India: il lavoro invisibile delle braccianti della canna da zucchero

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Nelle piantagioni di canna da zucchero del Maharashtra, in India occidentale, migliaia di lavoratori stagionali – spesso provenienti da aree rurali povere e costretti a migrare internamente ogni anno per sopravvivere – vivono in condizioni di sfruttamento sistemico che ricordano da vicino forme moderne di schiavitù. Un’inchiesta del New York Times ha rivelato pratiche scioccanti: isterectomie forzate per «evitare interruzioni» durante il raccolto, matrimoni precoci legati al lavoro agricolo, giornate estenuanti sotto temperature estreme, salari trattenuti per ripagare debiti con tassi da usura. Al centro del sistema, un meccanismo opaco di appalti e intermediari – spesso legati a interessi politici locali – consente alle grandi industrie dello zucchero di rifornire multinazionali come Coca-Cola, PepsiCo e Unilever senza affrontare responsabilità dirette. Mentre questi marchi affrontano crescenti pressioni internazionali, le storie delle donne che reggono il peso di questa filiera globale restano ancora largamente ignorate.

Le condizioni di lavoro nei campi

La raccolta della canna da zucchero – lo stesso che troviamo nei prodotti PepsiCo, Coca-Cola e Unilever, proprietaria del marchio Lipton – è già di per sé un lavoro duro, nel Maharashtra. Innanzitutto, si lavora fino a 15 ore giornaliere, senza riposi o giorni di pausa, per interi mesi, durante i quali i figli non possono andare a scuola e anzi spesso vengono impiegati nei campi come aiuto dei genitori, senza essere pagati. Infatti, molti lavoratori sono stagionali, e questo significa che all’inizio della raccolta devono spostarsi da zone remote del paese, talvolta lontane centinaia di chilometri, nella speranza di essere assunti per la stagione. Questi lavoratori – e le loro famiglie – prendono parte ad una migrazione interna al Paese che coinvolge decine, forse centinaia di migliaia di persone, ad uso e consumo di uno dei settori economici più redditizi, soprattutto per le compagnie internazionali.

Ma le pesanti condizioni di lavoro nascondono un aspetto ancora più sinistro della filiera. Nella regione di Beed, nel Maharashtra, il distretto produttivo più importante di tutta l’India per la raccolta della canna da zucchero, il 36% delle donne censite ha subito una isterectomia, ossia l’asportazione dell’utero, delle ovaie e di altri organi dell’apparato riproduttivo. Il dato è parziale e al ribasso, vista la difficoltà di operare i censimenti in un Paese come l’India dove milioni di persone sono senza documenti. Sono i datori di lavoro a obbligare le donne a sottoporsi all’intervento chirurgico, così da poter lavorare senza pause, senza il rischio di rimanere incinte durante i mesi della raccolta e senza dover fare pause per allattare i figli. In più, l’isterectomia permette alle donne di lavorare senza avere le mestruazioni, in un contesto igienico in cui non esiste acqua corrente e non ci si potrebbe fermare nemmeno per cambiarsi un assorbente senza incorrere nell’ira dei guardiani dei campi. «Mi hanno fatto tornare al lavoro subito dopo l’operazione» racconta Archana Ashok Chaure, una delle migliaia di donne costrette a subire isterectomia che secondo le cartelle cliniche non era assolutamente necessaria. «Trascuriamo la nostra salute di fronte al denaro».

Una forma di schiavitù per debiti

«Il lavoro è duro, certo» affermano le autorità del Maharashtra, «ma i lavoranti possono andarsene quando vogliono, per cercare condizioni migliori altrove». In realtà, le cose non stanno proprio così. Innanzitutto, i lavoratori non prendono un vero e proprio stipendio, e sono legati invece ai padroni dei campi da legami di debito. Quando un lavoratore comincia il periodo di raccolta, il datore di lavoro gli concede dei prestiti che ipotecano gli stipendi futuri, e in più lasciano al bracciante l’obbligo di pagare un tasso di interesse molto alto. Così, non solo il lavoratore non riceverà mai il salario – messo a copertura del debito iniziale – ma dovrà trovare un modo per ripagare i tasi di interesse: la soluzione è di solito quella di far lavorare i propri figli nei campi senza stipendio, così da coprire parte del debito. Secondo le testimonianze, è praticamente impossibile non contrarre questo tipo di debiti: i dipendenti – quando arrivano nei luoghi di raccolta – sono praticamente nullatenenti, ed è necessario pagare subito ingenti somme di denaro per qualunque attività che esuli dal lavoro, anche solo per ottenere il permesso di andare da un medico o per avere un luogo in cui dormire. Infine, in una spirale senza fine, i padroni dei campi prima obbligano le lavoratrici a subire le isterectomie, e poi trattengono i costi dell’operazione dai loro salari, andando a incrementare il debito.

