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L’agenda del governo Draghi è già densa di impegni. Le due sfide principali che dovrà affrontare il suo governo, in realtà tra loro strettamente connesse, riguardano la situazione economica dell’Italia e la pandemia di Covid-19. Inutile nascondersi dietro a un dito: finché la diffusione del coronavirus immaginare di riaccendere il motore economico italiano a pieno regime. C’è da dire che il lascito dell’esecutivo giallorosso, zone colorate a parte, non è stato generoso.

Le misure restrittive, alternate a lockdown più o meno locali – rigorosamente chiamati con altri termini per non incorrere nell’ira funesta dei cittadini –, e comunicate con tempistiche a dir poco rivedibili, hanno creato più mal di pancia che benefici. Bar e ristoranti brancolano nel buio, tra aperture e riaperture legate ad algoritmi e parametri opinabili perfino da una parte della comunità scientifica. Alberghi, impianti sciistici e tutte le attività legate al settore turistico devono ancora vedere la luce in fondo al tunnel.

Sì, certo. In mezzo a uno scenario del genere c’è pur sempre la preziosissima arma del vaccino, che tuttavia ha bisogno dei suoi tempi per produrre effetti desiderati. Se, poi, la campagna di vaccinazione deve mettersi a fare i conti anche con i ritardi di consegne delle dosi e con un’organizzazione rivedibile, soprattutto in alcune regioni, il bonus vaccino rischia di evaporare come neve al sole.

Il fronte rigorista

Adesso il governo italiano è cambiato. In cabina di regia non c’è più Giuseppe Conte, ma molti esponenti della stagione giallorossa sono rimasti al loro posto. Tra questi, il ministro della Salute, Roberto Speranza. In generale, il premier Draghi sarà chiamato a trovare una valida mediazione tra le posizioni estreme presenti nel suo esecutivo. Da una parte il “riaprire tutto”, dall’altra il “chiudere tutto” finché la situazione non sarà sotto controllo.

Se il primo dei due approcci è ancora impraticabile – almeno, non in tutta Italia – il secondo non è da meno. I fautori di quest’approccio sono riuniti sotto la bandiera del fronte rigorista, lo stesso che include, oltre al ministro Speranza, anche i consulenti tecnici del governo. Preoccupati per la diffusione delle nuove varianti del Covid, gli esperti hanno suggerito il rinvio dell’apertura degli impianti sciistici al prossimo 5 marzo (anche se molti di loro hanno rivelato che la notizia era nota da mesi).

Ma quali sono i prossimi passi che farà l’Italia? Come ha sintetizzato il quotidiano Domani, due sono le piste possibili. La prima: continuare con l’attuale strategia, alternando aperture e chiusure in base alle oscillazioni della curva epidemiologica, regione su regione. Stiamo parlando di una strategia adottata anche in gran parte d’Europa, ad esempio in Francia, nel Regno Unito e in Germania. Arriviamo poi alla seconda opzione, quella sussurrata da alcuni esperti: chiudere tutto subito, prima che il sistema sanitario possa surriscaldarsi. Una strategia preventiva, certo, ma dannosissima tanto dal punto di vista economico quanto da quello psicologico.

Il modello australiano

Possiamo etichettare l’approccio appena descritto con la definizione di “modello australiano“. Funziona così: non appena vengono rilevati nuovi focolai, le zone interessate entrano in lockdown. Non appena i casi scendono, toccando quasi lo zero, allora le misure di contenimento vengono sospese e le aree tornano alla normalità. Una strategia del genere – definita anche “zero Covid” – è stata adottata dall’Australia e dalla Nuova Zelanda.

Il governo australiano, adottando questo metodo, dall’inizio dell’emergenza conta 900 morti, ovvero quanti ne ha totalizzati l’Italia negli ultimi tre giorni circa. Verissimo. Però le situazioni dei due Paesi, Italia e Australia, sono pressoché imparagonabili. Intanto per il numero di abitanti delle rispettive nazioni: oltre 60 milioni contro circa 25 milioni (questi ultimi, tra l’altro, distribuiti in un’area immensa). Poi perché Roma ha una situazione economica ed esigenze ben diverse di quelle cui deve tener conto Canberra.

In ogni caso, il modello australiano si basa su tre capisaldi: ridurre quasi allo zero i nuovi casi di coronavirus, scongiurare la diffusione del Covid in aree no Covid – limitando gli spostamenti locali – e chiudere, localmente, non appena emergono focolai. Se fossimo in un laboratorio, impegnati a fare un esperimento, questa strategia sarebbe sicuramente la migliore (per dirlo non servirebbero neppure troppi studi specifici). Ma la realtà è ben diversa. Ci sono tante variabili da considerare, e limitare socialità, vita quotidiana e lavorativa fino a quando non si arriverà a “zero casi”, appare un pericoloso miraggio.