La storia dell’uomo è stata da sempre caratterizzata dal suo rapportarsi con il virus. Un nemico sconosciuto, quando si presenta, che fa irruzione nella quotidianità degli esseri umani mettendo in alcune situazioni in discussione il sapere scientifico di un determinato contesto storico. In certi casi il virus ha fatto perdere le proprie tracce dopo essersi diffuso a macchia d’olio in tutto il mondo, in altri invece è rimasto in circolo limitandosi a colpire un numero limitato di persone.

Cos’è la pandemia

Proveniente dal termine pan-demos che vuol dire “tutta la popolazione”, il termine pandemia è utilizzato per indicare che i cittadini di tutto il mondo sono esposti a una infezione: proprio come sta accadendo con il coronavirus. Un termine quindi usato solo per le malattie o le condizioni patologiche di carattere contagioso. Per cui è chiaro che una malattia avente diffusione su scala mondiale ma non essendo di carattere contagioso, non può essere definita pandemia. Prima del Covid, gli uomini si sono confrontati con altre infezioni pandemiche come la peste, la Spagnola, l’Asiatica, solo per citarne alcune. Il concetto di pandemia si differisce da quello di epidemia . In quest’ultimo caso si fa riferimento ad una malattia che ha una diffusione limitata in un determinato ambito di spazio e di tempo ma che colpisce un numero superiore di persone rispetto a quanto era stato previsto con riferimento a quel contesto di spazio e di tempo. La causa può essere connessa alla diffusione di una malattia infettiva “importata” da un’altra zona o all’espandersi improvviso di una malattia endemica.

Cos’è l’endemia

Una malattia è definita endemica quando il suo microrganismo circola tra la popolazione in modo stabile e continuativo nel tempo ma solamente con pochi casi. Alcune di queste malattie sono appunto presenti in modo costante, altre si presentano ogni anno in uno specifico periodo stagionale, altre ancora invece sono legate a delle caratteristiche ambientali, come ad esempio la malaria nelle zone tropicali. Fra queste malattie vi sono poi quelle che hanno picchi da epidemia, come il morbillo e la varicella, perché v’è l’aumento del numero di recettivi connesso all’arrivo dei nuovi nati. Infatti il picco si manifesta ogni 7 anni circa proprio perché ad esserne maggiormente colpita è questa fascia di bambini.

“Esempi di virus endemici sono quelli dei quattro coronavirus comunitari che causano raffreddore o bronchioliti dei bambini con meno di due anni – ha dichiarato a InsideOver il professor Massimo Clementi, virologo del San Raffaele – oppure ancora del virus respiratorio-sinciziale (RSV) anche questo patogeno respiratorio dei bambini.

Perché è importante questa distinzione

La differenza tra una pandemia e un’endemia non è puramente teorica. E non è soltanto a uso e consumo dei virologi. Al contrario, ha un’applicazione pratica molto importante e ben rintracciabile nell’attuale situazione di emergenza dovuta al nuovo coronavirus. Quando infatti una determinata nazione o un preciso territorio devono fronteggiare una circolazione pandemica dell’infezione vedono il proprio sistema sanitario rischiare il collasso. A marzo prima e in questo autunno poi, all’emersione di una quantità sempre più alta di contagiati, l’Italia è subito andata in difficoltà. Stesso discorso per gli altri Paesi colpiti dalla pandemia di Sars Cov 2. Quando ci si trova di fronte a un numero inatteso di persone infettate, la risposta delle autorità sanitarie diventa sempre più difficile.

Occorre creare nuovi posti letto, attrezzare sempre più strutture, dirottare mezzi, risorse e personale verso l’emergenza. Situazioni che influenzano anche la vita al di fuori degli ospedali, con la popolazione costretta a fare i conti con misure volte a prevenire altri contagi e dunque nuove pressioni sulle strutture ospedaliere. Tutto il contrario invece di quanto accade in caso di circolazione endemica del virus. In questo caso il morbo non è assente, ma contagia un numero limitato di persone e si mantiene entro limiti e parametri sopportabili dal sistema sanitario. Quando un’epidemia finisce, non è detto che il virus risulti debellato. Più semplicemente, la sua circolazione non impatta sulla vita della popolazione e le autorità sanitarie sono in grado di organizzarsi.

“Ecco come il nuovo coronavirus può diventare endemico”

A spiegare la sottile ma importante differenza tra pandemia ed endemia è ancora il professor Massimo Clementi: “Una epidemia diventa pandemia quando si diffonde a tutto il territorio mondiale – ha dichiarato il virologo a InsideOver – È in genere l’OMS che decreta lo stato di pandemia. A seguito di questa dichiarazione tutte le nazioni dovrebbero assumere delle misure per limitare la diffusione dell’agente patogeno”. Quando però una pandemia può trasformarsi in endemia? È il momento in cui un determinato virus non causa più apprensioni particolari: “I virus diventano endemici quando si attenua il loro potenziale patogeno, si arriva cioè a una mutazione – ha proseguito Clementi – oppure quando si forma uno stato di immunità in una vasta fascia della popolazione. In questo ultimo caso il virus potrà circolare solo nelle poche persone rimaste ancora suscettibili”.

In poche parole, l’assottigliamento della curva dei contagi non è garanzia della fine di un’epidemia. Non è detto cioè che un minor numero di casi trasformi il virus in endemico. Occorrono in tal senso altri elementi, dalla mutazione del morbo fino all’immunizzazione. E infatti sul Sars Cov-2 Clementi non ha dubbi: “È possibile che questo nuovo coronavirus diventi endemico circolando solo in coloro che non si vaccineranno – ha dichiarato lo studioso – oppure che dopo la circolazione a livello mondiale ai ritmi attuali si selezioni una variante meno diffusiva”.