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Gli effetti di lungo termine della pandemia di coronavirus in India stanno imponendo al grande Paese asiatico una grave crisi economica e sociale. Ad essere particolarmente messa sotto pressione è la classe media, vittima di una graduale messa in discussione del relativo benessere economico e sociale conquistato negli anni di rafforzamento del Paese. Emblematica di questa crisi è l’impennata conosciuta dal numero di suicidi a partire dallo scorso marzo.

Quella della morte per suicidio è una piaga da tempo sotto esame nella società indiana. Circa il 20% dei morti per suicidio al mondo (stimati tra gli 800mila ed il milione all’anno) sono indiani, e secondo i dati rilasciati agli inizi di settembre dal National Crimes Record Bureau (Ncrb) del Ministero degli affari interni, oltre 139mila indiani sono morti per suicidio nel 2019, il 67% dei quali (93.061) avevano meno di 40 anni. Le categorie più soggette al rischio sono decisamente eterogenee tra loro: i contadini delle aree rurali più povere, esposti alla competizione internazionale e al rischio di vedere la produzione azzerata nel valore dalle tendenze dei mercati globali, come ricorda Raj Patel ne I padroni del cibo; le donne costrette a scelte matrimoniali infelici (circa 7mila all’anno); gli studenti pressati dall’elevata competitività del sistema e dal timore di vedere un fallimento scolastico o universitario come un ostacolo alla realizzazione nella vita (uno ogni 55 minuti e 26mila in totale solo nel periodo compreso tra il 2014 e il 2017).

La pandemia, ci ricorda il Financial Times, ha anche portato a un aumento dei casi tra i lavoratori della classe media impegnati, in particolar modo, nei servizi di supporto alle grandi compagnie tecnologiche o in professioni di ambito ingegneristico e scientifico, colpiti dalla duplice problematica dell’esaurimento da lavoro per chi ha mantenuto il posto e dalla disperazione per i circa 6,6 milioni di professionisti che nel Paese hanno perso il posto dopo il lockdown. Questa categoria era già flagellata da circa 23 casi di suicidio al giorno, stando ai dati del 2019, in quanto rappresentante sia la spina dorsale del decollo nazionale indiano sia la classe sociale destinata a subire in prima persona la maggior parte delle pressioni (e dei costi per il posizionamento del Paese nelle catene del valore) e delle delusioni nel caso di mancata realizzazione delle aspettative.

C’è dunque una duplice incertezza: quella economica e quella sanitaria, con l’India che con circa 6,6 milioni di casi confermati si avvia ad agganciare gli Stati Uniti come Paese più colpito al mondo dalla pandemia. Nei mesi a venire Nuova Delhi rischia di subire “una minaccia sanitaria che rischia di diventare emergenza economica globale per il peso rilevante del Paese in settori come la farmaceutica e la componentistica”, come ha fatto notare il professor Aldo Giannuli sull’Osservatorio Globalizzazione, e “senza una valutazione seria dei danni del coronavirus in India qualsiasi studio sui costi del virus a livello globale sarà incompleto”. Nel contempo, gli effetti sociali del Covid-19 stanno già facendosi sentire, e il Ft ricorda i casi di lavoratori che hanno scelto la strada del suicidio dopo la perdita del lavoro o l’esaurimento.

Lakshmi Vijayakumar, una psichiatra di Chennai esperta di suicidi, ha dichiarato al quotidiano britannico che molti professionisti sono colpiti da burn-out e sono anche “Zoomed out“, ovvero logorati dal profondo e continuo bisogno di utilizzare le piattaforme digitali per il proprio lavoro. Tutto questo mentre i tagli allo stipendio imposti dalle aziende, facilitati dalle riforme neo-liberali del governo di Narendra Modi degli scorsi anni, arrivano anche al 10-11%. E per chi perde il lavoro c’è la necessità di far fronte a una quota di spese crescenti, dagli affitti ai debiti, in relazione alle disponibilità finanziarie.

Il Paese rischia dunque un duplice collasso, e dopo aver perso a giugno poco meno di un quarto del Pil, il 24%, su base annua, le prospettive di ripresa restano incerte. E se come ricorda l’agenzia Fides già “nel 2019 i due terzi di coloro che sono morti per suicidio hanno guadagnato meno di 278 rupie (3,79 dollari USA) al giorno”, è possibile che su tutte le categorie la crescita delle vittime di suicidio sia significativa a fine anno. La morte per disperazione rischia di assumere proporzioni epidemiche ai tempi del Covid-19: al rimbalzo avvenuto in parallelo alle problematiche imposte dall’integrazione indiana ai mercati globali si aggiungono ora gli effetti della pandemia, che in India non sembra volersi arrestare. E il futuro non sembra prometter nulla di buono.

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