La Danimarca si prepara a un nuovo “esperimento sociale” che prevede la riorganizzazione di quartieri diventati dei veri e propri ghetti islamizzati, delle banlieues in salsa scandinava; un progetto che prevede la spinta all’integrazione nel tessuto sociale danese e sanzioni per quegli immigrati che dovessero opporvisi. Una mossa che sorprende, considerate le note politiche di estrema tolleranza nei confronti dell’immigrazione attuate nei Paesi nordici, ma anche un segnale chiaro che indica una situazione fuori controllo.
I provvedimenti
Negli ultimi dieci anni, il governo danese ha pubblicato dei report, con frequenza annuale, che indicano liste di quartieri-ghetto con focus su quelli con un elevato tasso di criminalità, disoccupazione e con un livello d’istruzione al di sotto della media nazionale. Quartieri dove veniva anche riscontrata un’elevata presenza di immigrati di prima e seconda generazione.
Nonostante il dissenso dell’Onu nei confronti di questi report, additati come “promotori di un’integrazione coercitiva, di odio, intolleranza e discriminazione”, l’esecutivo danese ha comunque deciso di procedere nella direzione stabilita, consapevole del fatto che le cose non potevano essere lasciate degenerare ulteriormente.
I provvedimenti governativi prevedono lo sfratto dell’intera famiglia nel caso in cui uno dei propri membri dovesse rendersi responsabile di un crimine; test di lingua obbligatori che, se non superati, potrebbero portare alla perdita dei contributi economici; il taglio del 40% delle abitazioni statali per riconvertirle in private. In ogni caso, agli inquilini allontanati dalle abitazioni popolari verranno proposte soluzioni alternative in diverse aree delle città.
E’ evidente che in Danimarca hanno aperto gli occhi per quanto riguarda un fenomeno che, nella migliore delle ipotesi, può essere definito come “isolamento improduttivo”, ovvero un’auto-ghettizzazione su base etno-religiosa che trasforma quartieri interi in aree con scarsissima integrazione e in preda a disoccupazione e degrado. Il fenomeno sfocia poi spesso in situazioni fuori dal controllo istituzionale, con elevato tasso di criminalità e dove leggi e usanze estranee al contesto europeo e in alcuni casi addirittura in contrasto con principi e diritti tutelati dalla giurisprudenza del Paese ospitante, prendono il sopravvento.
Gli spazi separati e il fallimento del multiculturalismo
Il multiculturalismo britannico, così come il modello dell'”assimilazione” di stampo francese, sono risultati entrambi fallimentari e in relazione a ciò è bene ricordare come dai due Paesi sia partito il più elevato numero di volontari per il jihad dall’Europa al territorio di guerra siriano-iracheno.
Nel primo caso, quello britannico, l’idea secondo cui le diversità etniche e culturali sono una ricchezza da tutelare e la tolleranza l’ingrediente essenziale alla piena realizzazione degli individui e delle comunità etniche, ha generato una frammentazione del contesto sociale e urbanistico, dividendolo in ghetti etnici, culturali e religiosi in conflitto con gli autoctoni sul piano dei valori e dell’identità, al punto tale da permettere addirittura che si creasse un doppio binario giuridico con la sharia che affianca e mette a repentaglio la legge del Regno. Un esempio? Le decine di tribunali islamici che legiferano ed emettono liberamente verdetti basandosi sulla sharia, con tanto di “giudici” che si riuniscono all’interno delle moschee e delle madrasse di quartiere. Tribunali liberi di prendere decisioni su casistiche relative a matrimoni e divorzi, eredità e contese patrimoniali. Il primo caso di corte islamica (Consiglio della Sharia Islamica) in Gran Bretagna risale al 1982 a Leyton, zona a est di Londra. Il fenomeno si è poi espanso a macchia d’olio.
Nel 2011 fu l’allora premier britannico, David Cameron, ad ammettere il fallimento del modello multiculturale, arrivando a definirlo modello di “tolleranza passiva” e additandolo come responsabile di aver generato realtà parallele nelle quali le varie comunità hanno potuto vivere a pochi passi di distanza, senza però mai incontrarsi veramente. D’altronde è proprio nei quartieri-ghetto islamici britannici che sono nati gruppi estremisti come al-Muhajiroun e Islam4UK; è qui che predicatori come Abu Hamza, Anjem Choudary e Abu Qatada hanno fatto il bello e il cattivo tempo, tutto sotto gli occhi delle autorità.
C’è poi il modello francese fondato sui concetti di “assimilazione” e “laicità”, anche se poi nei fatti risulta evidente come nessuno dei due aspetti si sia realmente verificato. La Francia è infatti ben nota sia per il problema legato alle banlieue, oramai zone fuori controllo e sia per l’elevato numero di jihadisti unitisi a Isis e al-Qaeda in Siria (circa 2 mila). Una situazione talmente problematica che a inizio anno il Ministro dell’Interno francese, Cristophe Castaner, ha inviato un documento riservato ai vari prefetti, con la richiesta di convocare al più presto i gruppi di valutazione dei vari dipartimenti. Oltralpe si è raggiunto il punto che l’islamismo radicale ha oramai infiltrato servizi pubblici e apparati istituzionali, come già recentemente trattato da InsideOver.
La situazione italiana
In Italia ci si è per troppo tempo adagiati sugli allori, facendo leva sul fatto che dal nostro Paese sono partiti meno jihadisti rispetto ad altre nazioni europee perché in Italia non ci sono ghetti come quelli del nord Europa e in relazione al fatto che l’immigrazione è un fenomeno più recente rispetto ad altri contesti più problematici.
La realtà dei fatti è però ben differente ed è sufficiente avventurarsi per quartieri come la zona di piazza Selinunte e via Padova a Milano, Porta Palazzo a Torino, Centocelle e Tor Pignattara a Roma, giusto per citarne alcune. Fortunatamente non si è ancora ai livelli di Francia, Gran Bretagna o Svezia, ma le premesse, piuttosto datate, non sono affatto buone, come già illustrato a suo tempo sul Giornale da Matteo Carnieletto.
Il governo danese fa dunque bene a prendere iniziative, anche “aggressive”, ma che sono fondamentali per risolvere un problema generato da una visione estremamente ideologica ma ben lontana dalle reali problematiche di tali contesti, prima che la situazione diventi veramente esplosiva.
È evidente come lo Stato sia assente in questi quartieri e il problema è tutto lì, perché degrado, illegalità, società parallele e radicalismo si infiltrano e si insediano in quei contesti dove le istituzioni sono assenti.



