Più che la promessa della realizzazione di un sogno, quella che Josif Stalin in persona fece a Bolesław Bierut, il primo presidente della Repubblica Popolare Polacca, nel 1946-47 aveva le sembianze dell’ordine insindacabile.

Alle porte della borghese, cattolica e conservatrice Cracovia sarebbe dovuto sorgere un agglomerato urbano mastodontico, Nowa Huta, capace di portare fino dentro le case degli operai polacchi la luce del realismo socialista. Meno di due anni dopo, il progetto di costruzione della “città ideale” del comunismo staliniano iniziò a diventare realtà, una realtà da sviluppare attorno a Huta im. T. Sendzimira, un complesso siderurgico creato in parallelo ai nuclei abitativi che, con più di 30mila operai, diede vita al principale centro di produzione d’acciaio d’Europa. E dalla piazza centrale di Nowa Huta, che neanche a dirlo venne intitolata a Stalin, si “irradiano” cinque strade in cinque direzioni geometricamente perfette. A 45 gradi l’una dall’altra, le due diagonali dopo poche centinaia di metri sono unite trasversalmente da un’altra megastrada, che nella pianta del quartiere forma così un diamante. Il diamante, prima grezzo, poi man mano raffinato, dal duro lavoro degli operai, i “soldati” del comunismo.

Oggi quella stessa piazza, la Plac Centralny, si chiama “Ronalda Reagana”, e al momento dell’arrivo da una qualsiasi delle cinque direzioni è impossibile non notare il monumento eretto per celebrare Solidarność, il sindacato antisovietico che nacque sì dai cantieri navali di Danzica, ma che riuscì a condurre il suo leader, Lech Wałęsa, fino alla dissoluzione del regime comunista in Polonia anche grazie alle rivolte e agli scioperi degli operai di Nowa Huta. Wałęsa che in qualche modo fa rima con Reagan, visto l’appoggio che il presidente americano non fece mai mancare a Solidarność e visto che fu proprio Wałęsa a inaugurare nel 2011 la statua di Reagan a Varsavia, mentre è nell’atto di pronunciare la storica frase “Mister Gorbaciov, tear down this wall” (“abbatta questo muro”) dalla Porta di Brandeburgo.

Nowa Huta, che è ormai un sito urbanistico inglobato da Cracovia pur essendo a dieci chilometri dal centro, è un quartiere con spina dorsale. Ci vivono 250mila persone (anche per via dei costi relativamente bassi degli affitti, circa 200 euro al mese), molte delle quali non ruotano più attorno al complesso siderurgico che oggi è di proprietà dell’indiana Arcelor Mittal. Ma di “autoctoni” ce ne sono ancora. E sono piuttosto reticenti quando si finisce a parlare di storia. Una storia complicata che si sviluppa tra i palazzoni grigi molto nascosti dal curatissimo verde (eredità della mentalità sovietica) e divisi tra loro in semplici blocchi schematici: A, B, C e D. Una storia legata anche a un’altra inestimabile figura del Novecento: l’allora arcivescovo di Cracovia, Karol Wojtyła.

L’ideologia staliniana prevedeva la cura e la formazione del perfetto cittadino sovietico attraverso case popolari, fabbriche, scuole. E, per gli imprevisti, ospedali. Non certo chiese. Anzi, gli operai non dovevano affidarsi a Dio per la salvezza della loro anima. Era il marxismo-leninismo, semmai, a doverli difendere da Dio. E infatti, nei primi 15 anni della sua esistenza a Nowa Huta non venne mai edificata alcuna chiesa. Nel 1960 gli abitanti, che provenivano da diverse aree rurali della Polonia, in cui la fede era (ed è) radicatissima, chiesero all’allora segretario generale del Partito Comunista polacco, Władysław Gomułka, uomo simbolo del “disgelo polacco”, di poterne costruire una. La sua sorprendente accondiscendenza però venne ben presto tradita. Giusto il tempo per i cittadini di piazzare una croce in legno tra via Marx e via Majakovskij in attesa che la raccolta fondi potesse riuscire a coprire i costi di costruzione, che il regime fece dietrofront. Per la volontà, ufficialmente, di costruire proprio lì e proprio in quel momento la scuola n. 87 del quartiere.

Il 27 aprile 1960 a migliaia si recarono a difesa della croce, sprezzanti del pericolo di essere rastrellati dalla Zomo, la milizia paramilitare della Polonia comunista. A capo di questa spedizione che annovera operai, donne, bambini e anziani c’era Karol Wojtyła. La guerriglia che ne scaturì rende Nowa Huta irraggiungibile per giorni, isolata dal resto della Polonia, censurata sui media e privata addirittura dell’energia elettrica. La “città ideale” del comunismo divenne una trincea. Entro breve, la Zomo riuscì a riprendere il controllo della situazione, ma la “guerra” era tutt’altro che conclusa.

Per anni i cittadini di Nowa Huta continuarono ad edificare croci in legno. Puntualmente abbattute. E puntualmente ricostruite. Memorabile una delle omelie pronunciate da Wojtyła la notte di Natale (dagli anni delle rivolte diventò un appuntamento fisso recarsi a Nowa Huta per le celebrazioni), incurante del tremendo freddo polacco: “Oggi a mezzanotte tutta la Chiesa nel mondo intero, su tutta la faccia della terra, dà di nuovo il benvenuto al Salvatore del mondo, che è nato a Betlemme. Lo saluta il Santo Padre celebrando a quest’ora la Messa di mezzanotte nella basilica di San Pietro. Lo salutano i vescovi in tutti i Paesi su ogni continente del mondo. Lo saluta la Chiesa di Cracovia qui a Nowa Huta. Noi veniamo qui per Gesù. Per Gesù noi cerchiamo un tetto”.

Il permesso di costruire arrivò solo anni più tardi, nel maggio 1977 con la consacrazione del complesso di Arka Pana (“Arca del Signore”) ad opera dello stesso Wojtyła. Due anni dopo, da papa, Giovanni Paolo II tornerà nella sua Polonia, ma gli venne impedito di recarsi in visita a Nowa Huta. Il regime aveva capito. La “guerra” era persa, e nel nuovo contesto della perestrojka e del progressivo collasso dell’Urss quella fu una primissima crepa.

La Nowa Huta che ne è sorta porta i segni di un passato ingombrante, col piedistallo che sorreggeva la statua di Lenin ben presente in “Viale delle rose” e con diverse “latterie” (bar mleczny, le trattorie economiche aperte solo di giorno in cui era proibito servire alcool) aperte in stile originale. Ma in questo strepitoso monumento a cielo aperto dal rigore geometrico e dal trionfo di calcestruzzo, ormai si respira un’aria completamente nuova.

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