Su cinque città ufficialmente candidate, ben quattro sono asiatiche. E, fra queste, due sono in Medio Oriente: si tratta di Istanbul e Doha, peraltro entrambe con ottime probabilità di vittoria viste le esperienze accumulate da entrambe nell’organizzazione di grandi eventi. Il Medio Oriente, strangolato da una crisi militare e politica senza precedenti, vuole correre veloce e vuole pensare al futuro. La gara per l’assegnazione delle Olimpiadi del 2036 appare, in tal senso, decisamente emblematica.
Il “derby” tra Istanbul e Doha
Tutte le Olimpiadi (sia estive che invernali) fino al 2034 sono state assegnate: la prossima, in ordine di tempo, è quella di Milano/Cortina 2026, poi ci saranno i giochi estivi di Los Angeles del 2028, quelli invernali delle Alpi Francesi del 2030, quelli estivi di Brisbane del 2032 e, infine, quelli invernali di Salt Lake City 2034. La gara è quindi tutta sul 2036. Dopo le due edizioni previste tra Usa e Australia, il Medio Oriente vuole giocare tutte le proprie carte. Istanbul punta sul proprio brand: le sue sarebbero Olimpiadi organizzate a cavallo di due continenti, in una delle città più famose e più ricche di storia al mondo. Inoltre, il presidente turco Erdogan ha scommesso molto sulla costruzione di nuovi stadi e nuovi impianti in tutto il Paese. Sulla Turchia e sulle sue capacità di organizzare eventi, c’è da tempo molto credito: i giochi europei del 2027, per esempio, sono stati assegnati proprio a Istanbul, mentre nel 2032 il Paese anatolico ospiterà con l’Italia gli Europei di calcio.
Ma Doha non è da meno: il Qatar è stato forse il primo attore mediorientale a puntare le sue fish sul soft power dello sport. Il piccolo emirato negli anni ha ospitato di tutto, fino ad arrivare nel 2022 a organizzare i Mondiali di calcio. Ossia, di fatto, il secondo evento più seguito internazionalmente proprio dietro le Olimpiadi.
In lizza anche Riad e la nuova capitale egiziana
Oltre le due città prima menzionate, in corsa ufficialmente c’è anche la metropoli indiana di Ahmedabad e la nuova capitale indonesiana Nusantara. Dal sud America, è stata invece lanciata la candidatura di Santiago del Cile, al momento l’unica fuori dal panorama asiatico. Il processo di assegnazione dell’Olimpiade 2036 tuttavia, potrebbe prevedere altri colpi di scena. Fino a pochi anni fa, la città ospitante veniva scelta tramite una rigida procedura. Si iniziava con il deposito delle candidature, l’ammissione di quelle ritenute valide e infine, sette anni prima dei Giochi, la votazione del Cio sanciva la città vincitrice.
Oggi è tutto molto diverso. Il Comitato Olimpico ha scelto la strada delle interlocuzioni dirette con i vari aspiranti candidati, a seguito delle quali poi verrà scelta la proposta vincente. Il tutto in un periodo non più schematicamente definito, dunque l’assegnazione potrebbe avvenire anche dieci anni prima l’evento. Vuol dire quindi che, durante le interlocuzioni, potrebbero emergere altre pretendenti. Una di queste, restando in Medio Oriente, potrebbe essere Riad. L’Arabia Saudita ha volontà e soldi da spendere e tra il 2030 e il 2034 ospiterà, rispettivamente, Expo e Mondiali di calcio. C’è poi l’Egitto, con il governo intenzionato eventualmente a portare avanti una città che non ha ancora un nome: quella che oggi è indicata genericamente come “Nuova Capitale Amministrativa“, destinata a sostituire Il Cairo entro pochi anni, potrebbe essere l’outsider dell’ultimo minuto. Aumentando quindi le pretese del Medio Oriente sul 2036.
Il Medio Oriente ha “fame” di futuro
Anche se, così come dichiarato dalla segretario del Cio Kirsty Coventry, il processo di selezione è al momento sospeso “per effettuare le dovute riflessioni”, il momento della verità non sarebbe così lontano. Già nelle sessioni previste durante le Olimpiadi di Milano/Cortina, potrebbe spuntare la metaforica fumata bianca. Ma a prescindere dalle tempistiche e dal risultato, quello che più rimbalza agli occhi è la voglia del medio oriente di guardare nel lungo periodo.
Nonostante un presente che parla solo di guerra, di tensioni e di instabilità, la regione ha voglia di puntare sul futuro. Un futuro forse finanziato da petrodollari e sponsorizzato da regimi non proprio democratici, ma pur sempre un futuro dove si potrà finalmente parlare di medio oriente per eventi sportivi e non per sciagure belliche.