L’approvazione condizionata da parte dell’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) del donanemab – commercializzato da Eli Lilly con il nome Kisunla – rappresenta un cambiamento di rotta di non poco conto nella gestione terapeutica dell’Alzheimer in Europa. Dopo una prima valutazione negativa a marzo 2025, l’ente regolatorio ha concesso un parere favorevole per un uso limitato del farmaco, destinato esclusivamente a pazienti con sintomi precoci della malattia e in presenza di specifici requisiti genetici.
Questo anticorpo monoclonale, già approvato in Stati Uniti, Regno Unito, Giappone e Cina, agisce legandosi alle placche amiloidi nel cervello, contribuendo alla loro rimozione attraverso la fagocitosi. L’ok dell’EMA segue una nuova revisione dei dati clinici e le pressioni esercitate da parte di associazioni di pazienti, società scientifiche e della stessa casa farmaceutica, che ha fornito aggiornamenti sugli studi di fase III con esiti ritenuti favorevoli. La decisione del CHMP (Comitato per i medicinali per uso umano) arriva in un contesto di crescente domanda di trattamenti modificanti la malattia, e apre la strada alla commercializzazione di Kisunla nell’Unione Europea, in attesa della conferma da parte della Commissione.
Secondo quanto stabilito, il farmaco potrà essere prescritto solo a pazienti adulti con diagnosi clinica di decadimento cognitivo leggero o demenza lieve dovuta all’Alzheimer, e che non siano portatori omozigoti del gene APOE4, notoriamente associato a un maggiore rischio di sviluppare effetti collaterali gravi.
L’infusione, da somministrare mensilmente, dovrà avvenire esclusivamente in strutture specializzate, sotto la supervisione di team multidisciplinari addestrati al monitoraggio di reazioni avverse come le ARIA (Amyloid Related Imaging Abnormalities), ovvero alterazioni riscontrabili tramite risonanza magnetica, tra cui gonfiore e microemorragie cerebrali. Il trattamento, secondo i dati presentati, ha mostrato la capacità di rallentare la progressione dei sintomi cognitivi fino al 35% su un arco di 18 mesi, con un impatto rilevante anche sulla capacità funzionale dei pazienti. L’introduzione di dosi iniziali più basse e protocolli di controllo rigorosi fanno parte delle condizioni imposte dall’EMA per ridurre i rischi e garantire la sicurezza dei pazienti.
Dati clinici, benefici e limiti: cosa dicono gli studi
Il cuore della valutazione favorevole dell’EMA risiede nei risultati dello studio clinico di fase III TRAILBLAZER-ALZ 2, che ha coinvolto oltre 1.700 pazienti in fase iniziale della malattia. I dati pubblicati evidenziano come Kisunla abbia rallentato il declino cognitivo e funzionale del 35% rispetto al gruppo placebo, riducendo anche del 40% l’impatto del morbo sulla capacità di svolgere le attività quotidiane. Parallelamente, le scansioni cerebrali hanno dimostrato una riduzione delle placche amiloidi, confermando l’efficacia del meccanismo d’azione del donanemab.
Nonostante ciò, accanto ai benefici, non mancano le criticità: tra gli effetti collaterali più frequenti emergono appunto le ARIA, osservate anche in pazienti non portatori del gene APOE4, sebbene in misura minore rispetto agli omozigoti. Per questo motivo, il trattamento non sarà disponibile per tutti, ma limitato a una fascia selezionata di pazienti, in linea con un modello di approvazione condizionata già applicato ad altri farmaci come Leqembi.
Il principio attivo, somministrato sotto forma di infusione endovenosa mensile da 350 mg, agisce legandosi selettivamente alle placche amiloidi e attivando il sistema immunitario nella loro rimozione. I risultati sono stati presentati all’Alzheimer’s Association International Conference di Amsterdam e pubblicati su JAMA, ricevendo un ampio consenso nella comunità scientifica internazionale.
Resta comunque evidente come il trattamento non costituisca una cura definitiva, ma un intervento in grado di modificare temporaneamente il decorso della malattia, rallentandone la progressione. La necessità di selezionare con estrema attenzione i pazienti eleggibili rende la sua adozione una sfida anche sul piano organizzativo e sanitario, soprattutto nei sistemi pubblici europei. La stessa Eli Lilly ha dichiarato che ulteriori studi clinici sono in corso per verificare la tollerabilità di dosi differenti e la possibilità di estendere l’utilizzo a un numero maggiore di pazienti, mantenendo al contempo un profilo di sicurezza accettabile.
