La Cina e la diplomazia dei panda

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I principali siti cinesi di informazione sono soliti dedicare un’ampia copertura alle notizie riguardanti i panda. Accanto allo spazio dedicato alle attività di Xi Jinping, all’economia, alla politica e allo sviluppo nazionale coniugato in tutte le sue forme, in primo piano compaiono spesso focus dedicati ai simpatici animaletti bianchi e neri. Dalla nascita di un nuovo cucciolo in uno zoo del Paese ai panda giganti selvatici avvistati mentre camminano nella neve, dal panda che rotola per divertirsi a quello che abbraccia la gamba del suo allevatore, gli articoli sul tema sono pressoché infiniti.

Non è un caso che Pechino attribuisca così tanta importanza a questo mammifero. Il panda è innanzitutto considerato un tesoro inestimabile della nazione cinese perché proveniente solo ed esclusivamente dalla Cina. Ai tempi della dinastia Zhou era descritto come un animale “invincibile, forte come una tigre”, e riceveva tributi di vario tipo. Oggi i panda vivono per lo più tra le province del Sichuan, dello Shaanxi e del Gansu. Se ne contano circa 1900-2000 allo stato brado, ai quali va aggiunta una popolazione composta circa 730 unità e ospitata da zoo e altre strutture gestite dall’uomo.

C’è, poi, un’altra ragione alla base dell’enorme attenzione mediatica che la Repubblica Popolare Cinese concede ai citati mammiferi, ed è quella che più ci interessa in questa sede. Pechino è infatti solita utilizzare i panda per promuovere scambi amichevoli e rafforzare le relazioni diplomatiche con i Paesi stranieri. Ci sono infatti quasi 60 panda giganti che vivono oltre la Muraglia e che, in sostanza, ricoprono il ruolo non ufficiale di “ambasciatori” della Cina all’estero.

La diplomazia dei panda

Nel 1972, due mesi dopo che l’allora presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon, visitò la Cina, ponendo fine ad oltre due decenni di tensione tra i due Paesi, una coppia di panda di 18 mesi fu spedita da Pechino negli Stati Uniti come regalo conciliatore. Per la precisione, i due mammiferi, chiamati Hsing-Hsin e Ling-Ling, furono inviati negli Usa dal premier cinese Zhou Enlai, in uno dei forse più noti esempi della cosiddetta diplomazia dei panda.

L’usanza cinese di inviare i panda come doni diplomatici è una pratica cinese antichissima, risale alla dinastia Tang (618-907 d.C.) ma è stata sostanzialmente mantenuta intatta fino ai giorni nostri. Il suo significato? La Cina spedisce in giro per il mondo i suoi panda in segno di amicizia, per rafforzare i legami nazionali con un dato Paese oppure per stabilire buone relazioni a lungo termine con gli Stati.

I panda, del resto, sono morbidi e coccolosi, e incarnano tutto quello che serve per conquistare i cuori e le menti delle persone. Questi animali, quindi, sono diventati parte integrante dell’immagine internazionale di Pechino e vengono impiegati per agevolare la diplomazia.

La Cina ha però smesso di regalari all’inizio degli anni Ottanta, e ha invece iniziato a prestarli per una tariffa di circa 1 milione di dollari all’anno ad esemplare. E previa sottoscrizione da parte dei governi riceventi di condizioni di prestito ben precise, come la costruzione di strutture per la cura degli animali e l’obbligo di riportare la loro eventuale prole in Cina.

Affari e amicizia

La Cina assegna insomme un’enorme importanza alla diplomazia dei panda, tanto è vero che soltanto i Paesi “prescelti” dalla diplomazia di Pechino possono vantare la particolarità di ospitare un panda ricevuto dal governo cinese.

Andando a ritroso nel tempo ci sono diversi episodi da menzionare. Nel 1941, prima della nascita della Cina comunista, due panda furono inviati negli Stati Uniti da Chiang Kai-shek. Nel 1950, Mao Zedong proseguì l’usanza facendo altrettanto con gli alleati comunisti del Paese, che includevano Corea del Nord e Unione Sovietica.

In tempi più recenti, il governo cinese ha spedito una coppia di panda alla Malesia come segnale distensivo, dopo che la scomparsa del volo 370 della Malaysian Airlines, avvenuto nel marzo 2014, aveva messo a dura prova le relazioni tra Pechino e Kuala Lumpur.

In altri casi l’invio dei panda coincide con la firma di accordi strategici. Nel 2011, lo zoo di Edimburgo ricevette la sua prima coppia di panda nell’ambito di un’intesa supervisionata dagli stessi funzionari cinesi incaricati di negoziare con la Scozia contratti del valore di 2,6 miliardi di sterline in una serie di settori come la petrolchimica, la tecnologia delle energie rinnovabili e il commercio della carne di salmone.

Nessun leader, tuttavia, sa quanto i panda simboleggiano l’amicizia duratura con Pechino più del presidente russo Vladimir Putin. La Cina ha regalato alla Russia due panda nell’aprile 2019 nell’ambito di un prestito di 15 anni. Il 30 luglio 2023, tra l’altro, lo zoo di Mosca ha organizzato una festa di compleanno per celebrare il settimo e l’ottavo compleanno di Ding Ding e Ru Yi, ovvero i due panda giganti ricevuti dalla Repubblica Popolare Cinese.

Un panda è per sempre (o quasi)

La China Wildlife Conservation Association ha annunciato che la Cina ha concluso accordi per prestare alcuni panda giganti agli zoo di Spagna e Stati Uniti. “Le principali istituzioni cinesi hanno firmato accordi con lo zoo di Madrid in Spagna e con lo zoo di San Diego negli Stati Uniti per un nuovo ciclo di cooperazione internazionale nella protezione dei panda giganti”, ha detto Mao Ning, portavoce del ministero degli Esteri cinese, durante una conferenza stampa.

La notizia segue il richiamo da parte della Cina, nel 2023, di tre panda giganti dallo zoo nazionale di Washington e di uno precedentemente assegnato allo zoo di Memphis nel Tennessee (a quel punto erano rimasti solo quattro panda negli Stati Uniti, tutti allo zoo di Atlanta, in Georgia), oltre ai due che vivevano ad Edimburgo. Le suddette decisioni erano arrivate in un momento di crescenti tensioni nelle relazioni tra Pechino e l’Occidente. La rinnovata ondata di diplomazia dei panda dovrebbe contribuire ad allentare le pressioni.

In ogni caso, al momento i Paesi che ospitano sul loro territorio panda cinesi sono: Stati Uniti, Messico, Regno Unito, Spagna, Francia, Finlandia, Russia, Germania, Corea del Nord, Corea del Sud, Giappone, Thailandia, Indonesia, Malesia e Australia.

A proposito di soft power, attenzione a dove finiranno i nuovi panda destinati ad approdare negli Usa: in California. Non in un posto qualunque, bensì nella patria dell’industria tecnologica statunitense e della Silicon Valley, nonché epicentro dell’intelligenza artificiale mondiale. L’obiettivo di Pechino, neanche troppo velato, appare evidente: corteggiare il più possibile il pubblico americano in vista, chissà, di accordi, intese e futuri investimenti strategici.