Il trauma, riferito al singolo individuo, è inteso come un evento imprevisto e doloroso, che ha un impatto significativo sull’individuo. Il trauma collettivo, invece, si riferisce all’impatto di un’esperienza traumatica che coinvolge interi gruppi di persone, comunità o società. La potenza di un trauma collettivo può persino trasformare l’intero tessuto di una comunità, influenzando le relazioni, modificando politiche e processi di governo, alterando il funzionamento della società e cambiandone le norme. Guerre, terrorismo e pulizia etnica sono esempi eventi che possono scatenare traumi collettivi. Ciò che rende difficile l’identificazione di un trauma collettivo è che, nonostante venga affrontato collettivamente, ogni individuo può sperimentarlo e rispondervi in modo diverso.
Guido Veronese, psicoterapeuta sistemico relazionale e professore associato presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, ha spiegato a InsideOver che il trauma collettivo “è una forma di trauma che avviene in una situazione storica, in un ambiente con caratteristiche peculiari, dove eventi di natura catastrofica, solitamente procurati dall’uomo ma non necessariamente, che implicano sofferenza sociale diffusa, colpiscono gli individui con reazioni psicologiche individuali, ma con una diffusione collettiva, interessando intere comunità che mostrano i segni di un’esperienza traumatica”.
Stabilire se un popolo ha subito un trauma collettivo richiede un’analisi attenta. “Ancora una volta”, precisa Veronese, “gli eventi storici determinano la possibilità che alcuni eventi possano poi diventare traumatici. Quando gli eventi accadono, di per sé non possono essere definiti tecnicamente come traumatici, ma dovrebbero essere definiti più correttamente ‘potenzialmente traumatici’, ovvero eventi che possono sviluppare reazioni di sofferenza individuale o collettiva. Le determinanti storiche, ambientali e sociopolitiche di questi eventi catastrofici possono poi diventare fattori di sviluppo di una vera e propria manifestazione del trauma”. Un evento, naturale o antropico, ha il suo impatto in termini di gravità e “quanto l’evento sia catastrofico è rilevante, ma successivamente vi sono elementi contestuali che indicheranno se vi siano le condizioni di rischio che poi sfoceranno in veri e propri sintomi di tipo traumatico”.
Il trauma collettivo dell’Olocausto
La Shoah è definita come un trauma collettivo “non solo nel momento in cui accadde, perché è stato un trauma prolungato. Dalle leggi razziali fino al vero e proprio sterminio, gli eventi storici e politici hanno aggravato e potenziato questo senso di minaccia e di morte che conosciamo nel suo sviluppo storico”. È quindi possibile che una parte del popolo ebraico abbia sviluppato una sintomatologia in seguito al trauma subito. Il popolo israeliano è composto in maggioranza da ebrei, ma con un 21% della popolazione di origine palestinese, prevalentemente musulmana e cristiana. Esiste quindi una parte consistente di persone che non appartengono alla religione ebraica, oltre a componenti ebraiche minoritarie e indigene, ovvero arabi ebrei di origine locale o provenienti dai Paesi vicini.
Ci si riferisce alla “maggioranza aschenazita”, ovvero tutti gli ebrei originari dell’Europa centrale e orientale, che “è quella maggioranza che ha subito più violentemente la Shoah, e sefardita”, che abitavano la penisola iberica e “sono stati sicuramente interessata dal fenomeno dello sterminio. È piuttosto rilevante”, continua Veronese, “quanto oggi, trans-generazionalmente, siano passati degli elementi di tipo traumatico: un senso di minaccia, insicurezza, sentirsi odiati e marginalizzati. La Shoah è stata l’ultima e forse il più violento pogrom contro il popolo ebraico, che nella storia ne ha subiti svariati e a più riprese. Quindi, sicuramente, la narrazione che continua a svilupparsi intorno all’idea di sentirsi a rischio di sterminio è valente nella maggioranza”.
