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Società

In difesa dell’esame di maturità

Come ogni anno, si riaccende il dibattito: ha senso sottoporre migliaia di neomaggiorenni a uno stress come l'esame di maturità?

Un ragazzo che rifiuta di sostenere l’orale, ringrazia la commissione e se ne va. Una studentessa che fa scena muta per protesta. Un’altra ancora che scrive una lettera aperta alla presidente della commissione, accusandola di umiliazione. Succede tutto nel giro di pochi giorni, in questo luglio di esami di maturità. E intorno, come ogni anno, si riaccende il dibattito: serve ancora? Ha senso sottoporre migliaia di neomaggiorenni a uno stress che molti vivono come una prova più psicologica che didattica?

I casi di Padova, Roma, Nardò hanno sollevato più di una domanda. Per alcuni sono solo episodi isolati, gesti simbolici senza un reale valore rappresentativo. Per altri, sono il segnale di un disagio più profondo, di una scuola che – al momento del suo rito più solenne – sembra perdere il contatto con chi dovrebbe accompagnare verso l’età adulta. Ma davvero la maturità è solo un vecchio relitto da superare? O c’è ancora un senso, oggi, in questo passaggio collettivo che segna la fine dell’adolescenza e l’ingresso nella vita adulta?

Derubricare questi casi a levate di testa di ragazzetti impertinenti senza voglia di studiare significa non comprendere a fondo cosa stia succedendo alle nuove generazioni. Apatiche, annichilite, omologate? Può essere. Ma prima di pontificare su un gesto che a19 anni richiede comunque fegato, quello che molti nemmeno a 50 possiederanno mai, bisogna per un momento guardare alla scuola. Agli adulti.

È facile accusare gli studenti di non reggere la pressione. Più difficile, ma necessario, è guardare dentro al sistema. Oggi la scuola sembra spesso aver smarrito la sua funzione primaria: insegnare a imparare. Al suo posto, un esercito stanco di adulti rassegnati, che hanno confuso l’autorità con l’autoritarismo, l’autorevolezza con la rigidità. Le domande si sono trasformate in crocette, la valutazione in automatismo. Non si pesa più lo studente, si conta. Per sentirci a posto con la coscienza, a ondate, si propone di abolire i voti — non per umanità, ma perché non eravamo più capaci di usarli bene. E di insegnare che un voto è solo un numero e non sei tu. Abbiamo svuotato il merito della sua funzione formativa. Abbiamo riempito i ragazzi di schede, griglie, prove Invalsi, PCTO, crediti, senza mai spiegare davvero perché tutto questo serva, dove porta.

In questo contesto, la maturità arriva come un colpo di teatro incoerente: per mesi inseguiamo la didattica leggera, e poi pretendiamo una prova solenne, concentrata, totalizzante.

Qualcuno ricorderà il finale del film Ovosodo (1997):
-Professore: “Allora ricapitoliamo: Carducci sarebbe un trombone, Pascoli stucchevole e Manzoni paternalista. Ci parli lei di un autore che merita il suo apprezzamento”.
-Piero: “Quest’anno ho letto tante bellissime cose: Ian McEwan, Benni, Pennac, i fumetti di Andrea Pazienza, che secondo me hanno una loro dignità letteraria, poi quel fantastico libro di Chatwin sulle vie dei canti… E la biografia di Nelson Mandela: quell’uomo ha avuto una vita incredibile. Lo conoscete, vero? Eh? Lo conoscete? No? Non lo conoscete?!”.
-Professore: “Vede, Mansani, anche nello scritto lei ha dimostrato una notevole verve, ma mi è uscito completamente fuori tema: è partito sulla traccia del pessimismo leopardiano e si è smarrito in una incomprensibile polemica sul turismo di massa… Poi sembra che ce l’abbia in particolare con chi va in Corsica. Io… francamente non so cosa pensare”.
-Piero: “Ha ragione, nemmeno io”.

Ecco, la scuola non capisce mai Piero. Non si accorge mai di Piero, in cinque anni. E non è pietismo. Ma ciò che insegnare dovrebbe essere: in-signare, “lasciare un segno dentro”, imprimere un segno nella mente e nell’animo di qualcuno.

