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Società

Intervista con l’avvocato Lorenzo Tamos. Tecnologia, società e fake news.

Facciamo chiarezza su IT Wallet e nuove tecnologie, troppe voci incontrollate rischiano di creare confusione e incertezze.
Tecnologia e società

Si parla molto di IT-Wallet e nuove tecnologie e circolano sul tema molte voci incontrollate. Abbiamo deciso di parlarne con un cultore della materia, Lorenzo Tamos, avvocato del Foro milanese, ex ufficiale della Guardia di Finanza e componente di comitati scientifici di associazioni nazionali di polizia e della sicurezza. Commentatore, scrittore e saggista, è esperto nella materia del diritto delle nuove tecnologie, della comunicazione on line e delle piattaforme digitali, oltre che di trattamento dei dati personali e regolamentazione e uso dell’intelligenza artificiali. Gli abbiamo rivolto alcune domande.

  1. Tecnica e società umana? Un connubio indissolubile?

“Aristotele, nella sua visione della “Politica”, avvertiva che non è possibile entrare nella città credendo di poter fare a meno degli altri poiché, in definitiva, chi lo pensasse o è bestia o è Dio (Aristotele, che considera l’uomo socievole per natura, vede nella dimensione socio-politica il luogo in cui si realizzano la giustizia e la morale. Per questo lo Stato verrebbe prima dell’individuo. Aristotele pensa che colui che non vive in società o è autosufficiente come un dio o è selvaggio come un animale  (cfr. Politica, 1252b 28- 1253a 29). Infatti, il riconoscimento che proviene dagli altri, e dalla socialità che con gli altri si crea, è al contempo una necessità ed un dono sociale di cui l’individuo non ha mai potuto fare a meno. 

L’identità individuale, seppur da piazzare al centro di un instabile crocevia delle scienze sociali e tecniche, ha avuto da sempre una propria vitale utilità che dipende dal contesto sociale abitato e da cui ci attendiamo un riconoscimento quotidiano che ci permetta di vivere la nostra vita con gli altri e, soprattutto, grazie agli altri. Ma da quando siamo entrati definitivamente – e, forse, irreversibilmente – nell’era digitale e, da ultimo, in quella dell’intelligenza artificiale, questo antico paradigma sociale è stato eroso dalla tecnologia che è riuscita a sostituire il riconoscimento proveniente dagli altri con sé stessa“. 

  • Su cosa ha principalmente impattato la tecnologia rispetto al vivere umano?

“La tecnologia ha, in primo luogo, impattato sul concetto di identità che, come detto, oggi, a differenza del passato, dipende da un contesto organizzato tecnicamente. E non si tratta di una sostituzione priva di effetti radicali poiché l’identità individuale – di per sé mutevole e flessibile quanto il nostro “io” – non ritrova più la propria risonanza sociale negli altri ma nell’artificio della tecnologia. L’esempio di questo cambiamento – i cui effetti di lungo periodo non siamo affatto in grado di prevedere – è tanto evidente ed attuale quanto da molti inconsapevolmente accettato o, peggio, subito passivamente in assenza di qualsiasi riflessione”. 

  • E il ruolo della tecnologia e dei mezzi di comunicazione a livello di sistemi politici e del sistema UE?  

“Anche se non è facile convincersene, l’indebolimento di alcuni sistemi politici ed economici, tra cui la UE, è causato da un costante declino della capacità degli strumenti di comunicazione di artare la rappresentazione del reale persuadendo il maggior numero di persone: possibilmente tutte. È uno schema che sopravvive forzatamente. In esso rimane essenziale che la narrazione del reale sia a favore delle utilità a priori sposate da una certa classe politica o di potere. Non è mai escluso che alcune di queste utilità possano coincidere con quelle di una parte di cittadini amministrati privi di potere ma – come ci diceva Emanuele Severino, in un pungente paragrafo del suo “Capitalismo senza Futuro” – si tratta ormai di occasionalità assai rare, sempre più rare.  

