Nella Bosnia-Erzegovina odierna, Paese fragile che conosce da diversi anni tensioni politiche e fasi cicliche d’instabilità, lo sport, calcio in primisè raro e indispensabile fattore d’unione. Vale per la nazionale di calcio locale, uno dei pochi simboli per cui questo Stato nato dalla fragile unione di comunità serbe, croate e musulmane trova un collante comune, e vale anche per diverse città in cui i segni di un recente, tragico passato sono ancora evidenti.

Tra queste città, Mostar, assieme alla capitale Sarajevo, ha sofferto i danni peggiori. La città dominata dallo Stari Most, il ponte di età ottomana, fu presa d’assalto tra il 1992 e il 1993 dalle armate jugoslave e dalle milizie croate. Il ponte andò distrutto assieme a cattedrali, moschee e architetture civili che disegnavano il profilo di una città in cui musulmani, cattolici e ortodossi, per secoli, hanno convissuto pacificamente in maniera proficua. Prima che gli amari frutti del conflitto maturassero, minando irrimediabilmente un clima di armonia e convivenza.

E sotto il profilo sportivo questo sentimento unitario era a Mostar incarnato dal Velež, la locale compagine calcistica, caratterizzata da una forte componente multietnica e popolare. Il nome della squadra deriva dal monte che domina la città di Mostar e a sua volta riecheggia quello di un’antica divinità slava, Veles. Un adagio popolare in città dice che “Mostar è tre cose: il Ponte Vecchio, il fiume Neretva e il Velež. Se ne manca anche solo una, non esiste Mostar”. A testimoniare il periodo nero vissuto da Mostar dopo il crollo della Jugoslavia, è bene ricordare che solo nel 2004 il ponte è stato ricostruito sulle macerie dell’antica architettura, mentre al contempo il Velež, tra gli Anni Settanta e Ottanta agli apici del calcio jugoslavo (3 campionati e 2 coppe vinte), conosceva un periodo d’eclissi segnato da crisi societarie, fallimenti e insuccessi sportivi.

Nel 2016, con una sola vittoria e 9 punti complessivi in 30 partite, la retrocessione dalla Prima Divisione bosniaca sembrava significare l’inizio della fine per la formazione simbolo della città. Ma a soli tre anni di distanza, i tifosi del Velež hanno potuto salutare un’imprevista riscossa della squadra che più rappresenta l’unita interreligiosa ed interetnica della città, il punto focale che la Bosnia contemporanea ricerca con fatica. Con 76 punti in 30 partite il Velež ha vinto l’ultima edizione della seconda divisione bosniaca ed ha riconquistato di forza la massima divisione. Facendo riscoprire una nuova unità alla città.

“La sera del primo giugno scorso, la città di Mostar si è colorata di rosso”, colore simbolo della società, sottolinea l’Osservatorio Balcani-Caucaso. “Una folla festante di donne e uomini di tutte le età (tantissimi i bambini), si è riversata nelle strade della città, raccogliendosi in piazza Musala dove, in un tripudio di cori sulle note della Red Army Orchestra e nella nebbia dei fumogeni, si è cantato e ballato fino a tarda notte. Chi non indossava la maglietta ufficiale del club, con un pallone da calcio dentro una stella rossa, introvabile da giorni, portava una sciarpa o una giacca dello stesso colore”. Il 4-2 sull’Igman Konijc ha certificato una promozione che, simbolicamente, significa il primo passo verso il ritorno alla normalità per una squadra e la città che rappresenta e corona gli sforzi di una tifoseria a lungo dedita a sostenere la formazione con contributi volontari, donazioni e raccolte fondi, “finalizzati a costruire pezzo per pezzo un nuovo stadio nel sobborgo di Vrapčiči, una manciata di chilometri a nord della città lungo la strada che porta a Jablanica e a Sarajevo. Dopo ventiquattro anni, lo stadio Rodjeni non è ancora terminato, ma è stato in grado di accogliere i circa settemila tifosi che, da tutta la Bosnia e persino dall’estero, hanno assistito al match che ha riportato la squadra in serie A”. Croati, musulmani e serbi riuniti in nome del Velez. Celebrando la forza unificatrice che, in certi frangenti, solo lo sport può garantire.