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Mentre tutto il mondo commenta le peripezie dello squattrinato Seong Gi-hun, il giocatore numero 456 della serie tv nordcoreana Squid Games, sul grande schermo è tornato James Bond. L’ultimo episodio della saga 007, No Time to Die, avrebbe dovuto prendersi il centro della scena, sbaragliando la concorrenza degli altri film occidentali e sbancando il botteghino. In parte è così, ma abbiamo usato il condizionale perché il famoso agente segreto inglese, a livello globale, è stato soppiantato da una pellicola che, fino a qualche anno fa, molto probabilmente non avrebbe fatto neppure notizia oltre i confini nazionali. Si intitola La Battaglia del Lago Changjin (titolo originale: The Battle at Lake Changjin), ed è un kolossal cinese storico/bellico diretto da Chen Kaige, Tsui Hark e Dante Lam, tre pilastri del cinema orientale.

Il film è costato più di 200 milioni di dollari, e narra un episodio particolare della Guerra di Corea (1950-1953). Nel conflitto fra Corea del Nord e Corea del Sud – che ha coinvolto anche Cina e Stati Uniti, rispettivamente a sostegno di Pyongyang e Seul, oltre che Unione Sovietica e truppe Onu – c’è una parentesi non troppo conosciuta, ma decisiva ai fini storici. L’esercito volontario popolare cinese entrò in Corea del Nord in condizioni di gelo estremo per aiutare i nordcoreani a respingere l’assalto americano e delle truppe Onu.

Uno dei testa a testa più importanti si ebbe nei pressi del Lago Changjin il 27 novembre 1950, quando la Nona armata cinese colse di sorpresa il X Corpo statunitense di stanza presso l’area del bacino citato. La contesa durò 17 giorni, al termine dei quali le forze delle Nazioni Unite furono costrette a battere in ritirata. Pur avendo subito danni e perdite enormi, e potendo contare su un equipaggiamento peggiore, i cinesi costrinsero i rivali ad abbandonare completamente la Corea del Nord, almeno in quella specifica fase della guerra.

Il cinema cinese prende il volo

Ebbene, in questo momento, il film che ha totalizzato più incassi al mondo non è l’ultimo film della saga di James Bond e neppure Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli della Marvel. È proprio La Battaglia del Lago Changjin. Stiamo parlando di un film ambientato negli anni ’50 e incentrato sulla storia di un gruppo di soldati cinesi che sconfiggono le truppe americane nonostante la grande disparità di mezzi.

Un po’ di numeri per capire quanto la Cina sia stata brava a confezionare una pellicola che ha consentito a Pechino di cogliere frutti dolcissimi, anche oltre la Muraglia: in sole due settimane dall’uscita, La Battaglia del Lago Changjin ha incassato più di 633 milioni di dollari al botteghino mondiale. Questo lo pone molto più avanti in classifica (e con un risultato raggiunto nella metà del tempo) di Shang-Chi che ne ha incassati finora 402.

Insomma, il film sulla guerra coreana è destinato a diventare il film con il maggior incasso di sempre in Cina. Il suo successo è una buona notizia per il settore cinematografico cinese colpito dalla pandemia, con i cinema costretti a chiudere e riaprire più volte negli ultimi due anni. Ed è una notizia ancora migliore per lo Stato cinese, che sembra aver trovato nel cinema un ottima arma di propaganda di massa.

Pechino e Hollywood

La Cina ha iniziato a utilizzare il cinema come strumento di soft power moderno, e non solo come grancassa mediatica per rilanciare la solita propaganda di Stato, tipica dei tempi che furono. Oggi il settore cinematografico cinese ha fatto enormi passi in avanti, e sta cercando di competere in tutti i modi con Hollywood, e dunque con il soft power americano. Come ha scritto la rivista The Atlantic, nel 2020 il mercato cinematografico cinese ha superato quello del Nord America come il più grande botteghino del mondo. Questo significa che, al di là della qualità dei film realizzati dalle rispettive case di produzione, la Cina può liberare la forza d’urto dei suoi cittadini (1,4 miliardi), sempre più ricchi e protagonisti di un mercato potenzialmente immenso.

Se qualche decennio fa, tranne eccezioni specifiche, i film occidentali non degnavano di uno sguardo le dinamiche cinesi, oggi i kolossal di Hollywood fanno a gara per accedere nelle sale dell’Impero di Mezzo. Negli ultimi anni si è creato una specie di effetto domino: gli studi di Hollywood fanno il possibile per superare la censura ed entrare in Cina, mentre Pechino cerca di controllare le dinamiche cinematografiche hollywoodiane. In che modo? Considerando che il Dragone inserisce all’interno del suo mercato una quota ristretta sul numero di film stranieri proiettati ogni anno, Hollywood starebbe attuando una sorta di autocensura preventiva per compiacere la Cina, o meglio, non far arrabbiare il governo cinese.

L’arma del soft power

Commissionato dal governo cinese, La Battaglia del Lago Changjin è solo uno dei tanti film nazionalisti che sono diventati grandi successi commerciali in Cina negli ultimi anni. Ad esempio, nel 2017, Wolf Warrior 2, su un soldato cinese che salva centinaia di persone in un teatro di guerra africano, ha incassato la cifra record di 1,6 miliardi di yuan (238 milioni di dollari) in una sola settimana.

Allo stesso tempo, l’industria cinematografica cinese ha avviato la realizzazione dei propri franchise ad alto budget, riducendo la dipendenza dall’estero. In generale, possiamo fare due considerazioni. La prima: la Cina è semplicemente diventata troppo redditizia perché Hollywood possa resisterle; la seconda: quella che i critici potrebbero chiamare censura, per gli studios di Hollywood potrebbe essere una semplice strategia di ingresso nel mercato cinese.