Contraddizioni, notizie prima confermate, poi smentite e viceversa. Da più di un anno l’Italia si trova nella morsa del Covid con una precaria gestione della comunicazione, elemento quest’ultimo in grado di fare ancora più danni della stessa pandemia. L’ultimo caso, in ordine di tempo, è quello relativo al vaccino AstraZeneca. Anche qui, nel marasma di un flusso incontrollato di notizie, il nostro Paese ha rischiato di sprofondare nella confusione.

Il caso AstraZeneca

Da quando è partita la campagna vaccinale in Italia lo scorso 27 dicembre, le operazioni dirette ad immunizzare la popolazione sono andate a rilento e senza pochi intoppi. Tra le difficoltà a far riscaldare i motori della macchina organizzativa per consentire un’equa adesione da parte di tutte le Regioni, si è aggiunto poi un “incidente di percorso” dovuto alla vicenda AstraZeneca. Dopo alcuni casi di decesso, verificatisi dal nord al sud Italia, di persone che avevano in comune il fatto di essersi sottoposti, pochi giorni prima, alla somministrazione del vaccino anglo svedese, l’Aifa il 15 marzo scorso ha deciso di fermare la vaccinazione con le dosi proprio di AstraZeneca. Un provvedimento “in via del tutto precauzionale e temporanea in attesa dei pronunciamenti dell’Ema” si leggeva nella nota dell’Agenzia Italiana del Farmaco che, in quel frangente, si è adeguata anche alla linea assunta da altri Paesi Europei.

Uno stop dettato dalla necessità di far chiarezza su quelle morti e sugli eventi avversi in generale registrati fino a quel momento. Pochi giorni dopo, il 18 marzo, è arrivato il nuovo via libera dell’Ema: “Il vaccino AstraZeneca è sicuro ed efficace contro il coronavirus e i benefici sono ampiamente superiori ai rischi – ha recitato il comunicato dell’agenzia europea – Non sono emersi legami tra il vaccino ed eventi tromboembolici. Faremo degli studi specifici sugli effetti collaterali”. Fatta chiarezza sui casi avversi, sono però bastati quattro giorni di pausa per rallentare con importanti ripercussioni negative la campagna vaccinale. In tutto questo, a contribuire al rallentamento delle somministrazioni, si è aggiunta anche la paura di tante persone che hanno cancellato le prenotazioni senza poi più registrarsi.

Gli effetti dell’infopandemia sui cittadini

Sul fronte dei vaccini si è generata dunque una confusione i cui effetti fanno sentire forte il loro peso. Ma l’Italia non è nuova alla confusione quando si parla di coronavirus. Da più di un anno il Paese è disorientato da pareri discordanti che camminano di pari passo col Covid e non aiutano a fare chiarezza. A confermarlo su InsideOver è stato il sociologo Marino D’Amore, docente all’Università Niccolò Cusano, il quale per spiegare meglio questo fenomeno già dallo scorso anno ha introdotto un termine che la dice tutta: infopandemia. “Lo scenario – ha spiegato il professore – ha generato una comunicazione contraddittoria, conflittuale e quindi profondamente divisiva. Un’infodemia, anzi un’infopandemia da cui è scaturita un’iperstimolazione informativa fondata sul contrasto tra le differenti posizioni presenti all’interno del mondo scientifico e di quello istituzionale”.

Tutti gli italiani infatti ben ricordano una forte presenza televisiva di immunologi e virologi divisi tra visioni catastrofiste e altre eccessivamente tranquillizzanti. Mentre invece nel mondo istituzionale, l’emergenza è stata a volte strumentalizzata: “L’epidemia si è contestualizzata come un ostaggio tematico, strumentalizzato nell’ambito del dibattito politico come espressione, nemmeno troppo nascosta, di una campagna elettorale perpetua”.