Bisognerebbe sforzarsi di comprendere questo passaggio cruciale, altrimenti si continuerà a discutere della “lotta” o, peggio, del racconto che dell’agonia capitalistica è fatto da chi la partecipa ma non delle cause profonde che la provocano e nemmeno dei cruenti tentativi di chi ha il potere di resistere passando la misura, cercando un nuovo oggetto da modellare attraverso una sempre più esagerata narrazione di esso che, come accadeva nel passato, non sia verificabile da chi si vuole ancora dominare. 

Occorre compiere un balzo antropologico per comprendere l’uso e l’abuso delle tecniche di rappresentazione del reale: tecniche tanto potenti quanto segnate da un costante declino che si può intravedere nella loro recente metamorfosi. Il pensiero scientifico che anima l’antropologia è (forse il più) dinamico poiché deve confrontarsi con l’incessante scoperta di nuovi reperti che, di fondo, mettono in discussione, modificandola, la narrazione preesistente del rapporto dei primi “omininicon la tecnica. Perché, quando si parla di umani entra in scena la tecnica, sia essa arte, guerra, difesa, casa, tomba, comunicazione o narrazione dell’esistente ma anche dell’immaginario, prima individuale e poi collettivo.

Difficile dire quale sia stato l’originario rapporto tra le prime forme di comunicazione o di rappresentazione scritta e orale del reale e dell’irreale e, soprattutto, sapere quale delle due forme di esternazione sia apparsa per prima. Sul punto crediamo, però, che un albero sia stato sempre considerato tale, perlomeno nella sua materialità, in quanto esistente, visibile, da scansare durante una corsa, o da usare, ad esempio spezzando un ramo per farne la propria difesa. L’albero, al pari della prima raffigurazione di un animale sulla roccia, ha avuto il significato “già scritto” portato dalla sua stessa esistenza. La vocalizzazione, sebbene ancestrale, ha invece dovuto necessariamente seguire un lungo percorso di senso e di riconoscimento comune di significato poiché, a differenza dell’albero, non poteva dipendere solo dal fatto di esistere nel suono vocale emesso dai primi “ominini”.

Ciò che pare certo è che, sino al V sec. a. C., le “città Stato” (le “poleis”) della grecità vivevano solo di oralità, presenza fisica, retorica, ripetizione corporale del rito in omaggio al mito. Il tutto per trasmettere il sapere e, quindi, in definitiva, per delineare forme di potere.  In questa civiltà l’oratore era tale in quanto il suo corpo “narrante” aveva influenza sugli altri corpi colà presenti, menti comprese. Ciò, in un certo senso, si verificava proprio come con l’albero che, a far data da un paio di milioni di anni prima, era scansato o sfruttato in base al significato materiale che lo stesso comunicava a chi lo trovava di fronte a sé. Il paradigma di base era identico: la rappresentazione di un significato passava necessariamente dalla presenza di una entità fisica, fatta di materia.  

Ma la tecnica dell’oralità greca, fondata sulla memoria e sulla fisicità, ha dovuto cedere alla razionalità della tecnica. Infatti, da Platone in poi, sono apparsi i primi taccuini (“hypomnemata”) in cui gli appunti scritti cominciarono a prendere il posto dell’oralità. La presenza fisica del maestro che aveva visto, compreso e, dunque, poteva sapientemente raccontare ed influenzare gli altri corpi con il proprio corpo, non era più indispensabile. Un“hypomnemata si poteva tenere in mano o in una borsa, rileggere ovunque. In esso si poteva annotare la socialità e, soprattutto, il pensiero trascritto di una collettività senza attenderne la ripetizione ufficiale e rituale da parte della civitas. Da qui lo shock storicoe la svolta: prevale la forma scritta del sapere sulla oralità fisica della sapienza. Svolta da alcuni ritenuta a torto irreversibile: basti del resto pensare al recupero dell’oralità e, se non del corpo materiale, almeno dell’immagine di esso nel grande mondo dei filmati e dei webinar che animano la rete toccando oggi il “Metaverso”. 

