In Cina scoppia la “guerra dei loghi floreali” contro Louis Vuitton

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In Cina è scoppiato un bel casino. Non c’entrano Donald Trump e Xi Jinping, test missilistici e Taiwan. I protagonisti dell’assurda vicenda che sta spopolando sui social d’oltre Muraglia, e che ha elettrizato l’opinione pubblica locale, riguarda un importantissimo brand di lusso francese e una catena di negozi di tè di Shenzhen.

È successo che Molly Tea, azienda fondata nel 2021, fin dalla sua nascita ha puntato su un particolare logo floreale, nello specifico un fiore stilizzato a quattro petali, inserendolo sui bicchieri, sul packaging, sulle app, sui canali ufficiali e sulle insegne dei negozi: ben 2.000 punti vendita in tutto il mondo, con tanto di sedi negli Usa, in Canada, in Australia, nel Regno Unito, in Thailandia, in Indonesia e a Singapore.

I sogni di gloria e la crescita di Molly Tea si sono interrotti lo scorso 29 giugno, quando il Tribunale intermedio del popolo di Suzhou, nella provincia dello Jiangsu, ha ordinato alla società cinese di pagare 10,3 milioni di yuan (il corrispettivo di circa 1,5 milioni di dollari) a… Louis Vuitton.

Il motivo? Si tratta di un salatissimo risarcimento dei danni per l’uso non autorizzato di un logo simile al monogramma floreale a quattro petali del marchio francese. Le autorità cinesi hanno spiegato che la causa legale, presentata da Louis Vuitton Malletier, la società del gruppo Lvmh che detiene i diritti sui marchi Louis Vuitton in Cina, prevede un risarcimento di 10 milioni di yuan per danni economici e di 300mila per le spese legali.

Il contenzioso tra Molly Tea e Louis Vuitton

Molly Tea, che intanto ha aggiornato l’immagine del suo marchio per prendere le distanze dalla versione monocromatica contestata, ha dichiarato di voler presentare ricorso mentre Louis Vuitton non ha rilasciato alcun commento. Il tribunale ha intanto ordinato alla catena di Shenzhen di pubblicare un comunicato ufficiale sulle pagine principali dei suoi account social ufficiali per “eliminare l’impatto negativo dell’infrazione”.

Secondo i media cinesi, che hanno citato la China National Intellectual Property Administration, le domande di registrazione del marchio di Molly Tea nel 2024 sarebbero state respinte e poste sotto esame. Louis Vuitton avrebbe invece regolarmente registrato il proprio modello di monogramma in Cina.

In attesa che la legge – tra nuove sentenze e ulteriori esiti – faccia il proprio corso, l’intera vicenda ha suscitato malcontento nel Paese e ha scatenato un acceso dibattito. Molti cittadini cinesi hanno fatto notare sul web che i due marchi operino in settori diversi ma soprattutto che motivi simili venivano utilizzati nell’antica Cina.

Già, perché c’è chi ha paragonato i motivi floreali a quattro petali di Molly Tea e Louis Vuitton ai disegni floreali baoxiang presenti sugli strumenti pipa della dinastia Tang, ai motivi decorativi delle finestre nei giardini classici di Suzhou e persino alle griglie di ventilazione e alle piastrelle del pavimento che si trovano nelle vecchie toilette pubbliche del Paese.

Proprietà intellettuale vs patrimonio culturale

La controversia, che inizialmente si è concentrata sulla questione se il logo di Molly Tea fosse effettivamente simile ai marchi registrati di Louis Vuitton, si è così evoluta in una questione ben più spinosa: qual è il confine che i tribunali dovrebbero tracciare per distinguere la tutela della proprietà intellettuale dalla monopolizzazione di elementi appartenenti a un patrimonio culturale condiviso?

Diversi cittadini cinesi hanno infatti osservato che il monogramma di Louis Vuitton risale a circa 130 anni fa, mentre il motivo del fiore a quattro petali è presente nella tradizione decorativa cinese da oltre un millennio. La vicenda ha dunque riacceso le accuse di appropriazione culturale rivolte ai grandi marchi del lusso internazionale.

Dal canto suo, sebbene abbia per adesso perso la causa, Molly Tea ha ottenuto un forte sostegno online con il proprio account Weibo cresciuto di 250.000 follower in un mese. Di pari passo Louis Vuitton ha intensificato la difesa dei propri marchi in Cina, presentando numerosi ricorsi contro design ritenuti troppo simili al suo motivo floreale.

Negli ultimi cinque anni il gruppo ha avviato quasi 1.700 cause per violazione di marchio nel Paese. La strategia legale del colosso francese ha però alimentato aspre critiche da parte di chi accusa il brand di voler monopolizzare simboli tradizionali cinesi e di colpire realtà più piccole. Secondo il quotidiano cinese Global Times, in seguito alla controversia con Molly Tea, sul social Weibo è diventato virale un hashtag emblematico: “Nessuna coda nei negozi LV”.