L’Assam è uno Stato orientale dell’India, abitato maggiormente da Indù ma dove è presente da tempo una significativa minoranza musulmana. Quest’ultima risulta stanziata nella regione dal 1826, anno in cui gli inglesi iniziano a richiamare dall’attuale Bangladesh centinaia di lavoratori a basso costo da impiegare nelle vaste piantagioni dell’Assam. Da allora inizia una convivenza non semplice con gli induisti: questi ultimi rivendicano a più riprese il carattere Indù della regione, negli anni nascono movimenti studenteschi e religiosi che vedono nella presenza musulmana una minaccia per l’Assam. Oggi la disputa sembra assumere toni sempre più importanti.

Via gli originari del Bangladesh residenti in India a partire dal 1971

Quando viene sancita l’indipendenza dell’India dal Regno Unito, Ali Jinnah lotta per la creazione di uno Stato per i musulmani indiani: scindere cioè l’entità Indù da quella islamica e dare vita a due nazioni differenti. Nasce così il Pakistan, che include al suo interno la popolazione musulmana, mentre l’India mantiene le vaste porzioni di territorio a maggioranza induista. Succede però che le zone a maggioranza musulmana sono alle due opposte estremità dell’India coloniale: il nascente Pakistan è quindi composto due regioni separate dal territorio indiano. Per questo nel 1971 si decide di dare vita al Bangladesh, ossia la regione a maggioranza musulmana situata nella parte orientale dell’ex colonia britannica.

Ecco perché, nella nuova legge varata dal governo indiano di Narendra Modi, si fa riferimento al 1971. In particolare, secondo la nuova norma, tutti coloro che non dimostrano di essere residenti in India da prima del 1971 perdono il diritto alla cittadinanza. Si tratta di un milione e mezzo di cittadini originari del Bangladesh, che entro il 2020 potrebbero essere accompagnati alla frontiera. Il provvedimento, come scrive Carlo Pizzati su La Stampa, riguarda in primo luogo proprio lo Stato dell’Assam. Qui, come detto ad inizio articolo, la questione appare molto sentita: negli anni movimenti studenteschi e filo induisti danno vita a gruppi contrari alla presenza musulmana. Nel 1989 si arriva alla costruzione anche di un muro lungo i pochi chilometri di confine con il Bangladesh, con l’intento di bloccare l’arrivo di nuovi migranti. Oggi la decisione presa dal governo centrale ha il plauso di una buona parte della popolazione e dell’elettorato dell’Assam, mentre ovviamente le associazioni di musulmani della regione iniziano a parlare di vera e propria persecuzione.

Le ultime mosse del partito di Modi

Quella dell’espulsione dei cittadini non residenti in India da prima del 1971 è soltanto l’ultima delle norme che il Bjp, il Partito Popolare Indiano, mette in atto negli ultimi mesi che mostrano una virata sempre più marcata verso politiche di stampo nazionalista. Del resto, il Bjp ha sempre promosso una visione dell’India dove l’identità induista fosse sempre più prominente. Poche settimane fa il governo di New Delhi toglie l’autonomia al Kashmir, regione contesa con il Pakistan ed a maggioranza musulmana. Adesso l’inizio dell’operazione volta a far tornare indietro almeno due milioni di musulmani. C’è chi parla non di svolta ma di vera e propria “deriva“, ordita soprattutto dal ministro dell’interno indiano, Amit Shah, braccio destro di Modi.

La norma sui residenti da dopo il 1971 è già in vigore: la lista di un milione e 900mila cittadini da espellere è già pubblicata. Chi è iscritto in questa lista è sospettato di essere in India come clandestino, anche se residente da anni, e nei ricorsi che può fare presso il tribunale per stranieri deve dimostrare il contrario. Diversamente scatta l’espulsione verso il Bangladesh. Da New Delhi si difende la nuova scelta, sostenendo che si tratta solo di un principio di legalità da difendere: “Tutti hanno diritto a dimostrare la loro cittadinanza, ma se non ci riescono, la legge seguirà il suo corso: saranno espulsi”, sostiene il ministro della giustizia dell’Assam Siddhartha Bhattachayra.

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