La potenza di tutti gli strumenti di comunicazione, orali, visivi, corporali e scritti, è rimasta a lungo insuperabile. Bastava usarli con la giusta malizia. Sono note le antipatie che Platone mostra nei suoi dialoghi verso i sofisti ed i retori che con tali mezzi oratori influenzavano il popolo ateniese. Invero, il mondo era “immenso”, inesplorato e, ove esplorato, rimaneva comunque sconosciuto: esso si prestava bene alla narrazione a sostegno dell’utile di chi lo sapeva raccontare meglio. I dati, le notizie e le riprove del vero, o quanto meno del verificabile, erano spesso inaccessibili e, quando accessibili, tardive o enigmatiche.  

Da molti anni il mondo è in rete, e forse è la rete. E la rete non è solo “inquinata dall’inutile pensiero di milioni di idioti che prima parlavano solo al bar”, come ha sostenuto Umberto Eco quando nel 2014 criticava, non a torto, l’esondazione dell’informazioni della società della rete che, al pari del corposo inserto della domenica del New York Times, si era trasformata a suo dire in un maremagnum inaccessibile. 

La c.d. “infosfera”, oggi, ha azzerato tempo, distanze e confini. La tecnica consente l’immediata connessione a social-network e a milioni di siti web gravidi di notizie e documenti sempre più facilmente reperibili in modo specifico. Se non la piena verificabilità scientifica (non esclusa a priori), almeno il modo di poter confrontare una serie infinita di informazioni, analisi, opinioni, mappe, fotografie, filmati di luoghi, cose e persone, è possibile.   Forse è questa la ragione per cui le numerose “Echo Chambers” (camere dell’eco) di cui offrono spettacolo molti talk show televisivi non sono più in grado di influenzare realmente la psiche collettiva, nonostante in queste camere si ripeta all’infinito un’unica voce: quella “dell’intolleranza fanatica degli inquisitori” disposti ad accettare esclusivamente voci identiche alle proprie: peggio di quanto potrebbero fare i più discutibili influencer della rete.  

La pluralità dell’informazione è, e rimane, di gran lunga preferibile alla mera pretesa “qualità” della stessa poiché il fattore essenziale che rende di qualità l’informazione è proprio la pluralità di essa: in assenza di pluralità l’informazione si trasforma in una sorta di “religione monoteista”, o poco più.  

Eppure, il depotenziamento dello strumento che da sempre è stato utile “al più forte” non uccide affatto chi lo sta usando con scarsità di risultato, ne provoca solo una lenta agonia. E se lo strumento che ha sempre accompagnato bene la narrazione distorta, accomodata, falsata, non funziona più così bene, due sono le possibili reazioni del neo-agonizzante: i) l’uso diretto della forza materiale, ovvero ii) l’esasperazione della menzogna da indirizzare verso situazioni e tesi apparentemente verosimili, lontane dal verificatore, non direttamente sconfessabili.  

La prima alternativa sarebbe impraticabile poiché, per essere efficace, richiederebbe una posizione di egemonia pressoché totale.  

Il secondo stratagemma è quello preferibile e che, però, per attuarlo, “ci vuole la massima impertinenza: ma nella realtà succede: e c’è gente che tutto ciò lo pratica per istinto” (A. Schopenhauer). La reazione istintiva è però sempre la stessa. Per rafforzare di nuovo lo strumento si deve spostare il campo delle possibili indagini sempre più lontano da chi le potrebbe svolgere. Se, ad esempio, un potere non è più giustificabile narrando la presenza di una minaccia vicina all’abitazione di chi ne dovrebbe subire gli effetti, allora si sposta la fonte del pericolo sempre più lontano, tanto da impedire la verifica della narrata minaccia o renderla difficilmente discutibile.