Le implicazioni per i sistemi sanitari
L’approvazione condizionata di Kisunla pone ora nuove sfide a livello sanitario e politico, in particolare per quanto riguarda la riorganizzazione dei percorsi diagnostici e terapeutici nei vari Stati membri dell’UE. In Italia, neurologi e società scientifiche – tra cui SIN e SINDEM – hanno definito questo passaggio “una pietra miliare nella storia della neurologia clinica”, chiedendo un immediato aggiornamento del modello assistenziale nazionale.
Affinché il trattamento non resti accessibile solo a una ristretta élite di pazienti, occorrerà rafforzare la rete della diagnosi precoce, garantire un accesso omogeneo ai biomarcatori – inclusi quelli plasmatici – e formare medici e personale sanitario alla gestione dei trattamenti ad alta complessità. La somministrazione di donanemab richiede infatti risorse diagnostiche avanzate (in particolare risonanze magnetiche di controllo), team clinici multidisciplinari e centri ospedalieri accreditati per trattamenti sperimentali.
Il sistema di registrazione centralizzata previsto come parte del programma di accesso controllato sarà un altro elemento essenziale nella distribuzione equa del farmaco, e ne limiterà l’uso a casi selezionati e tracciabili. Le linee guida cliniche dovranno essere aggiornate tempestivamente per includere la nuova opzione terapeutica, mentre sarà essenziale valutare l’impatto economico dell’inserimento del farmaco nei prontuari regionali e nei LEA.
Il prezzo del trattamento, non ancora comunicato, potrebbe rappresentare un altro fattore limitante, in particolare per i sistemi sanitari pubblici già sottoposti a pressioni strutturali. Ma ad ogni modo, l’interesse degli investitori e la spinta dell’opinione pubblica e delle associazioni dei pazienti potrebbero accelerare il processo di inclusione nei programmi di rimborsabilità, ponendo l’Alzheimer al centro di un dibattito più ampio sulla sostenibilità dell’innovazione terapeutica.
Un avanzamento che impone nuove responsabilità
L’autorizzazione condizionata di Kisunla determina dunque un progresso tangibile nel trattamento dell’Alzheimer, in particolare per quella fascia di pazienti che si trova nelle fasi iniziali della patologia e per i quali le terapie finora disponibili erano essenzialmente sintomatiche. Donanemab rappresenta un’opzione terapeutica capace di intervenire sui meccanismi patogenetici della malattia, dando concretezza all’idea di una medicina personalizzata basata su criteri genetici e biomarcatori precisi.
Ma l’adozione di questo farmaco impone anche una riflessione sulle diseguaglianze nell’accesso alle cure, sulle capacità operative dei sistemi sanitari e sulle priorità di investimento nella ricerca neurologica. L’Italia, come altri Paesi UE, sarà chiamata a rispondere non solo con l’aggiornamento dei protocolli clinici, ma anche con la creazione di una rete nazionale capace di garantire equità e tempestività nelle diagnosi, nelle prescrizioni e nei controlli di sicurezza.
La validazione scientifica del donanemab è il risultato di più di dieci anni di ricerca e sperimentazione clinica, ma da sola non basta: la presenza di limitazioni genetiche e logistiche nell’impiego del farmaco obbliga i decisori politici a mettere in campo strategie di lungo periodo, basate su una visione integrata tra innovazione farmaceutica, medicina di precisione e inclusione sociale. Anche perché nuove molecole simili sono già in fase avanzata di sviluppo e potrebbero nei prossimi anni ampliare la gamma delle opzioni disponibili.
In questo scenario, Kisunla non è soltanto un farmaco, ma il primo tassello di una trasformazione profonda nella gestione delle demenze neurodegenerative. La sfida per i sistemi sanitari europei sarà riuscire a coglierne le opportunità, contenendone al contempo i rischi e garantendo che nessun paziente venga escluso per motivi economici, geografici o strutturali. La lotta all’Alzheimer è entrata in una nuova fase: ora serve un cambio di passo anche nella capacità di risposta del sistema pubblico e decisionale.
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