Il Messico non è più un paese per donne. E non lo è nemmeno per i giornalisti. La battaglia contro il crimine di Andrés Manuel López Obrador (anche detto Amlo) ha infatti preso una svolta mortale, registrando un record storico per il Messico in termini di violenze, sparizioni e omicidi, mai così frequenti da circa vent’anni. Anniversario amaro per Obrador, che il primo dicembre, a un anno dall’entrata in carica, ha dovuto fare i conti con i dati che proprio il governo messicano ha licenziato: sono oltre 61mila le persone scomparse a causa della sempre più violenta guerra contro i cartelli della droga. Si tratta del 50 percento in più rispetto al governo precedente. Lo stesso giorno, la segreteria messicana di pubblica sicurezza ha denunciato un totale di 127 persone uccise solo il 1° dicembre, anch’esso record negativo nella storia recente del Paese.

Insomma, il livello delle violenze in Messico ha superato ogni immaginazione. I numeri non bastano per raccontare una situazione la cui l’onda d’urto è difficilmente decifrabile, non solo in termini umani e sociali, ma anche sotto lo stesso aspetto statistico, in quanto le cifre pubblicate riguardano solo i corpi ritrovati e le denunce esposte dalle famiglie, non certo il numero di persone realmente coinvolte.  Ogni giorno, infatti, vengono assassinate tre donne. Ogni giorno vengono registrati 49 casi di violenza sessuale. Solo nel mese di giugno del 2019 sono state uccise 79 donne. Questo secondo i dati ufficiali che ovviamente non possono calcolare il sommerso, ovvero tutti gli abusi quotidiani che non vengono denunciati pubblicamente.

Amlo, tuttavia, ha adottato una politica di abbracci, non di proiettili, per affrontare i crimini violenti, concentrandosi sull’affrontare le disuguaglianze e combattere la corruzione. Il risultato? A dicembre 2019, gli omicidi hanno raggiunto i 35.000 casi, superando il record dello scorso anno di 33mila e diventando il più alto in 20 anni di statistiche. I quali si vanno ad aggiungere al numero di morti non identificabili dalle forze dell’ordine, prive di strumenti d’indagine all’avanguardia, vittime dei cartelli della droga e delle bande armate messicane

Il Segretariato esecutivo di Pubblica Sicurezza ha ufficializzato che nei primi quattro mesi del 2015 ci sono stati 610 crimini contro le donne, nel 2016 847, nel 2017 sono saliti a 967 e nel 2018 a 1.142. Il femminicidio in Messico è qualcosa di esteso. Se ne parla ma poi la discriminazione resta evidente, sia a livello legislativo sia nella pratica.

Ad avvalorare la tesi che vede il Messico come uno dei paesi più pericoloso al mondo, c’è anche la brutale uccisione di nove mormoni dello scorso novembre nel nord del Messico. La strage per molti è solo l’apice di un’escalation di violenze che ha a che fare soprattutto con il modo in cui si sono evoluti i cartelli criminali negli ultimi anni. Il Messico è un paese centrale nel traffico internazionale di droga, data anche la sua posizione strategica, il cui florido mercato è nelle mani di organizzazioni criminali monolitiche. Per cercare di smantellarli, il governo messicano ha adottato negli anni una strategia finalizzata a catturare i boss criminali, con l’idea di colpire il serpente partendo dalla testa. Questa strategia, però, non ha funzionato: la frammentazione ha reso i gruppi criminali più violenti e difficilmente controllabili. Le attività illegali, oltre al traffico di droga, adesso comprendono anche estorsioni, sequestri, prostituzione e traffico di esseri umani.

A gettare benzina sul fuoco, sono anche i rapporti ormai interrotti tra politica e malavita: con il cambio di dirigenti al governo, la scuderia di Amlo ha perso l’accordo di corruzione e inquinamento che i narcos avevano con i politici precedenti. Così facendo, lungi da giustificare collusione e corruzione, si è perso quel freno che impediva ai banditi di colpire alla cieca. La dimostrazione è la guerra dichiarata ai giornalisti: secondo Artículo 19, dal 1 gennaio 2019 ad oggi sono almeno dieci i reporter che hanno perso la vita nella varie città del Messico. Un segnale che, sommato agli altri, aggrava la condizione di un Paese in totale controllo delle organizzazioni criminali.