In un mondo di Ronaldi, viva Benedetta Pilato. A dispetto di tutti gli str**zi!

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Un centesimo, un maledetto centesimo. Quanto basta a non salire sul podio delle Olimpiadi. Un granello di tempo che a certi divi dello sport sarebbe bastato per negare interviste, prendere a pugni l’acqua, piangere sconsolati, trattar male il prossimo.

E invece, Benedetta Pilato ha pianto, ma di gioia, ringraziando la lezione di vita. Perché quando hai 19 anni e vieni da Taranto, sai che un quarto posto alle Olimpiadi di Parigi è comunque un risultato straordinario. Perché nella città dei due mari non è facile sognare, ve lo garantisco. Così come non è facile andare dritti verso i sogni, perché spesso ci si arrende prima. O si fa la valigia. Benedetta Pilato ha rifiutato di fare la valigia finché ha potuto, fino a quando quello sport tanto amato fin da bambina è diventato un mestiere e lo Jonio è stato troppo piccino per i suoi sogni.

Stro**zo, così l’ha chiamato quel centesimo di secondo che le ha messo lo sgambetto, mentre le lacrime si mescolavano alle risate, e la tensione si scioglieva. In un mondo di grandi sportivi, di giornalisti e di adulti, Benedetta avrebbe meritato un inchino quando ha chiamato quel momento “il giorno più bello della sua vita”, con gli stessi occhi che i bambini hanno la mattina di Natale. E questo senza nulla togliere al dovere, agli impegni, al rispetto della gara. Certo, se una passione diventa un mestiere bisogna anche vincere. Ma c’è tutta la vita per farlo.

Non si può dire lo stesso di chi l’ha guardata dall’alto in basso, denigrando in diretta tv gli occhi incastonati sul quel viso ancora adolescente. “O ci è o ci fa”. “È surreale questa intervista”. “Rabbrividisco”. “Fatele un’altra intervista, ci vogliono i sottotitoli” si è sentita dire la giovane atleta da una vecchia gloria che le avrebbe dovuto insegnare, invece di bullizzarla come alle elementari. E chi invece sportivo non è, ma risponde alla deontologia giornalistica, avrebbe dovuto fermare quelle ripetute frecciate velenose contro una ragazza confusa e felice. E magari anche un po’ infelice, quando si è ritrovata nel suo letto di cartone, qualche ora dopo, al villaggio olimpico.

Non ha voluto consegnarci la coperta scura della sconfitta, Benedetta Pilato. Ha preferito regalarci il suo riso un po’ confuso e una grande lezione di vita. Quelle risate scoordinate che qualcuno ha condannato, come ne Il nome della rosa. Perché la gioia, si sa, genera sospetto, è sovversiva, ribalta le regole, fa venire l’ulcera a chi campa di invidia e solo di competizione. E che non ride mai. Ma come Charlie Chaplin disse una volta, “chi non ride non è una persona seria”. Così come chi si prende troppo sul serio, serio non è.

Lo sport è sempre meno sport, nonostante le menate da pubblicità progresso. I calciatori esultano spesso volgarmente in faccia al nemico sconfitto. Ci sono risse negli spogliatoi di qualsiasi disciplina che sfiorano i peggior bar di Caracas. Genitori di atleti pronti a darsele di santa ragione fuori perfino fuori dai campetti amatoriali.

E poi c’era Franco Baresi, ad esempio. Quel 17 luglio 1994 si fece parare il primo rigore, Massaro sbagliò il quarto. Poi Baggio mandò alto: il Brasile divenne Campione del Mondo per la quarta volta. Baresi, sconsolato, iniziò a singhiozzare sul prato. Lo applaudimmo per quella “debolezza”. Oppure la squadra giamaicana di bob alle Olimpiadi invernali di Calgary del 1988: sgangherati, derisi, e pieni di dignità. O ancora, Eddie “the Eagle” Edwards, il bizzarro saltatore con gli sci che arrivò sempre ultimo e che si presentò alle Olimpiadi con le attrezzature prestate da altri team (tra cui quello italiano, guarda caso).

O la maratoneta svizzera Gabriela Andersen, che nel 1984, sotto 30ºC a Los Angeles, arrivò allo stadio disidratata, spaventata e con la metà del corpo paralizzata, ma soprattutto 37esima. Il pubblicò la salutò con un’ovazione. Quasi come l’italiano Dorando Pietri nel lontano 1908. O ancora, Derek Redmond, che a Barcellona 1992, sapendo di aver perso, asfaltato da uno stiramento, decise di arrivare comunque al traguardo sorretto da suo fratello.

Nessuno di loro ha vinto. Ma sono stati accolti da ovazioni. La storia ricorda i loro nomi, dimenticando spesso quelli dei plurimedagliati. Umani, troppo umani, sconfitti da str**zi centesimi di vita.