Questo senso di insicurezza che conduce alla violenza e all’odio sembra, apparentemente, essersi riversato solo nei confronti della popolazione palestinese. In realtà, “qui si intersecano diversi fattori molto complessi. Il senso di insicurezza del popolo israeliano non è esclusivamente rivolto alla popolazione palestinese”, spiega Veronese. “Il senso di minaccia deriva dai popoli che sono intorno a Israele. Quest’ultimo è circondato da Paesi islamici. Il senso di minaccia, alimentato dalla retorica della politica, non riguardava esclusivamente i palestinesi. Poi subentra una questione fondamentale: la questione della terra contesa. Questo diventa un elemento cruciale nel momento in cui entrambe le parti reclamano il diritto alla terra, facendo sentire gli israeliani ulteriormente minacciati. D’altra parte vediamo la retorica palestinese che lavora molto sul diritto al ritorno, che Israele percepisce come un ulteriore senso di minaccia”.
Veronese fa notare anche che la terra contesa in questione è stata storicamente vissuta sia dai musulmani sia da ebrei e cristiani. Una coesistenza tra queste religioni c’è sempre stata, ma ha subito una rottura con il ritorno, forzato in qualche modo, del popolo ebraico e la conseguente formazione di uno Stato, andando a modificare l’evoluzione naturale nel tempo degli Stati arabi sul territorio. Da qui la nascita anche del simbolismo della terra per ebrei, nonché quello della terra promessa.
La spirale di violenza e il ciclo vittima-carnefice
D’altra parte, anche l’abbandono forzato della terra da parte dei palestinesi durante la Nakba può essere considerato un trauma collettivo. “Fu sicuramente un evento catastrofico, contestualizzato nella nascita di Israele, che ha creato l’evento drammatico. Quello non è più un luogo di palestinesi e non per la necessità di spostarsi in conseguenza di una catastrofe naturale o di una guerra, ma per un’immigrazione di massa dall’Europa di un popolo che si sostituisce alla popolazione nativa”. Nel caso del popolo palestinese la “sindrome sintomatica del trauma collettivo si vede nella gestione quotidiana: un senso di spossessamento, di perdita e di fragilità identitaria, la perdita della speranza per il futuro. Tutta una serie di segni sintomatici che possono sfociare in patologie diverse, come depressione, ansia profonda, disturbo post traumatico, che hanno origine nel trauma condiviso”.
Il genocidio degli ebrei concretizzatosi nell’Olocausto ha certamente delle peculiarità storiche e delle caratteristiche che lo rendono profondamente diverso da altri genocidi del passato e del presente. Di conseguenza, la portata dell’evento può aver portato a una manifestazione sintomatica differente da parte delle persone coinvolte. Si parla di un trauma intergenerazionale, che implica che quanto vissuto da una generazione può essere trasferito alle generazioni successive. Parlando della violenza reattiva di Israele, “a mio avviso”, sostiene Veronese, “è accaduto quello che comunemente identifichiamo come il ciclo vittima-carnefice.
La vittima, inserita in un contesto traumatico che l’ha vittimizzata per lungo tempo con una magnitudine e una potenza enormi, ripete questa dinamica su altre popolazioni. È una reazione da abusante abusato, ovvero quando attraverso un’analisi più profonda si scopre che l’abusante ha avuto una storia da abusato. Questo ciclo che si riproduce nella storia del popolo ebraico fa pensare a come gli elementi di sofferenza collettiva abbiano poi reso l’aggredito a sua volta un aggressore”.
La paura e la minaccia che Israele vede nei Paesi circostanti “è la cosa paradossale della storia della sofferenza ebraica, che oggi individua nel palestinese e ancora di più nel mondo musulmano il potenziale nuovo carnefice. In realtà le dinamiche di vittimizzazione non sono state perpetrate da queste popolazioni, ma si sono vissute e consumate in Europa”. Difatti, laddove in Nord Europa esistevano zone popolate dalla popolazione ebraica, oggi sono svuotate a causa dello sterminio o della fuga di moltissima parte della popolazione ebraica in altri Paesi. “Questa relazione tra Occidente e Israele è qualcosa di irrisolto che riguarda l’Europa, che in qualche modo non ha saputo dare spazio al popolo ebraico. La questione è perché non c’è spazio per la popolazione ebraica in Europa o negli Stati Uniti? Probabilmente perché le basi antisemite europee ancora non sono state risolte. Inoltre, dopo l’epoca nazista, gli ebrei hanno pensato che il luogo sicuro non potesse essere l’Europa”.