Tale gioco di spostamento trova però un limite: la moderna tecnica

Invero, oggi, le persone non hanno più in tasca il taccuino degli appunti di platonica memoria, bensì lo smartphone connesso alla rete e, quindi, potenzialmente, ad una variegata spiegazione del mondo sempre più confrontabile. L’arte della persuasione calata dall’alto comincia di nuovo a non funzionare nel moderno contesto. E così il ‘‘cittadino’’ può passare dalla tolleranza verso la restrizione imposta, alla contestazione ed, infine, alla ribellione. A questo punto i sistemi di potere occidentale sono costretti ad artare la narrazione, esasperandola, mescolando il terrestre all’extra terrestre: l’inquinamento; lo sfruttamento delle risorse ittiche; i buchi nell’atmosfera; il cambiamento climatico; il sole; il cosmo; l’universo”. 

La nuova “ricetta” è sempre pronta. 

“Si parte dal vero constatabile, l’inquinamento (ad es. delle città, per cui nulla è stato fatto), lo scioglimento dei ghiacciai; la pesca intensiva etc., unendovi due ulteriori “ingredienti” e il solito “condimento”: la colpevolizzazione delle genti innocenti ed impotenti rispetto ai danni provocati da meno di cento anni di “rivoluzione industriale” (e di venerata “crescita”); la tracotante attribuzione al genere umano della capacità di controllare fenomeni incontrollabili e, quindi, a contrariis, pure la responsabilità di averli provocati, per quindi giungere alla giusta alchimia tra vero, verosimile, non direttamente verificabile e, soprattutto, con ciò che può rimanere a lungo patteggiabile sul piano scientifico tra tesi opposte e, in ogni caso, confinate lontane dalla comprensione e dalla prova delle cause reali dei fenomeni ab initio prescelti. E’ qui, infatti, che una certa politica ha gioco facile a stabilire ed imporre “il vero” ed “il falso”, modellandone la misura in base a schemi ed interessi di potere geopolitici da cui trarre spunto per creare la comunicazione di nuovi pericoli: ieri quello sovietico degli arsenali nucleari, oggi quello della Cina, poco incline a “salvare il mondo” rispettando il calendario della c.d. “green economy” stabilito dal potentato occidentale ossia, di fondo, dalle strategie del congresso federale degli Stati Uniti.  

Anche questa nuova rappresentazione pseudo-scientifica e quasi sacerdotale di una serie di problemi a priori stabiliti essere tali nelle cause e negli effetti, presto dovrà di nuovo fare conti con la tecnica che potrebbe rianimare, o almeno accelerare la scienza basata sull’osservazione imparziale, sì animata dal tecnicismo ma sempre indipendente e svincolata da esso. 

La tecnica non dovrebbe costituire l’anima della scienza così come, invece, ci spiega da tempo un abile ed affascinante oratore contemporaneo, Umberto Galimberti. Dovremmo infatti pretendere che tecnica e scienza restino (o tendano a restare) ben separate anche nella loro intima interazione. 

È sempre da preferire chi sappia praticare (o immaginare) la scienza slegata dalla comodità della tecnica. Difatti, se scienza e tecnica fossero indistinte – e accade spesso che già lo siano – anche la scienza si piegherebbe totalmente alla mera razionalità della funzionalità tecnica per, appunto, come ci dice Galimberti, “raggiungere scopi con l’impiego minimo di mezzi””.  

  • Nella storia la tecnica e le innovazioni tecnologiche hanno suscitato dubbi e perplessità. Possiamo dire che siamo in questo scenario? E qual è la sua opinione sull’utilizzo della tecnologia rapportato alle capacità umane?

“Ove ci si impegnasse a guardare una realtà più profonda di quella che ci piace osservare superficialmente, si constaterebbe il recente rinvigorimento di una meravigliosa tendenza umana, antica quanto la storia conosciuta: la mitizzazione che illude di distanziare l’invadenza del reale. 

