Nella notte tra il 30 e il 31 marzo, Israele è rimasta con il fiato sospeso in attesa di sapere se il premier Netanyahu fosse o meno positivo al coronavirus. Il test ha dato esito negativo, permettendo quindi al leader del Likud di proseguire con le sue normali attività politiche, ma ha reso evidente uno dei problemi che il Paese si trova ad affrontare nella lotta contro la pandemia: la disaffezione degli haredim, gli ultra-ortodossi. Il premier infatti è stato sottoposto al tampone dopo che la sua assistente Rivka Paluch, appartenente a quest’ultima fascia della popolazione ebraica, era risultata positiva al Covid-19.
Gli haredim e il coronavirus
Il timore che il primo ministro israeliano fosse stato contagiato dalla sua assistente ha reso ancora più evidente il problema che gli ultra-ortodossi rappresentano per la salute pubblica israeliana ai tempi della pandemia. Secondo diversi media locali, il virus ha trovato terreno fertile tra le comunità haredim di Tel Aviv e Gerusalemme a causa del mancato rispetto da parte degli ultra-ortodossi delle regole imposte dal Governo per fermare il contagio. Gli haerdim rappresentano quasi il 60% dei pazienti ricoverati per Covid-19 nei maggiori ospedali israeliani, nonostante siano solo il 12% della popolazione totale del Paese. Come riportato anche dal New York Times, nel giro di soli tre giorni il numero di infetti nel sobborgo di Bnei Brak di Tel Aviv è passato da 267 a 508 e il rischio è che il virus continui a diffondersi nella comunità senza che il Governo ne sia a conoscenza. Gli haredim infatti non hanno fiducia nella autorità, per cui sono ben poco propensi a segnalare casi di infezioni o a rimettersi nelle mani del Governo. La generale sfiducia verso la classe politica spinge quindi gli ultra-ortodossi a non prendere in considerazione le direttive del Ministero della salute in fatto di prevenzione. A peggiorare la situazione contribuisce poi la poca attenzione data alla pericolosità del virus dai rabbini, figure di spicco della comunità e che in molti casi hanno minimizzato la situazione e influenzato così i comportamenti dei loro fedeli. Gli haredim quindi non hanno modificato le loro abitudini quotidiane, perseverando in quella vita in comunità che contraddistingue questa parte della popolazione israeliana e che si sta dimostrando il loro punto debole al tempo del coronavirus.
Lo scontro nel Paese
La mancata osservanza delle regole da parte degli haredim ha riacceso lo scontro interno alla società israeliana tra la sua parte laica e quella ortodossa. Uno degli ultimi motivi di conflitto è stato il funerale di un rabbino di Bnei Brak a cui hanno partecipato centinaia di persone, nonostante i divieti del Governo sugli assembramenti. Il sindaco della vicina città di Ramat Gan ha reagito chiedendo l’intervento delle forze di sicurezza per costringere la comunità haredi a rispettare le regole. Ma l’effetto ottenuto è stato contrario rispetto a quello sperato. Gli ultra-ortodossi del quartiere di Mea Shearim di Gerusalemme hanno risposto alle minacce di maggiori restrizioni nei loro confronti attaccando con le pietre alcuni poliziotti inviati a intimare la chiusura di alcune attività che continuavano ad operare nonostante i divieti del Governo. Per cercare di convincere gli haredim a rispettare le regole, le autorità stanno facendo affidamento sui pochi rabbini che prendono sul serio la pericolosità del coronavirus, ma i risultati sono stati deludenti. Un esempio è rappresentato da Chaim Kanievsky: il religioso aveva inizialmente invitato gli ultra-ortodossi a continuare con la loro vita, ma di recente ha chiesto alla comunità religiosa di seguire le indicazioni del Governo. Le sue parole però sono rimaste per lo più inascoltate a causa della diffidenza nei confronti delle autorità. Passata l’emergenza coronavirus Israele dovrà fare i conti con quei problemi sociali che fino ad oggi ha ignorato e che adesso minacciando la salute dei suoi cittadini.