Le causali etnopsichiatriche
Da un punto di vista etnopsichiatrico, “le variabili culturali del trauma sono indispensabili e devono essere tenute in considerazione. Ancora una volta, nel caso di Israele, il discorso si lega alla Shoah e alla retorica della nascita di un luogo sicuro, laddove i dati geopolitici ci dicono che invece potrebbe essere il luogo più insicuro per gli ebrei, proprio perché circondati da 200 milioni di musulmani indigeni che vedono nella popolazione israeliana un avamposto occidentale. Un altro elemento etnopsichiatrico potrebbe essere quello linguistico. Per millenni, gli ebrei hanno parlato lingue europee e, dal 1948 ad oggi, questa storia millenaria europea viene trasferita in Medio Oriente, in un luogo diverso rispetto al gambo identitario più longevo e profondo. Questo può creare un forte senso di spaesamento e di non riconoscimento identitario”.
Nello Stato di Israele, questi segni sono visibili anche nella struttura delle città, che “sono di tipo occidentale ma costruite in un ambiente medio-orientale. I luoghi ricordano più il paesaggio europeo. Il tentativo è stato quello di ricostruire un ambiente che fosse il più possibile familiare. Anche nel caso della trasformazione del deserto in un giardino, stravolgendo l’ecosistema” è un chiaro esempio di rimodellamento di qualcosa che non è accolto nella sua natura.
Il senso di colpa occidentale che ha favorito l’ideologia israeliana
L’Occidente vive un profondo senso di colpa. “Ne è un esempio lampante la Germania, dove la critica di Israele viene immediatamente additata come antisemitismo e persino sanzionata”. Veronese aggiunge anche che “il senso di colpa verso Israele c’è, ma vi sono anche enormi interessi che vedono Israele come parte del blocco occidentale e anche questo è un elemento che si innesca sul senso di colpa dell’Occidente e sul trauma collettivo israeliano”.
Il trauma condiviso può portare alla creazione di legami molto forti tra i sopravvissuti, che spesso si traducono in una netta divisione noi/loro radicale e alla formazione di ideologie. Veronese aggiunge che, nel caso di Israele, “alla fine si arriva alla formazione di masse di persone fortemente fondamentaliste, fortemente orientate all’odio nei confronti dei palestinesi proprio attraverso un processo di affiliazione che rende queste identità molto forti e crudeli, incattivite contro quelle che possono essere percepite come minacce esterne. E tutto questo viene dall’aver costruito personalità molto fragili che nel senso nazionalistico di identità del colono ebraico trova la loro soluzione, rendendo queste persone pronte a tutto”.
Inconsapevole: il punto di vista israeliano
L’autore ed esperto di traumi Dr. Gabor Maté, di origini ebraiche e sopravvissuto all’Olocausto, in un’intervista condotta da Piers Morgan risalente a novembre 2o23 dice qualcosa che può far comprendere perché parte del popolo israeliano sostiene il genocidio palestinese.
“Ero un sionista”, dice Matè, “finché non ho scoperto che lo Stato è stato fondato sulla base dell’estirpazione, dell’espulsione e dei molteplici massacri della popolazione locale. E questo non è storicamente controverso”. Per giungere al punto, Matè fa un esempio estremamente esplicativo: “Ora vivo in Canada, Paese fondato sulla repressione e la cancellazione della popolazione indigena e sulla totale negazione della loro narrativa. In Canada, ad esempio, c’erano orrende scuole residenziali dove qualche decennio fa, se un bambino nativo parlava la loro lingua tribale, uno spillo veniva infilzato nella sua lingua. La maggior parte dei canadesi non è a conoscenza di quella storia. La maggior parte degli israeliani non è consapevole della storia di ciò che hanno sofferto i palestinesi. […] Non conoscono la storia, l’esperienza soggettiva dei palestinesi. In assenza di tale consapevolezza, il 7 ottobre sembra semplicemente un altro orribile evento antisemita”. Anche questo, ovvero il punto di vista dell’israeliano inconsapevole, è un fattore determinante.
Infine, collegandosi agli eventi del 7 ottobre afferma che “Israele si sta difendendo, ma contro chi? Contro la popolazione che da 80 anni massacra, prendendo le loro terre, distruggendo le loro case, incarcerando i loro figli e torturandoli. Questa è la storia. […] Vorrei poter credere nel sogno dello Stato ebraico. Amo quel sogno, solo che ho scoperto a quale prezzo, a quale incubo si è imposto ai palestinesi”.

