L’addio a Bruno Pizzul, ultimo cantore della Nazionale azzurra

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI

La Nazionale di calcio è forse l’unico reale riferimento identitario dell’Italia moderna. E chi ne commenta le partite dunque, è molto più di un cronista o di un giornalista. Al contrario, è un vero “cantore” dei giocatori in maglia azzurra, colui che ha il compito di mediare tra il campo di gioco e il resto del Paese. Nando Martellini ha urlato per tre volte “campioni del mondo” nel 1982, quando la nazionale di Bearzot a Madrid ha conquistato il suo terzo mondiale. E in quelle urla, innalzate con uno stile d’altri tempi dalla tribuna del Bernabeu, c’erano le urla di un’Italia che grazie a quella coppa si è tolta non pochi sassolini dalle scarpe e si è lasciata alle spalle anni difficili.

Bruno Pizzul, dal canto suo, non ha mai potuto celebrare le vittorie azzurre. Il destino ha voluto che il ciclo di mondiali da lui commentati sia andato da Messico 86 (il primo dopo l’impresa di Madrid) a Giappone/Corea 2002 (l’ultimo prima del trionfo di Berlino del 2006). Eppure il telecronista, originario del Friuli più profondo e orgoglioso, più degli altri ha incarnato il concetto di cantore della nazionale. Anche oggi, dopo la sua morte, viene difficile non pensare alla sua voce di sottofondo quando si parla delle partite dell’Italia.

Un telecronista appassionato ma garbato

La prima vera peculiarità di Pizzul ha riguardato l’immedesimazione. Se è vero che commentare la partita della nazionale vuol dire anche immergersi nella parte dei tifosi, Pizzul in tal senso spesso è apparso come “primo tifoso“. Ma sempre nel rispetto del suo ruolo e della professionalità. Quando la sfida si metteva male per l’Italia, la voce di Pizzul quasi spariva. Ma quando c’era un colpo di scena favorevole per gli azzurri, il suo tono diventava improvvisamente più acceso e più fermo. Un esempio è dato dai continui “alti e bassi” del mondiale di Usa 1994.

Nella sfida degli ottavi contro la Nigeria, con l’Italia fuori dal torneo a un minuto dal termine, Pizzul sembrava quasi affranto: “Finiamo in un clima sconfortante”, dichiarava mentre i nigeriani facevano la cosiddetta “melina” con il pallone. Poi, quasi all’improvviso, è arrivato sui piedi di Baggio il pallone della riscossa. Una palla “carambolata in area”, giusto per riprendere un’espressione molto usata dal cronista friulano, con il “divin codino” che è riuscito a metterla dentro. E Pizzul è letteralmente rientrato in cronaca: “E ci rimettiamo in carreggiata”, scandiva al microfono dopo aver esultato.

L’immedesimazione di Pizzul a volte era anche nei confronti del singolo giocatore. Nei mondiali del 1990, quello delle notti magiche, è stato il primo a coniare l’urlo “Forza Totò“. A ogni gol di Schillaci infatti, il telecronista appariva contento non solo per la nazionale ma anche per la vicenda personale dell’attaccante palermitano, divenuto improvviso eroe di quella estate.

Una voce senza eredi

Forse proprio questo mix tra la passione da tifoso e la correttezza da professionista ha contribuito a fare di Pizzul l’interprete perfetto della Nazionale. Anzi, ne ha fatto un vero e proprio accompagnatore. Da qui l’inscindibilità tra la sua voce e le partite degli azzurri. La sua carriera come telecronista si è chiusa in modo a dir poco iconico: era il settembre del 2002, la sua voce risentiva ancora della delusione legata al commento di Italia – Corea di pochi mesi prima (la sfida cioè che, con l’arbitraggio di Byron Moreno, ci aveva spediti fuori dal mondiale), e a Trieste si giocava un’amichevole tra gli azzurri e la Slovenia. Sarebbe stato il saluto perfetto, a due passi da casa e in un match organizzato per celebrare il riavvicinamento tra italiani e sloveni. Ma gli scontri tra i tifosi hanno macchiato quell’amichevole e hanno messo in secondo piano un addio divenuto ancora più cupo.

Di eredi Pizzul non ne ha avuti. Ma non per carenze assoggettabili a chi ne ha preso il posto. Più semplicemente, il calcio dopo di lui è cambiato e ne è cambiato anche il modo di viverlo e di raccontarlo. La Rai, ad esempio, non ha più il monopolio sulle partite degli azzurri e dunque ora di telecronisti ce n’è più di uno. E in una religione così tendenzialmente rigida e conservatrice come quella calcistica, non sono ammessi più Papi. Per questo l’ultimo per eccellenza è rimasto proprio lui, quel Bruno Pizzul icona di più generazioni di tifosi cresciuti con lui e che hanno avuto nella sua voce uno dei primi ricordi calcistici (e non solo) registrati.

Una piccola soddisfazione per Pizzul: poter dire “campioni d’Europa” nel 2021 anche se soltanto nella piazza della sua Cormons.