Ce l’aveva spiegato bene anche Silvio Orlando (nei panni del professor Vivaldi) nel film La scuola (1995): “Astariti non è bravo, Astariti è un “primo della classe”. Astariti non c’ha i capelli tagliati alla mohicana, non si veste come il figlio di uno spacciatore… Ripete la lezione senza pause: tutto quello che mi è uscito di bocca, tutto il fedele rispecchiamento di un anno di lavoro! Alla fine gli metto 8, ma vorrei tagliarmi la gola! […] Perché Astariti è la dimostrazione evidente che la scuola italiana funziona solo con chi non ne ha bisogno!”.

E fin qui ci sono gli adulti al banco degli imputati.
Ma c’è un però.

La maturità è un rito, e come per tutti i riti, ne abbiamo ancora bisogno. La maturità serve perché è la prima vera responsabilità individuale. Non ci sono genitori, amici o insegnanti che possano farla al posto tuo. Devi esserci tu, da solo, con quello che hai imparato — non solo a scuola, ma dentro. È un momento in cui affronti i tuoi demoni, quelli di cinque anni interi, e lo fai davanti a chi ti ha visto crescere. È questo il suo paradosso più profondo: sei solo, ma non sei mai stato così circondato.
È una metafora potente della vita. Si raccoglie ciò che si è seminato, ma si può anche inciampare in un’ingiustizia, un giudizio frettoloso, una commissione poco empatica. Non dovrebbe succedere, certo — e questa è una ferita da correggere — ma succede. Come succede fuori, nel mondo reale.

Del resto, ogni vita è segnata da riti simbolici. A scuola si comincia con il grembiule, si finisce con una camicia stirata per l’orale. Si passa dalla prima pagella ricevuta con ansia al momento in cui consegni la tua tesina, e poi il libretto universitario o il badge del primo lavoro. Si varcano soglie: la porta della scuola il primo giorno, il primo esame all’Università, il colloquio di lavoro, la porta della sala parto. Così fino alla fine. In ogni cultura, da sempre, ci sono riti di passaggio: l’immersione nell’acqua, l’isolamento nella natura, il primo fuoco acceso da soli, il taglio di un simbolico cordone. Servono a dirti che non sei più quello di prima. E non servono perché siamo perfetti. Servono perché restano come una tacca sul muro.

La maturità, nel suo modo laico e imperfetto, è anche questo. Non è solo un esame da superare. È una soglia da attraversare. E agli esami — quelli veri — non ci si sottrae. Vasco Rossi racconta spesso un episodio singolare dei suoi anni di scuola. “Quando facevo ragioneria avevo un professore di italiano bravissimo… un giorno venne in classe e diede da fare un tema libero, senza titolo. Non sapevo cosa scrivere… allora ho cominciato a scrivere questo: “se non mi date un titolo la mia fantasia non riesce a scrivere niente, mi sentivo con le spalle al muro…”, e alla fine l’ho intitolato Tema libero sul tema libero. Aspettavo il momento della consegna, immaginavo il professore arrivare e dirmi che mi voleva bruciare vivo”. Ma invece, dopo qualche giorno, lo stesso docente proclamò il suo elaborato come il migliore, leggendo il tema ad alta voce in classe e assegnandogli un voto tra il 9 e il 10.

E allora forse, più che rifiutarlo o sabotarlo, questo esame andrebbe usato. Sfruttato. Come un palco. Siete tutti qui, in silenzio, ascoltatemi. Sì, mi avete chiesto Carducci, ma adesso parlo io. Ho due cose da dire. Come fa Piero in Ovosodo, quando snobba il programma, salta D’Annunzio e si mette a parlare di Mandela, di Pennac, di Pazienza. Non per fare il ribelle, ma per dire: “Io sono anche questo”. Il ’68 lasciatelo a chi l’ha fatto e non è riuscito a restituirvi un mondo più giusto. È forse l’unico momento, in tutto il percorso scolastico, in cui un ragazzo può raccontare chi è diventato, davanti a chi lo ha visto magari in silenzio per anni. Ed è lì, in quella libertà improvvisa, che si capisce che la maturità non è solo una prova da passare, ma una possibilità da riprendersi di rapina. E insegnare qualcosa agli adulti.

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