In Cina, patria dell’intelligenza artificiale e delle nuove tecnologie, è successo qualcosa che potrebbe fare scuola, non solo all’interno del Paese ma anche oltre la Muraglia. Mentre in Occidente si parla sempre più spesso del rischio che l’IA possa, un giorno non troppo lontano, sostituire gli esseri umani in interi settori lavorativi, un tribunale cinese ha stabilito che le aziende non possono licenziare i dipendenti per sostituirli con sistemi di intelligenza artificiale.
La situazione è ancora più curiosa, visto che la sentenza è uscita dal Tribunale intermedio del popolo di Hangzhou, città nota per essere considerata il polo del Dragone dell’IA. Ebbene, i giudici hanno confermato una precedente decisione di un tribunale di grado inferiore, secondo cui l’allontanamento di un lavoratore del settore hi-tech fosse illegittimo. “Le motivazioni di licenziamento addotte dall’azienda non rientravano in circostanze negative quali ridimensionamento aziendale o difficoltà operative, né soddisfacevano le condizioni legali che rendevano impossibile proseguire il contratto di lavoro”, ha affermato il tribunale. Che, citando lo stesso caso, ha dichiarato qualcosa di ancora più importante: le società non possono licenziare unilateralmente i dipendenti o tagliare gli stipendi a causa del progresso tecnologico.

IA, lavoro, Cina
Il punto cruciale della questione è insomma uno: un’azienda può utilizzare la sostituzione dei lavoratori con l’intelligenza artificiale come pretesto per licenziare dipendenti umani? La risposta negativa alla domanda, seppur proveniente da un tribunale locale, è stata accolta con favore dagli esperti di diritto, nonché concepita come un segnale rassicurante per la tutela dei diritti dei lavoratori, per altro in un momento in cui la leadership del Paese sta spingendo affinché le industrie adottino l’IA.
Dando un’occhiata sui media cinesi, emergono ulteriori dettagli di una vicenda destinata presumibilmente a fare scuola. Il lavoratore, identificato solo con il cognome Zhou, era impiegato presso un’azienda tecnologica di Hangzhou, nella provincia dello Zhejiang, come supervisore del controllo qualità. Non conosciamo il nome della società, ma sappiamo che Zhou si occupava principalmente di modelli linguistici di grandi dimensioni basati sull’intelligenza artificiale, e che doveva verificare l’accuratezza delle risposte che questi generavano per gli utenti.
Prima che l’IA prendesse il suo posto, Zhou guadagnava uno stipendio annuo di 300.000 yuan (43.900 dollari). In un secondo momento, l’azienda lo ha riassegnato a una posizione di livello inferiore, ma con una riduzione salariale del 40%. L’uomo ha quindi rifiutato e i suoi superiori hanno rescisso il contratto, adducendo come motivazione l’impatto dell’IA sul ruolo e la conseguente riduzione del fabbisogno di personale. È così che Zhou ha presentato un ricorso arbitrale chiedendo un risarcimento per il licenziamento. L’azienda ha intentato una causa nel 2025, ha perso in primo grado e adesso anche in appello.

Una tutela necessaria
Il tribunale di Hangzhou, oltre a schermare la scusa dell’IA, ha inoltre stabilito che non era ragionevole che la posizione alternativa offerta dall’azienda a Zhou prevedesse una sostanziale riduzione dello stipendio. Sui media di Stato numerosi avvocati ed esperti si sono affrettati a spiegare che l’adozione dell’intelligenza artificiale non giustifica automaticamente la rescissione di un contratto di lavoro da parte di un’azienda al fine di ridurre i costi.
La sentenza di Zhou, tra l’altro, si basa su un precedente stabilito lo scorso dicembre da un altro tribunale cinese, il quale aveva stabilito che l’implementazione dell’Ia non soddisfaceva i requisiti legali necessari affinché una società di mappatura di Pechino potesse rescindere il contratto di un suo dipendente.
La corte di Hangzhou ha raccomandato che, qualora dovesse essere necessaria una ristrutturazione aziendale in ottica di intelligenza artificiale, le imprese debbano dare priorità alla riqualificazione del personale per ricoprire ruoli più complessi che richiedono l’intervento umano, creando così una situazione vantaggiosa sia per la produttività che per la sicurezza del posto di lavoro.
Se la riassegnazione del personale è inevitabile, le stesse aziende devono offrire soluzioni ragionevoli e compensare i maggiori costi di pendolarismo o di alloggio. In alternativa, i lavoratori sono incoraggiati ad aggiornare proattivamente le proprie competenze per adattarsi all’era dell’intelligenza artificiale. “L’intelligenza artificiale dovrebbe essere utilizzata per liberare il lavoro, promuovere l’occupazione e migliorare le condizioni di vita”, ha concluso la corte.
Attenzione però, perché in Cina non c’è lo stare decisis, ossia il principio dei sistemi di common law, secondo cui i giudici sono obbligati a conformarsi alle decisioni già adottate in casi precedenti analoghi.

Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