Anche lasciare il lavoro non è un’opzione praticabile, visto che chi ci prova è sottoposto a violenze, percosse e veri e propri rapimenti. Quando sua figlia ha compiuto 12 anni, il signor Gighe Dutta ha deciso che quello sarebbe stato l’anno in cui lui e sua moglie avrebbero smesso di tagliare la canna da zucchero. Il lavoro richiedeva una lunga migrazione e la figlia avrebbe dovuto abbandonare la scuola – il primo passo per molte ragazze verso un percorso di abusi e povertà che durerà tutta la vita. Il datore di lavoro, però, non era dello stesso parere. Delle squadracce hanno malmenato il signor Dutta e lo hanno costretto a salire su un’auto. Secondo un rapporto che ha presentato a un’agenzia governativa locale, gli uomini lo hanno portato in un mulino, dove l’uomo è stato rinchiuso per due giorni e lasciato a dormire sul pavimento per «riconsiderare la sua decisione». Non si tratta di un caso isolato. «Alcuni dicono che ci uccideranno, se proviamo ad andarcene. La gente dice ogni sorta di cose» ha detto Vinobai Taktode, una bracciante che ha denunciato alla polizia il rapimento del marito da parte del suo datore di lavoro. «C’è così tanta paura nella nostra mente».

Le responsabilità di multinazionali e politici locali

Il lavoro a debito, praticamente una forma di schiavitù mascherata da un contratto che esiste solo sulla carta, è stata definita una violazione dei diritti umani dalla Organizzazione Internazionale per il Lavoro, di cui anche l’India fa parte. Tuttavia, i politici nel Maharashtra chiudono entrambi gli occhi di fronte a queste violazioni. Spesso lo fanno perché sono loro stessi ad essere proprietari degli impianti di coltivazione dello zucchero: fra questi ci sono almeno 21 membri del parlamento del Maharashtra, 4 membri del Parlamento indiano, ben cinque ministri dell’attuale Governo e oltre cinquanta fra ex parlamentari e funzionari governativi. Buona parte dei partiti sono coinvolti, dai nazionalisti indù del Bharatiya Janata Party, oggi al governo, ai membri dell’opposizione dell’Indian National Congress. «Nessuno è dalla nostra parte», ha dichiarato Archana Ashok Chaure, un’operaia di circa 30 anni che, dall’età di 14 anni, taglia lo zucchero per un fornitore di Coca-Cola.

Anche le multinazionali che beneficiano direttamente dei frutti di questo mercato sono ben consapevoli dello sfruttamento che si nasconde dietro la produzione dello zucchero nel Maharashtra. Coca-Cola, ad esempio, ha ricevuto già nel 2019 un rapporto dettagliato dai propri consulenti, in cui si documentava la presenza di lavoro minorile nei campi e nei mulini, con testimonianze dirette come quella di una bambina di dieci anni impegnata a tagliare canna da zucchero. Eppure, nello stesso anno, la compagnia si limitava a dichiarare in un altro documento di voler «ridurre gradualmente» il lavoro minorile in India. PepsiCo, dal canto suo, ha confermato che uno dei suoi principali franchise internazionali acquista zucchero proprio dal Maharashtra, dove ha appena inaugurato il terzo impianto di produzione e imbottigliamento, mentre un nuovo stabilimento Coca-Cola è attualmente in costruzione nella stessa regione.

Entrambe le aziende affermano pubblicamente di proibire il lavoro forzato e minorile all’interno delle proprie filiere, ma in pratica affidano il controllo ai proprietari dei mulini, i quali a loro volta scaricano la responsabilità sui subappaltatori locali. Questi ultimi si limitano a reclutare manodopera nei villaggi più poveri e a sottoporla a un regime di sfruttamento intensivo e almeno formalmente illegale. Le indagini governative e i reportage giornalistici sulla situazione non mancano, ma nessun attore della catena produttiva si è mai assunto pienamente la responsabilità della situazione. Le grandi aziende occidentali si rifugiano dietro politiche di facciata e audit superficiali, senza intervenire concretamente nei territori da cui proviene lo zucchero. Così, mentre Coca-Cola e PepsiCo continuano a espandere la loro presenza industriale in Maharashtra, a pagare il prezzo reale sono i lavoratori invisibili che alimentano la catena del profitto.