Da dieci anni Pechino conduce una dura campagna di repressione nello Xinjiang, una regione che nel 2009 ha visto il più grave episodio di violenza tra han – la principale etnia cinese – e uiguri – minoranza turcofona e musulmana -, nel quale hanno perso la vita 200 persone.

La massima espressione di questa politica è costituita dai cosiddetti “centri di formazione professionale”, ovvero – secondo la propaganda governativa – centri di riabilitazione a cui si rivolgono volontariamente gli individui radicalizzati per essere riabilitati e reintegrati nella società.

In realtà sembrerebbe trattarsi di veri e propri centri di prigionia. Da un’indagine svolta dalla Bbc, risulta che molte persone vi sarebbero state imprigionate soltanto per aver espresso la loro fede, per aver pregato o indossato il velo. Già nell’agosto 2018, la vicepresidente del comitato Anti-discriminazione delle Nazioni unite,  McDougall, aveva denunciato la detenzione di più di un milione di musulmani uiguri all’interno di “centri anti-estremismo” cinesi.

McDougall aveva aggiunto che questa pratica stava trasformando la regione autonoma uigura dello Xinjiang “in qualcosa di simile a un enorme campo di internamento di massa, coperto con segretezza, una sorta di area senza diritti”. Senza contare “altre 2 milioni di persone imprigionate all’interno dei cosiddetti campi di ri-educazione per l’indottrinamento politico e culturale”.

Centri di formazione per i bambini

Recentemente, la politica “anti-terrorismo” nello Xinjiang si sarebbe ulteriormente inasprita. Agli sforzi per cambiare l’identità degli adulti uiguri, adattandola agli standard cinesi, Pechino avrebbe unito anche una seconda campagna, mirata a isolare i bambini dalle rispettive famiglie, allo scopo di sradicarli dalla loro appartenenza etnica, religiosa e linguistica.

A differenza dei familiari adulti, che si trovano in centri di detenzione, per i bambini Pechino ha avviato una campagna mirata a costruire dei collegi che, a detta dei genitori, non sarebbero altro che “centri di formazione per bambini”, i quali tuttavia non possono più mantenere alcun contatto con l’esterno.

Secondo Adrian Zenz, ricercatore tedesco che si occupa da tempo di questi temi, Pechino starebbe imprimendo una spinta senza precedenti nell’istituzione di scuole per i bambini uiguri di Xinjiang.

Soltanto nel sud della regione, una zona con la più alta concentrazione della popolazione uigura, le autorità avrebbero investito il corrispettivo di 1,2 miliardi di dollari nella costruzione e nella ristrutturazione degli asili. I campus sono stati ampliati e sono stati costruiti nuovi dormitori, per accogliere un grandissimo numero di bambini.

In un solo anno (2017), il numero di bambini iscritti all’asilo a Xinjiang è aumentato di mezzo milione, quasi tutti bambini uiguri o appartenenti ad altre minoranze musulmane. Nel 2018, sono iniziati anche i lavori per la costruzione di due nuovi collegi nella città di Yecheng, situata nel sud della regione di Xinjiang. Di conseguenza, il tasso di iscrizioni alle scuole materne dello Xinjiang ha avuto un picco improvviso, diventando il più alto della Cina.

La propaganda governativa celebra le virtù dei collegi, affermando che aiutano a “mantenere la pace e la stabilità sociale”, dal momento che le scuole “prendono il posto dei genitori”. Ma secondo Zenz la motivazione ufficiale ne nasconderebbe un’altra: “I collegi sono il contesto ideale per una ‘riprogettazione culturale’ duratura delle minoranze”.

Come per i campi, anche nei collegi c’è il tentativo di eliminare dalle lezioni l’uso dell’uiguro e delle altre lingue locali. Addirittura, sarebbero state imposte punizioni severe per studenti e insegnanti sorpresi a parlare in una lingua diversa dal cinese mentre si trovano a scuola.

Le scuole sono isolate dall’esterno, dotate di sistemi di sorveglianza a copertura totale, allarmi perimetrali e recinzioni elettriche da 10.000 volt. “Tenere sistematicamente lontani i genitori dai figli” – denuncia Zenz – “indica chiaramente che il governo di Xianjiang sta tentando di crescere una nuova generazione separata dalle proprie radici, dal proprio credo religioso e dalla propria lingua: un genocidio culturale”.