Diventa fotoreporter IMPARA DAI PROFESSIONISTI
Società /

Esattamente otto mesi dopo che il “Paziente Zero” israeliano positivo al Covid-19 è arrivato qui con un volo da Roma, la nazione si trova ancora nel pieno di un’altalenante battaglia contro il virus. Israele è stato uno dei primi stati a dare ascolto ai consigli provenienti dall’Italia e a chiudere i confini, nonché ad annunciare poco dopo un lockdown generale.

Israele potrebbe mettere in atto un terzo lockdown prima di dicembre

Tuttavia, Israele ha anche posto fine all’isolamento prima di molte altre nazioni, osservato un drammatico aumento della morbilità (di fatto conquistandosi per un breve periodo a inizio ottobre il primato mondiale per numero di casi per milione) e successivamente imposto un secondo lockdown. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si sta già vantando di avere una nazione “un passo avanti” rispetto all’Occidente in fatto di prendere misure preventive contro la pandemia.

In realtà non sembra che Israele si stia muovendo molto più rapidamente di altri Stati. Tutti gli indizi sembrano indicare che un terzo lockdown sia nei piani prima di dicembre.

La risposta di Israele al Covid riflette una generale incostanza

L’atteggiamento di Israele nei confronti del Coronavirus ricorda vagamente il suo modo di agire in molti altri ambiti. Sembrerebbe un comportamento bizzarro, portare il paese da un’atmosfera spensierata ad una reazione sproposita e viceversa, ripetutamente, senza mai assumere un controllo costante del diffondersi della pandemia. I vanti di Netanyahu non hanno giustificazione. Considerando i vantaggi preesistenti che Israele aveva nel dover fronteggiare una pandemia – un solo punto di accesso, che rende sostanzialmente Israele uno “Stato-isola”, e una popolazione relativamente giovane – avremmo potuto fare molto meglio. Ma è chiaro che il comportamento del governo è fortemente legato alla delicata situazione del premier, che sta affrontando problemi notevoli sia dal punto di vista legale che da quello politico.

Israele: più di 310mila casi di Covid-19

Sono stati identificati più di 310mila casi di Covid-19 in Israele dall’arrivo del primo caso a fine febbraio. Sono morti più di 2400 israeliani. Il Cfr (tasso di letalità) resta abbastanza basso – 0,075%, mentre la percentuale di test positivi è diminuita significativamente sotto il 3%. È stata osservata una quarantena totale per quattro settimane fino a metà ottobre, ma questa volta l’economia si sta riprendendo molto lentamente: i ristoranti ed i bar restano chiusi, solo gli asili hanno aperto questa settimana, mentre i ragazzi più grandi sono rimasti a casa.

Gli esperti mettono in guardia sulla perdita di anni di formazione ed i genitori trovano difficile tornare al lavoro, poiché la maggior parte dei bambini è a casa. Quasi un milione di israeliani è senza lavoro e le compagnie internazionali stanno considerando l’ipotesi di declassare il livello di credito della nazione. Per ragioni politiche Netanyahu ha insistito affinché quest’anno non fosse approvato il bilancio di Stato. Gli economisti temono già un “decennio perso” per Israele, proprio come quello affrontato dopo la guerra dello Yom Kippur del 1973.

Netanyahu non menziona il fallimento dell’uscita dal primo lockdown

Ciò che Netanyahu si dimentica di menzionare è che il secondo lockdown è stato necessario soltanto perché il suo governo ha fallito ad abbandonare il primo, troppo velocemente e senza un piano effettivo. A quel punto, a maggio, il primo ministro ha incitato i cittadini ad “uscire e divertirsi”. Non è stato preso nessun accorgimento, ed il governo ha anzi permesso il ripristino della celebrazione di matrimoni e di altri raduni famigliari con centinaia di partecipanti ciascuno. Una volta giunti a settembre, Israele registrava 10.000 nuovi casi al giorno. Un secondo lockdown era inevitabile. Il Covid-19, in Israele come in qualsiasi altro posto, agisce come una perfetta radiografia che rileva accuratamente le debolezze di ciascuna nazione. In Israele, questo ha a che fare prima di tutto con la mancanza di un piano a lungo termine e di cooperazione con i cittadini. L’unione di una democrazia di stampo occidentale ed una popolazione culturalmente mediterranea non è di buon auspicio quando si cerca di combattere una pandemia.

Questo andamento peggiora poi a causa delle tensioni interne fra le diverse sfere della società israeliana. Ciascun gruppo cerca di ottenere restrizioni più moderate per se stesso, lamentandosi di essere trattato in modo discriminatorio rispetto agli altri.

