Venerdì 5 dicembre l’isola di Kish, in Iran, ha ospitato una maratona che ha attirato complessivamente circa 5.000 partecipanti, divisi in due percorsi distinti: circa 2.000 donne e 3.000 uomini. I video dell’evento sportivo, diffusi da Iran da diversi utenti sui social e immediatamente rilanciati dalla stampa internazionale, ritraevano numerose partecipanti donne senza hijab, il velo obbligatorio secondo le leggi della Repubblica Islamica.
Negli scorsi giorni la magistratura iraniana ha emesso mandati di arresto per due degli organizzatori dell’evento sportivo amatoriale, sostenendo che la maratona fosse una “violazione della pubblica decenza”. Si tratta di un funzionario della zona franca di Kish e un dipendente dell’azienda privata a cui era stata affidata l’organizzazione dell’evento.
La Dubai d’Iran

Capita di sentirla chiamare la Dubai d’Iran, con un soprannome semplicistico che però racconta in breve la più interessante peculiarità dell’isola di Kish, nel Golfo Persico. Perché Kish, che negli scorsi giorni si è resa teatro di un evento simbolico e largamente dibattuto, è un posto che, con l’Iran continentale, ha ben poco a che fare.
Che si pensi all’Isola come a Dubai, o come alle Hawaii per gli americani, poco cambia. L’isola è infatti una meta turistica in primo luogo per gli iraniani– in particolare per quelli abbienti del nord della capitale- ma è anche una zona franca dove le stesse regole del resto del Paese vengono applicate in maniera leggermente diversa.
Nota per i suoi resort di lusso e le spiagge, Kish è un luogo lontano dalle immagini più famose dell’Iran sciita, dove si entra liberamente e si può soggiornare senza bisogno di un visto fino a 14 giorni. Nel 2010 il New York Times la inseriva nella classifica delle più belle isole del mondo e, quasi dieci anni prima, ne riassumeva l’identità in questo titolo: “Kish Journal: A Little Leg, a Little Booze, but Hardly Gomorrah”.
Insomma un po’ di gambe, un po’ di alcol, ma sostanzialmente un’evasione controllata, frutto di un compromesso in primis economico: dal 1989 è una zona franca commerciale, tentativo del regime di recuperare le risorse economiche già limitate a dieci anni dalla rivoluzione, e di dirottare il turismo nazionale dagli emirati. Lo stesso articolo menziona un fatto curioso, anche questo utile sintesi del delicato equilibrio su cui si regge Kish:”Di tanto in tanto le autorità dell’isola stringono un po’ le maglie per evitare di attirare troppa attenzione da parte dei conservatori in patria: di recente un cinema è stato chiuso per qualche settimana dopo aver proiettato Basic Instinct”.
Un evento sportivo che diventa disobbedienza civile
Se è vero che Kish è un posto a sé- lo sanno gli iraniani, lo la sa Repubblica Islamica- è vero anche che, stando alle dichiarazioni della giustizia locale, gli organizzatori della corsa erano stati avvisati in anticipo dell’obbligo di rispettare le regole, hijab incluso. La decisione consapevole di correre a capo scoperto, come raccontano le immagini di lunghe code corvine che ondeggiano insieme, ha reso quella corsa un simbolo, un atto di sfida che fa eco al movimento “Donna, Vita, Libertà”.
In un contesto come quello iraniano, l’immagine di centinaia di donne che corrono su una spiaggia senza hijab ha avuto un valore politico: ha riportato attenzione su una causa che buona parte dell’Occidente aveva lentamente abbandonato, dopo l’iniziale interessamento per le proteste del 2022 seguite alla morte della giovane studentessa curda Iraniana Masha Amini, arrestata proprio per non aver indossato correttamente il velo islamico.
La maratona di Kish Island racconta una tensione che va oltre il singolo episodio: quella tra l’imposizione di norme codificate e la lenta erosione del controllo dello Stato sul corpo e sull’identità delle donne. In questo senso è un’indicatore della trasformazione sociale del paese, che non sarà certo risolutiva, ma c’è.
D’altro canto, dimostra che le sfide simboliche al sistema, gli episodi di disobbedienza civile come quello di venerdì scorso, ancora scatenano la risposta delle autorità. Malgrado oggi sia molto comune, almeno nelle grandi città, vedere donne senza hijab, quando la violazione diventa pubblica e simbolica, in un evento ufficiale, lo Stato reagisce.
