Il 14 ottobre ha avuto inizio l’edizione 2021 del Festival del cinema di Roma, il secondo appuntamento cinematografico più seguito e prestigioso del Bel Paese – superato soltanto dalla Mostra internazionale del cinema di Venezia –, e tra i grandi ospiti che sfileranno prossimamente sul tappeto rosso, curiosamente, si trova quella potenza in ascesa che è il Kazakistan.

Più di un semplice documentario

La potenza-guida dell’Asia centrale, di cui quest’anno ricorre il trentennale dell’indipendenza dall’Unione Sovietica, monopolizzerà l’attenzione degli spettatori e dei critici del Festival del cinema di Roma per circa due ore il prossimo mercoledì. Quel giorno, infatti, a partire dalle ore 16, presso l’Auditorium della Sala Sinopoli, verrà proiettato l’episodio pilota del documentario Qazaq. History of the Golden Man.

Il documentario introdurrà il pubblico alla storia del Kazakistan e, non meno importante, alla figura di Nursultan Nazarbaev, l’uomo che lo ha reso indipendente, emancipandolo dalla piaga del nucleare e seguendolo dai primi passi fino alla maturità. Composto da otto puntate, che sono state girate nell’arco di diciannove mesi, il documentario è una produzione Global Tree Pictures e porta la firma di un mostro sacro di Hollywood: il regista pluripremiato Oliver Stone.

Proiettato per la prima volta lo scorso 6 luglio, in occasione del compleanno dell’ex presidente kazako, Qazaq è rapidamente diventato un fenomeno attrattivo dentro e fuori il Kazakistan. L’approdo al Festival del cinema di Roma, alla luce di ciò, era più che pronosticabile: era inevitabile. E non è (soltanto) Oliver Stone il motivo per cui questo documentario va magnetizzando la luce dei riflettori e ha convinto gli organizzatori dell’evento cinematografico nostrano ad inserirlo nel palinsesto. Il motivo, invero, è molto più profondo ed antropologico. Il motivo è che oggi, 2021, al grande pubblico non è più concesso il lusso dell’ignoranza, del non avere conoscenza di quella macroscopica realtà che è il Kazakistan.

Il documentario del due volte premio Oscar Oliver Stone, forse, sta avendo successo appunto perché ha il pregio di informare il pubblico su una storia poco conosciuta alla maggioranza dell’opinione pubblica occidentale. Una storia che parte dall’era degli uomini d’oro del perduto popolo scita e giunge fino ai giorni nostri, traversando le fasi della dominazione russa e dell’oppressione sovietica. Una storia che quest’anno compie trent’anni ma che, in realtà, ne ha più di seicento. Una storia che è entrata in una nuova fase nel 1991, grazie alla lotta per l’indipendenza di Nursultan Nazarbaev, e che ci riguarda da vicino, oggi più che mai.

Scoprire il Kazakistan

Lo spettatore verrà condotto da Oliver Stone, nel corso di otto puntate, alla scoperta del Kazakistan di ieri e di oggi e, per la prima volta in assoluto, alla scoperta di un Nazarbaev diverso, meno politico e più uomo, meno caricaturale e più intimo. L’ex presidente kazako, infatti, oltre a raccontare, ha voluto soprattutto raccontarsi. Raccontare come ha impedito che il neonato Kazakistan subisse una balcanizzazione, diventando un crocevia di fedi e culture, e ripercorrere la lunga strada che lo ha portato dalle campagne di Ushkonyr (ex Chemolgan) al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite.

Qazaq, in breve, è quello che in inglese definirebbero un “must-watch“, ovverosia un film da vedere, perché, politica a parte, è anche e soprattutto un lavoro di esplorazione antropologica, indagine storica e ricerca introspettiva. E poco importa che alcuni critici lo abbiano bocciato perché firmato da Oliver Stone, un regista che ha fatto la storia di Hollywood e la cui (unica) colpa è quella di aver realizzato il controverso The Putin Interviews nel 2017. Le loro critiche, invero, non cambiano la realtà dei fatti: il Kazakistan del 2021 è una potenza in ascesa, centrale elettrica dell’integrazione eurasiatica e testa del movimento mondiale contro il nucleare, del cui successo è stato responsabile, fra tutti, Nursultan Nazarbaev.

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