In Arabia Saudita i dati sulla pena di morte manifestano un netto peggioramento e un inasprimento dell’uso della punizione capitale nel Paese guidato dal principe ereditario Mohammad bin Salman. Nei primi nove mesi del 2024, infatti, sono state 211 le esecuzioni nel regno wahabita, già oltre il record per un singolo anno, siglato nel 2022 con 196 persone giustiziate.
Il boia non si ferma nel Paese mediorientale che nei giorni scorsi è andato a un passo dall’entrare nel Consiglio Onu per i Diritti Umani e sta utilizzando le esecuzioni capitali come forma di repressione verso ogni forma di dissenso, mentre all’esterno prova a vendere un’immagine moderna di sé tra turismo, investimenti, promozione dello sport e diversificazione dell’economia finora basata sul petrolio.
Amnesty International ha sottolineato che sono aumentate nettamente le esecuzioni per crimini non legati a omicidi o atti di terrorismo, storicamente dominanti nelle statistiche del Regno di casa Saud. Da gennaio a settembre 53 persone sono state giustiziate per reati legati al traffico di droga, contro le sole 2 del 2023. 15 di esse sono state uccise nel solo mese di luglio.
Altre 26 persone sono state giustiziate per offese non letali verso altre persone, principalmente per la partecipazione a proteste contro il Governo. I report parlano di protestanti che si trovavano privi di difesa in carcere, i quali venivano condotti nelle galere saudite con accuse relativamente lievi per poi trovarsi, nelle corti, incriminati per reati capitali o ritenuti collegati, senza prove, a organizzazioni come Al-Qaeda.
I dati, purtroppo, non sorprendono: da tempo è noto il tentativo di Riad di presentare un’altra immagine di sé tramite l’edulcorazione di molti aspetti oscuri del suo modello politico e sociale. Ma il Regno delle Spade resta un regime autoritario e repressivo, dove la stretta sul crimine è usata come forma di controllo e deterrente sociale e la pena di morte estensivamente applicata. Contribuendo a mantenere viva una pratica che nel mondo è in larga parte, fortunatamente, in disuso. Ci stupiamo? L’Arabia Saudita è il Paese la cui leadership ha fatto a pezzi Jamal Kashoggi e che è accusata di aver ucciso centinaia, se non migliaia, di migranti etiopi al confine con lo Yemen nel 2022-2023. Il boia ne è la manifestazione “formale”. Ma che il Paese fosse un problema sul tema del rispetto delle forme basilari di diritti umani era noto da tempo.
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