È un Paese molto vasto, uno dei più grandi dell’Africa e che arriva ad abbracciare anche l’Equatore. La sua grandezza va di pari passo con la sua ricchezza di risorse, diamanti in primis. Ma a questo, purtroppo, corrisponde un Paese difficile da controllare e perennemente instabile, che ne fa uno dei più poveri del continente nero. Più volte nel corso della storia si assiste al cambiamento del suo nome, indice dell’instabilità che regna al suo interno: prima Stato libero del Congo, poi Congo belga, quindi semplicemente Congo, per poi invece essere conosciuto come Zaire durante l’era di Mubutu. Oggi questo Stato viene chiamato Repubblica Democratica del Congo, ma è più comunemente conosciuto come “Congo Kinshasa” (nome della sua capitale) per distinguerlo dall’altro confinante Congo, quello con capitale Brazzaville. In questi giorni si torna a parlare di Congo per via di una grave epidemia di ebola, affiancata ad una ripresa di scontri con alcuni gruppi terroristici. Una miscela esplosiva, che sul terreno lascia la preoccupazione per circa 13 milioni di persone che rischiano di essere ridotte allo stremo.

Il caos nella regione del North Kivu

Epicentro del caos è la regione del North Kivu, tra le più piccole del Paese ma la cui instabilità crea da circa un ventennio più di generici grattacapi per il governo centrale della lontana Kinshasa.  L’elemento geografico che segna maggiormente la regione, alla quale dà il nome, è il lago Kivu: a nord vi è per l’appunto il North Kivu, a sud il South Kivu. La regione settentrionale, il cui capoluogo è l’importante città di Goma, confina con Uganda e Ruanda. La porosità di questi confini crea sia al Congo che ai Paesi sopra menzionati importanti problemi. Scorribande di miliziani, terroristi, mercenari e quant’altro contribuiscono, soprattutto dal 2003, ad alimentare uno stato di guerra perenne che pone le zone orientali della Repubblica Democratica del Congo sostanzialmente quasi fuori controllo. Ribelli tutsi, ribelli filo ugandesi, separatisti locali, ma anche miliziani jihadisti: nel corso delle ultime due decadi in questa regione il territorio è conteso da una variegata serie di gruppi in lotta tra loro. Del resto l’importanza delle risorse qui presenti, a partire come detto dai diamanti, fa sì che nessuno voglia perdere l’occasione di spartirsi un’immensa torta di affari.

Da qualche anno a questa parte l’insidia più importante per il governo centrale e le istituzioni locali, appare rappresentata dalla cosiddetta Alliance of Democratic Forces. Si tratta di un gruppo islamista nato in Uganda, ma attivo da più di dieci anni anche nel North Kivu. Dal 2014 i miliziani vengono in alcuni casi accostati alle bandiere nere dell’Isis, soprattutto per via delle modalità dei loro attacchi in alcuni casi molto simili a quelli che Boko Haram compie in Nigeria. Il più tristemente famoso e macabro è quello del 14 agosto 2016, compiuto nella cittadina di Beni, circa 200 km a nord  di Goma e vicina al confine con l’Uganda. In quel giorno si calcola che quasi cento inermi cittadini siano stati uccisi sorpresi nel sonno, dopo un’irruzione dei terroristi compiuta in città in piena notte. L’accusa è nei confronti dell’Alliance of Democratic Forces, alcuni giorni dopo sei membri dell’organizzazione vengono arrestati.

La comparsa dell’ebola

Dal 2016 la situazione non appare purtroppo cambiata. Anzi, gli attacchi sono proseguiti e l’elenco delle vittime civili nel North Kivu aumenta anno dopo anno. A questo contesto, dal primo agosto scorso, bisogna aggiungere l’irruzione nella regione di una nuova potente epidemia di ebola. Se ne parla poco, ma i numeri e la crisi innescata non è diversa da quella del 2014 che ha rischiato di portare al collasso i già fragili Paesi dell’Africa occidentale quali Sierra Leone, Libera e Guinea. In appena cinque mesi, dalla comparsa cioè del primo caso di ebola nella regione, si stima che i morti siano 275, ad essere contagiate invece sono in totale quasi 500 persone. Una situazione che sta creando ulteriore panico ed ulteriore paura nel North Kivu, specie nella zona di Beni. La cittadina, oltre ad essere bersaglio dei miliziani islamisti, è anche epicentro del nuovo focolare di ebola.

Un contesto dunque sempre più difficile, giorno dopo giorno. I cittadini, di fatto, devono guardarsi sia dai terroristi che dal virus. E la situazione rischia di farsi sempre più incandescente. Gli ultimi attacchi, avvenuti lo scorso 6 dicembre, hanno ucciso 17 persone in una sola giornata: molti di loro erano contadini inermi intenti a lavorare nei campi attorno a Beni, raggiunti dalla furia dei miliziani armati. I continui attacchi islamisti costringono la popolazione a fuggire, spesso i civili di Beni provano a ripararsi nelle foreste attorno la città. Ma questo ovviamente complica il contrasto all’ebola, con operatori medici ed autorità costretti a sospendere i servizi di assistenza e cura. Il rischio inoltre è che, allontanandosi verso le foreste, l’epidemia possa trovare maggior linfa per la sua drammatica espansione. Se si aggiunge anche il fatto che le regioni orientali del Congo appaiono provate da una carestia iniziata nei mesi scorsi, l’Oxfam calcola che almeno tredici milioni di persone siano a rischio indigenza. Si muore di fame, si muore di ebola e si muore per gli attacchi dei miliziani: una polveriera a cui il governo di Kinshasa fatica a dare risposte. Ciò che più preoccupa, oltre agli elementi sopra riportati, è anche il silenzio: questi fatti non sembrano interessare, c’è poca attenzione a livello internazionale.

La popolazione del North Kivu e dell’est del Congo, rischia di essere sopraffatta dagli eventi ed i Paesi confinanti potrebbero vedere anche la comparsa di una possibile crisi dovuta al tentativo di fuga di centinaia di cittadini.