Anche in questo venerdì l’Algeria scende in piazza. Anzi, come annunciato nelle ore immediatamente precedenti alle nuove manifestazioni, è proprio in questo venerdì che si prevede la più importante mobilitazione da parte degli organizzatori delle proteste. E questo nonostante l’annuncio di nuove elezioni e l’avvio della fase post Bouteflika. Una tensione, quella che monta nel paese nordafricano, non destinata a placarsi. La sensazione è che la transizione appena iniziata si presenta come una vera e propria incognita.

Le elezioni fissate per il 4 luglio

Attualmente la situazione, da un punto di vista istituzionale, appare sotto controllo ed all’interno di un preciso quadro costituzionale. Quando i manifestanti iniziano a chiedere, nel mese di febbraio, a gran voce la non candidatura dell’anziano e malato presidente Bouteflika, l’Algeria sembra essere dinnanzi ad uno stravolgimento istituzionale. Invece il passaggio dei poteri avviene seguendo esattamente i dettami della Costituzione, senza deroghe o sospensioni di alcuni degli articoli della carta fondamentale dell’ordinamento algerino. Infatti Bouteflika, con le dimissioni ufficializzate lo scorso 2 aprile, passa semplicemente i poteri al presidente della camera alta evitando dunque l’impasse di dover prorogare il proprio mandato. Cosa che, inevitabilmente, avrebbe comportato deroghe alla Costituzione. Il nuovo capo dello Stato ad interim, per l’appunto il presidente del parlamento Abdelkader Bensalah, in modo altrettanto conforme ai dettami costituzionali a sua volta fissa le elezioni a 90 giorni dal suo insediamento.

Dunque, alla fine dei due mesi burrascosi in cui si teme la deriva verso la destabilizzazione del paese, l’Algeria vive questi momenti di transizione senza grossi sconvolgimenti. Il tutto sembra ridimensionarsi “semplicemente” in un rinvio di qualche mese del voto: fissato per il 18 aprile, adesso la nuova data è il 4 luglio. Fin qui le mosse a livello istituzionale. Ma nonostante le dimissioni del presidente e la nuova consultazione già fissata, come detto i manifestanti tornano in strada. E questa fase di transizione aperta dalla fine dell’era di Bouteflika, al momento non tiene conto delle nuove reazioni della piazza.

Cosa chiedono i manifestanti

Curioso come nei due paesi che nelle ultime settimane vedono la fine di due lunghe presidenze, ossia Algeria e Sudan, si rimane in piazza per motivazioni completamente opposte. In Sudan si chiede un passo indietro dei militari che giovedì depongono Al Bashir, in Algeria invece si invoca un più deciso intervento dell’esercito. Questo perchè i manifestanti giudicano negativamente la decisione di indire elezioni il prossimo 4 luglio. Secondo i promotori delle nuove proteste, il rischio è che le prossime consultazioni servano unicamente a confermare al potere l’attuale leadership. In poche parole, si chiede un totale azzeramento della classe politica con una transizione affidata all’esercito.

Una richiesta che non risulta affatto minoritaria tra chi manifesta in queste ore ad Algeri e nelle altre città più importanti del paese. Questo venerdì segna in varie parti dell’Algeria un numero record di manifestanti e non mancano gli scontri. Segno che questa transizione guidata dagli stessi uomini di Bouteflika non piace: vengono ritenuti troppo vicini all’ex presidente sia il nuovo capo di Stato ad interim Bensalah, così come l’ultimo premier nominato dal presidente uscente, Noureddine Bedoui. Ad Algeri viene chiamato “fattore delle tre B“: Bouteflika – Benalah – Bedoui. È contro le “tre B” che si scende in piazza sia in questo venerdì che nei prossimi giorni.

Ed è qui dunque che si potrebbe entrare in una fase molto delicata della transizione, quella cioè dove il vero rischio risulta rappresentato dal totale scollegamento tra quadro costituzionale/istituzionale e richieste dei manifestanti. Per ora l’Algeria regge pur senza Bouteflika proprio perchè il governo riesce a gestire l’amministrazione senza sconvolgimenti. Ma in vista del 4 luglio, la tenuta istituzionale del paese non appare affatto scontata.

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