Uno scenario che non ha fatto altro che generare confusione: “In tal modo – ha proseguito Marino – si è alimentato l’analfabetismo funzionale di grandi porzioni di pubblico, ma soprattutto si è palesata la drammatica assenza di una strategia condivisa tra Stati e all’interno di ogni singola nazione.” Le conseguenze di tutto ciò sono ancora oggi ben evidenti: “Fenomeni come quelli negazionisti e complottisti – ha aggiunto il sociologo – nascono proprio da questa totale incomprensione del messaggio, celato dietro la presunzione di conoscere la verità, che diventa post-verità, delegittimando i veri opinion leader in questo campo, quelle che dovrebbero essere le uniche fonti attendibili, ossia i medici”.

“Abbiamo commesso lo stesso errore”

Un anno fa l’Italia, così come il resto del mondo, si è ritrovata spiazzata dall’arrivo del virus. Questo, ma solo in parte, potrebbe giustificare gli errori compiuti nei primi mesi di emergenza. Vale a livello politico, così come anche sotto il profilo mediatico e comunicativo. La vicenda legata al vaccino AstraZeneca ha svelato uno dei risvolti più inquietanti dell’intera gestione dell’epidemia. E cioè che il nostro Paese non ha imparato nulla dagli errori: “Purtroppo, è necessario constatare – ha dichiarato Marino D’Amore – che l’esperienza passata non ha insegnato nulla, è stata relegata al rango di memoria sbiadita e inutile”. Secondo il sociologo, le decisioni prese sul vaccino dell’azienda anglo – svedese hanno contribuito a creare ulteriore confusione: “Si è trattato – ha proseguito – di un altro caso di infopandemia”.

D’Amore ha puntato il dito non solo sulla scelta improvvisa di sospendere le somministrazioni delle dosi di AstraZeneca, ma anche sulla comunicazione data in Italia e nel resto d’Europa dopo il nuovo via libera al vaccino: “L’Ema – ha sottolineato il sociologo – dopo due giorni ha affermato di non aver riscontrato una causalità tra la vaccinazione e i decessi che, in ordine di tempo, ne sono seguiti, sottolineando che i benefici sono molto maggiori rispetto ai rischi. Ammettendo, di fatto, la presenza di rischi”. Una circostanza, quest’ultima, in grado di creare ulteriore caos nelle informazioni: “Si conosceva già la presenza di rischi, ogni farmaco presenta delle controindicazioni ma in questo modo tutto si è connotato come una sorta di scarico di responsabilità. Le morti registrate dopo i vaccini, ovviamente drammatiche, sono state infinitamente più mediatizzate e rese visibili, amplificandone la percezione”. Errori quindi in grado di far aumentare la confusione, soprattutto tra i cittadini.

La confusione un ostacolo alla campagna vaccinale

Il passo falso nella vicenda AstraZeneca ovviamente potrebbe aver avuto gravi risvolti sull’intera campagna vaccinale. La popolazione, piuttosto che convergere verso l’evidente esigenza di dover aumentare il tasso di vaccinazione per far indietreggiare il virus, si è ritrovata a dover fare i conti con molti dubbi sulla bontà delle dosi. Recuperare non è semplice: “Per farlo – ha rimarcato ancora Marino D’Amore – occorre ci sia chiarezza. E sottolineare sempre che il vaccino è indispensabile per uscire dal tunnel del virus. Ognuno dei tre lo è. La vera questione è quella relativa alla costruzione di una comunicazione trasparente, esauriente e cristallina sull’argomento, che si fondi sul pluralismo e sul confronto”. Elementi che sono mancati soprattutto in questa fase, dove, al contrario, le decisioni sono state dettate più dall’impulso che dalla razionalità.

In poche parole, l’Italia per ripartire deve sconfiggere simultaneamente la pandemia e l’infopandemia. Impossibile prescindere, nella guerra al virus, da un’informazione in grado di rinsaldare nuovamente cittadini e autorità politiche e scientifiche: “Il fatto che il generale Figliuolo abbia già utilizzato il vaccino AstraZeneca e che Mario Draghi si appresti a farlo – ha concluso D’Amore – si configura come un’ottima operazione riabilitativa per la sua credibilità, nell’ambito di quella chiarezza comunicativa di cui parlavo e, soprattutto, nella speranza che non ci siano più brutte notizie. Da ora in poi è sempre più necessario il confronto ed ascoltare i medici e non i leoni da tastiera”.