Quanto i problemi di Netanyahu incidono sulla pandemia

Aggiungete tutto questo ai problemi personali di Netanyahu. È attualmente sotto processo per tre accuse di corruzione e la corte distrettuale di Gerusalemme riprenderà le discussioni a dicembre, questa volta aspettandosi che il premier si presenti ad almeno una parte delle sessioni. Netanyahu non nasconde più la sua intenzione di fermare il processo ad ogni costo. Perché questo possa accadere, però, Netanyahu ha bisogno di nuove elezioni, dove spera di ottenere una solida maggioranza di membri Knesset che supportino i suoi tentativi di modificare la legge e vietare che un primo ministro in carica possa essere incriminato.

L’ostacolo? La sintesi fra la pandemia ed il peggioramento dei problemi economici non ha giovato alla sua popolarità. Ma Netanyahu non perde mai la speranza; sta ancora cercando di trovare un modo per sciogliere il governo di unità nazionale e promuovere nuove elezioni.

Affinché questo piano possa avere anche solo una minima chance di successo, Netanyahu ha il disperato bisogno del supporto di due partiti degli ebrei ultra-ortodossi (haredim), che sono stati suoi naturali alleati politici per gran parte dello scorso decennio. Tuttavia, sono proprio i votanti di questi partiti ad essere stati più duramente colpiti dalla pandemia. La popolazione ultra-ortodossa è composta prevalentemente da grandi famiglie, che vivono in condizioni bisognose in appartamenti sovraffollati. Sono anche estremamente sospettosi nei confronti del governo e di altri organi statali. Il numero di casi ed il tasso di fatalità in questo gruppo è tre volte maggiore rispetto alla loro percentuale nella popolazione generale.

Tuttavia i loro capi religiosi, i rabbini, si stanno dimostrando più preoccupati di come l’isolamento abbia influito sui principi del loro gregge. Al fine di mantenere i loro valori conservatori e assai arcaici, non permettono ai fedeli di utilizzare Internet o guardare la televisione per paura che possano essere esposti a contenuti “immorali”. Perciò, la didattica a casa tramite computer è virtualmente impossibile. È per questo motivo che, quando i rabbini hanno insistito che tutte le Yeshivas (scuole bibliche) riaprissero immediatamente una volta che il lockdown fosse stato allentato, Netanyahu si è arreso alle loro pressioni e non ha mandato la polizia a forzarne la chiusura. È troppo dipendente dai partiti haredim per rischiare un confronto.

Il doppiopesismo che fa infuriare gli israeliani

Tutto ciò manda ovviamente il resto degli israeliani su tutte le furie. Non solo pagano più tasse degli ultra-ortodossi e sono obbligati a servire nell’esercito (mentre la maggior parte degli haredim è esente dal servizio), ma ora devono anche subire il fatto che i loro bambini siano a casa, mentre gli altri tornano a scuola.

Secondo i frequenti sondaggi di opinione, questa evidente e sfacciata discriminazione insieme ai problemi economici ha diminuito le probabilità di successo di Netanyahu. La maggior parte della popolazione israeliana pensa che il premier abbia fallito nel gestire il virus. E per la prima volta uno sfidante di destra, Naftali Bennet, gli sta con il fiato sul collo nei sondaggi più recenti.

Continuano i Trionfi Diplomatici di Netanyahu

Nel bel mezzo di questo caos, Netanyahu è riuscito comunque a stupire con alcune mosse diplomatiche mozzafiato. Dopo l’annuncio a sorpresa degli accordi di normalizzazione con gli Emirati Arabi ed il Bahrain a settembre, la scorsa settimana ha presentato un terzo accordo, questa volta con il Sudan. Girano anche voci di un altro passo avanti, grazie al sostegno americano, probabilmente con l’Arabia Saudita o il Qatar.

Ma è precisamente qui che scatta la tragedia di Netanyahu. Nonostante sia uno statista oltremodo talentuoso, non è più in grado di emozionare il pubblico israeliano. Proprio nel momento in cui la sua vecchia cantilena circa il bypassare il conflitto palestinese e migliorare i rapporti con il mondo arabo è finalmente divenuta realtà, a molti dei votanti non potrebbe interessare di meno. Rivogliono la loro vecchia vita.

Netanyahu, che non è in grado di far accadere una tale miracolo questa volta, dà la colpa al pubblico, chiamandolo ingrato. Il Covid-19 potrebbe proprio essere la sua rovina, ancora prima che la corte pronunci il suo verdetto finale.

.
Sogni di diventare fotoreporter?
SCOPRI L'ACADEMY