mondo, con un occhio di riguardo per quelli più in difficoltà nella lotta contro il coronavirus.

Da questo punto di vista, la Cina ha geopoliticamente sfruttato la propria vittoria contro il Sars-CoV-2 per rafforzare i rapporti diplomatici già consolidati con le altre nazioni e, allo stesso tempo, avviarne di nuovi. Nella narrazione cinese, la Belt and Road ha il compito di creare una comunità commerciale condivisa in cui tutti guadagnano qualcosa; la Via della Seta medica è invece una sorta di surrogato della BRI al tempo della pandemia di Covid-19.

Un’occasione d’oro

Il vaccino anti Covid ha tutte le carte in regola per diventare il nuovo Sacro Graal della geopolitica internazionale. In giro per il mondo ci sono più vaccini, prodotti da diverse case farmaceutiche e approvati dagli enti regolatori in maniera non uniforme. Per dire: il vaccino cinese, diffuso nel sud-est asiatico e in Medio Oriente, non è ancora riuscito a sfondare la diffidenza dell’Unione europea e dell’America. E, proprio sul vaccino cinese, vale la pena fare un paio di riflessioni. Innanzitutto, dati i ritardi dei sieri scelti da Bruxelles – e considerata la natura a dir poco sconveniente degli accordi firmati tra Ue e Pfizer (così come con Moderna e le altre case farmaceutiche) – il siero made in China potrebbe, almeno in linea teorica, approfittare del pasticcio europeo per diffondersi nel Vecchio Continente.

Come detto, persiste ancora una diffidenza di fondo da parte di alcuni governi europei nei confronti dei vaccini cinesi. Ma alcuni Paesi, infuriati per ritardi e quote sballate, hanno tuttavia rotto il soffitto di cristallo aprendo le loro porte anche alle dosi targate Sinovac e Sinopharm. In Europa, i riflettori sono puntati sull’Ungheria, primo Stato dell’Ue ad aver, di fatto, mandato al diavolo Bruxelles per le “procedure scandalosamente lente di acquisto del vaccino” e aver stretto, di propria spontanea volontà, un accordo con Sinopharm per l’acquisto di un milione di dosi del vaccino (non ancora approvato dall’Agenzia europea del farmaco). Sempre in Europa, l’Ucraina è il secondo Paese ad aver fatto shopping oltre la Muraglia, quasi 2 milioni di dosi (1.910.000) da Sinovac, seguito dalla Serbia (1 milione da Sinopharm).

I vaccini cinesi nel mondo

Ma dov’è che sono più diffusi i vaccini di Pechino? L’Indonesia, ad esempio, ha acquistato 125,5 milioni di dosi del siero realizzato da Sinovac, seguita da Brasile (1 milione), Cile (60 milioni), Turchia (50 milioni), Filippine (25 milioni), Malesia (14 milioni), Hong Kong (7,5 milioni) e Thailandia (2 milioni). Sinopharm ha invece trovato terreno fertile in Egitto (40 milioni di dosi), Argentina (38 milioni), Marocco (10 milioni), Arabia Saudita (3 milioni), Pakistan (1,2 milioni), Perù (1 milione) e Senegal (200mila).

Se diamo un’occhiata ai Paesi che fin qui hanno stretto un’intesa con la Cina, troviamo per lo più governi strategici agli occhi del Dragone. D’altronde, se l’est Europa rappresenta il perfetto corridoio commerciale per collegare il continente asiatico al cuore del Vecchio Continente, l’America Latina è pur sempre una regione entro la quale Pechino sogna di mantenere una certa influenza per contenere l’America (uscita parzialmente dai giochi in seguito alla presidenza di Donald Trump). Per quanto riguarda l’Africa e il sud-est asiatico, ottenere il benestare di Paesi come Indonesia e Filippine – da ammorbidire con il vaccino – consentirebbe alla Cina di alleggerire la pressione su tematiche spinose come le contese sul Mar Cinese Meridionale e la realizzazione di infrastrutture funzionali alla BRI.

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