Si tratta di una mitizzazione diversa da quella primordiale poiché, oggi, essa è sbilanciata: è antropocentrica. Nasce dall’uomo per mitizzare facoltà umane e vive nel racconto di tutti coloro che si dichiarano intenti a salvare il maggior numero possibile di persone da altri umani i quali, poiché caratterizzati dalla facoltà d’uso di un grande potere economico, o tecno-economico, avrebbero ordito fatali destini globalizzati per ragioni legate all’incremento del proprio profitto personale. 

L’oggetto di tale apologo non è di per sé falso: esso è decisamente vero” nella sua percepibile essenza totalizzante di tempo, modo e luogo: è la totalizzazione, usata come sfondo della narrazione, che lo rende ingiustificabile nello specifico, da caso a caso, da soggetto a soggetto. 

Ecco perché l’essenza di un “vero” (tecnologico) deve oggi essere assorbita dalla mitizzazione di alcuni soggetti umani messi a fuoco ove considerati mandanti di effetti finalizzati nello scopo ma, di contro, lasciati in penombra ed opacizzati quando occorrerebbe legittimamente imputare loro le cause specifiche degli effetti che la narrazione mitizzante gli contesta.

D’altra parte, non è mai stato interessante tentare di spiegare e comprovare il reale. È sempre stato molto più interessante (e facile) raccontare ciò che può far breccia nella psiche collettiva in quanto utile a persuadere il maggior numero di individui circa la bontà del proprio racconto, sia esso divulgato in buona fede oppure no. E la storia, si sa, è stata fatta con i racconti intorno al reale, non del reale. 

Il rinvigorimento di una simile propensione umana è tanto affascinante quanto patetico. Si cerca, infatti, il proprio nemico umano mitizzandone la capacità di incidere su imprecisati destini globali o continentali che, di riflesso, vengono sottoposti a ciò che sarebbe umanamente governabile. È la pratica di un antico e narcisistico “gioco duale a specchio” che, per funzionare bene, deve tagliare a priori ogni alternativa premessa d’indagine.

In ciò le “nuove mitizzazioni”fanno pena al pari delle sbrigative spiegazioni che vengono date circa l’uso della tecnica; perché devono stare lontane dall’analisi profonda delle ragioni che le stesse si propongono di spiegare agli altri: per esse è sufficiente agitarsi intorno a misteriosi effetti che dipenderebbero dall’esercizio del potere di alcuni umani. La mitizzazione si auto-esonera sempre a priori nell’indagare un macroscopico reale tecnico che, forse, è divenuto persino invisibile per chi ci vive sopra, intento a raccontare il proprio mito umano da abbattere.

E quand’anche le ombre dell’apparato tecnico che costituisce il reale fossero in tale schema intercettate, le stesse potrebbero svelare solo uno scampolo di “verità”; verità che nessuno accetterebbe davvero. Sarebbe infatti deprimente parlare dell’impotenza umana di fronte all’invadenza del reale, ossia, di fondo, della moderna tecnica che oggi lo predomina: si sgretolerebbe il mito umano su cui si basa l’affascinante narrazione dell’irreale

Guardare in faccia la nuova tecnica incepperebbe il “gioco duale a specchio”. La tecnica si svelerebbe per quello che è: non più un mezzo asservito all’uomo, bensì il generalizzato e aspecifico “fine” anelato dalle socialità umane e da tempo sganciato dall’attuazione della volontà che le stesse non sono più in grado di esprimere genuinamente, in assenza del mezzo tecnico: non in modo collettivo, non individualmente.      

Nessuno desidera confrontarsi con l’evidente eterogenesi imposta dall’uso della moderna tecnica; tanto meno al netto degli stucchevoli pregiudizi antropocentrici. Difatti, come ci spiegava Emanuele Severino, bisognerebbe prima prendere dolorosamente atto che «Dio è il primo tecnico e la tecnica è l’ultimo Dio». Tecnica ancora largamente incompresa nella sua essenza ma che, senza dubbio, è oggi il soggetto più potente di un patetico presente impregnato di nuovi ‘‘Dèi” tra i quali essa è regina“.       

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