Il prestigio del Made in Italy ha subito un duro colpo con la scoperta delle condizioni di lavoro precarie e illecite in cui riversano alcuni dipendenti della Giorgio Armani Operations. Sotto la lente degli investigatori sono finite le attività della celebre azienda, accusata di sfruttare manodopera cinese impiegata in condizioni disumane.
Al momento l’azienda è in amministrazione giudiziaria, una misura di controllo legale che viene imposta su un’azienda quando vi sono sospetti di attività illegali o irregolari che potrebbero compromettere i diritti dei lavoratori o dell’interesse pubblico. Il provvedimento prevede la nomina di uno o più amministratori giudiziari incaricati di gestire l’azienda al posto dei suoi dirigenti ordinari. Questi hanno il compito di risanare la situazione dell’azienda, eliminando le pratiche illegali o irregolari e ristabilendo la legalità.
Le indagini: un quadro inquietante
Tutto è partito da una segnalazione anonima ad aprile 2024, che ha condotto la Guardia di Finanza a investigare sui capannoni della Giorgio Armani Operations in varie regioni d’Italia. Le segnalazioni includevano dettagli sulle ore di lavoro e le condizioni di vita nei capannoni. La Procura di Milano ha disposto l’amministrazione giudiziaria alla luce degli “accertamenti ispettivi, assunzioni di sit, esame di documenti” condotti dal Nucleo Ispettorato del lavoro del Comando dei Carabinieri che ha riscontrato “utilizzo e sfruttamento di manodopera irregolare e clandestina; transito, in molteplici casi, degli stessi soggetti irregolari da un opificio all’altro; presenza, in tutti i casi esaminati, del medesimo committente della produzione in sub appalto”.
Gli agenti hanno scoperto un sistema ben organizzato, in cui lavoratori, per lo più immigrati clandestini, erano impiegati senza regolari contratti, lavoravano fino a 12 ore al giorno per salari irrisori, costretti a vivere e lavorare in capannoni-dormitorio privi delle più basilari norme igieniche e di sicurezza, senza riscaldamento, acqua calda o servizi igienici adeguati. Letti in soffitta, bacinelle per cucinare posizionate nei bagni, macchinari senza sicura, tutte cose che non ci si aspetta di trovare laddove si producono borse da quasi 2mila euro.

Durante il controllo in una di queste botteghe di Rozzano, i Carabinieri hanno trovato un ispettore della GA Operations che ha dichiarato di recarsi lì una volta al mese per controllare la qualità delle colle, ma non ha avuto niente da dire sul resto. Nonostante ciò, la GA Operations ha rilasciato dichiarazioni in cui affermava di essere all’oscuro delle pratiche illegali messe in atto dai subappaltatori e si è dichiarata disponibile a collaborare con le autorità per risolvere la situazione. Tuttavia, la magistratura sta indagando anche sulla catena di responsabilità interna, cercando di capire fino a che punto la dirigenza fosse effettivamente al corrente di quanto accadeva nei capannoni. Infatti, il Tribunale ha affermato che “il meccanismo è stato colposamente alimentato dalla società che non ha mai verificato la reale capacità imprenditoriale delle società appaltatrici, alle quali affidare la produzione”.
I lavoratori, cinesi o pakistani irregolari pagati in nero, hanno dichiarato di essere stati pagati circa 70/80 euro a borsa dal committente, che le rivende al marchio per circa 250 euro. A punire queste condotte è la norma dell’art. 603-bis del codice penale, che punisce il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, previsto anche come reato presupposto per la responsabilità amministrativa degli enti, secondo la norma del decreto legislativo n. 231/2001.
Subappalti nella moda: altri casi di caporalato
È comune che le case di moda affidino, attraverso contratti di appalto, l’intera produzione a società committenti terze, con completa esternalizzazione dei processi produttivi. Ciò ha comportato sempre più spesso appalti per la produzione di opifici abusivi e il ricorso a manodopera cinese in nero e clandestina. Nel caso Armani, l’azienda appaltatrice disponeva solo nominalmente della capacità produttiva adeguata e in realtà subappaltava a sua volta la produzione a opifici cinesi, dislocati tra le province di Milano e Bergamo.
Questa modalità di azione illecita, però, è ben più radicata e collaudata. È successo a settembre 2023 con la società Alviero Martini, che, anche se non indagata esattamente come la Giorgio Armani Operations, è stata commissariata per non aver effettuato adeguati controlli sui suoi fornitori, accusati di sfruttamento dei lavoratori. Tutto per abbattere i costi e massimizzare i profitti.
Nel mese di marzo si è aggiunta all’appello la Manufactures Dior, per cui il Tribunale della città Meneghina, ha infatti disposto l’amministrazione giudiziaria. Ancora una volta un marchio di alta moda è stato ritenuto dai giudici «incapace di prevenire e arginare fenomeni di sfruttamento lavorativo nell’ambito del ciclo produttivo», non avendo messo in atto «misure idonee alla verifica delle reali condizioni lavorative ovvero delle capacità tecniche delle aziende appaltatrici», agevolando «soggetti raggiunti da corposi elementi probatori in ordine al delitto di caporalato». Anche qui la modalità è la stessa utilizzata dalla produzione Armani.
Le inchieste condotte nei confronti di questi grandi nomi dell’alta moda offre uno scenario molto delineato sul lato oscuro dell’alta moda, sempre più spesso sinonimo di sfruttamento. I PM dichiarano, infatti, che «emerge in modo del tutto evidente l’esistenza di una catena produttiva a valle della filiera, nella quale il vero business è costituito da costi di produzione in serie ampiamente compressi rispetto a quelli che si avrebbero qualora fosse correttamente applicata la normativa contrattuale collettiva ed in materia di sicurezza degli ambienti di lavoro». Nel provvedimento firmato dai giudici si sottolinea che non si tratta di «fatti episodici», ma di un «sistema di produzione generalizzato e consolidato» che va avanti «quantomeno dal 2017». Proprio quell’anno, infatti, finirono nel mirino altri tre grandi marchi italiani dell’alta moda. In quel caso la filiera produttiva agiva in diversi Paesi, sfruttando la manodopera in Cina, India, Bangladesh, Pakistan e Indonesia. Non proprio Made in Italy.
Questi casi gettano ombra sull’intera produzione Made in Italy, un sinonimo di qualità, eleganza e etica. L’immagine è compromessa agli occhi dei consumatori? Se è possibile fare una previsione, la stessa indifferenza che spinge milioni di persone ad acquistare prodotti di fast fashion, rinomati per le condizioni ambientali e umane con cui vengono prodotti gli indumenti, spingerà i fedeli acquirenti del Made in Italy a dimenticare questa faccenda.
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