Cile, Catalogna, Iraq e Libano. Queste le quattro zone scosse da proteste e manifestazioni che coinvolgono grande parte della popolazione. Nello Stato libanese la protesta è incominciata la sera del 17 ottobre dopo che era stato avanzato il progetto di legge che prevedeva la tassazione di tutte le telefonate via internet: 0.20 euro al giorno per un massimo di sei euro al mese. Una cifra consistente se si tiene in considerazione il numero di libanesi che vivono all’estero e che utilizzano le applicazione di messaggistica quotidianamente, tra tutte domina WhatsApp.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso, perché i manifestanti hanno fin da subito allargato il bersaglio a tutta una serie di difficoltà che il Paese si trova a vivere: l’alto tasso di disoccupazione (25%), la grave crisi economica che ha portato a un aggravarsi delle condizioni di vita, in particolare delle fasce più povere e la presenza di una classe politica corrotta e interessata unicamente al potere. A nulla sono servite le dimissioni dell’ormai ex primo ministro Saad Hariri, date il 29 ottobre. A distanza di più di una settimana l’attuale presidente della Repubblica, Michel Aoun, continua a temporeggiare, benché fonti politiche confermino contatti tra la massima istituzione del Libano e i leader politici. Intanto le manifestazioni continuano anche nella giornata di oggi (mercoledì 6 novembre, Nda): numerosi cittadini, infatti, si sono riversati fuori dalle sedi dei principali ministeri per fare pressioni affinché venga formato un nuovo governo che affronti la crisi economica e che conduca a nuove elezioni.

L’occasione per affrontare il problema dell’inquinamento

Ma la protesta comincia ad affrontare tematiche e problematiche legate non solo alla crisi economica, bensì anche alle condizioni non ottimali in cui i cittadini della capitale si trovano a vivere, in particolare quello dell’inquinamento ambientale. Stando a una ricerca dell’American University of Beirut, infatti, ben il 93% della popolazione è esposto agli alti livelli di inquinamento dell’aria, esposizione che può condurre a morti premature – nel mondo si stimano circa 2 milioni di morti premature all’anno.

Sul problema sono intervenuti alcuni manifestanti che in maniera volontaria e guidati da Adib Dada, fondatore di theOtherDada, da martedì mattina hanno incominciato a piantare alberi libanesi nella capitale. Non è il primo progetto lanciato dall’azienda ma è la prima volta che non vengono richiesti tutti i permessi del caso. “Siamo in modalità rivoluzione”, ha commentato Dada al theMiddleEastEye. L’idea di pensare a una riforestazione urbana nasce dal fatto che a Beirut la presenza di verde pubblico è quantificato in solo 0.8 metri quadrati, a dispetto dei 9 suggeriti dalla Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms). Non solo, l’azione potrebbe compensare le conseguenze dovute dalla presenza massiccia di vetro e calcestruzzo, che ha portato a un aumento della temperatura della capitale. Gli effetti positivi non saranno senza dubbio immediati ma potrebbe essere un punto di partenza per il cambiamento voluto da migliaia di cittadini. Un simbolo, insomma.

La richiesta dei diritti delle donne

All’ambiente si aggiungono le richieste avanzate dalle molte organizzazioni non governative femministe che fin dal principio sono scese in piazza al fianco di tutti i manifestanti, al canto di “la rivoluzione è una donna”, “la donna sta venendo ad abbattere il patriarcato” e “io ho il diritto di passare la mia nazionalità a mio figlio”.

Le molte donne che sono scese in piazza, infatti, hanno chiaramente espresso ulteriori richieste, rispetto a quelle comuni: una legge che le protegga dalle molestie sessuali e dalla violenza sessuale di ogni genere, anche quella domestica; una legge per la custodia dei figli che non passi attraverso le corti religiose né tenga conto della Personal law; e infine il diritto delle donne di passare la loro nazionalità ai propri figli.

Dunque, temi sociali si affiancano a quelli economici e politici, a conferma del fatto che la situazione è più complessa di quanto si potesse credere inizialmente. La proposta di legge sulle telefonate via internet non è stata altro che il pretesto per manifestare un malessere ben presente.