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Renzo Puccetti  è un medico che, oltre ad essere stato in prima linea nella battaglia contro il Covid-19, si è a lungo speso per spiegare la necessità delle vaccinazioni anti Covid-19. InsideOver ha voluto interpellarlo per comprendere meglio un recente studio pubblicato sul New England Journal of Medicine e anche l’ultimo rapporto dell’Iss.

Tra varianti nuove che potrebbero spuntare all’improvviso e mosse che potrebbero rivelarsi decisive, la pandemia da Covid-19 procederà nei prossimi mesi. Purtroppo non possiamo ancora decretarne la fine ma possiamo, dati alla mano, ipotizzare cosa potrebbe accadere nel prossimo futuro: “Lo studio dell’Iss conferma quello che l’andamento dell’epidemia sta già mostrando sul campo. Mentre la variante Alfa consentiva di mantenere una discreta protezione già dopo la prima dose e dunque dava ragione a vaccinare quante più persone possibile con una dose e a ritardare le seconde dosi, questo non è più vero per la variante Delta, contro la quale i vaccini, in particolare quelli ad RNA, mantengono un’elevata protezione dell’88% dal Covid sintomatico, ma solo dopo la seconda dose”. I vaccini sono dunque utili nei confronti della variante Delta, ma in misura diversa rispetto a quanto lo fossero verso la variante Alfa (la prima “versione” del Covid). Questo dato potrebbe inficiare sulla strategia relativa alla vaccinazione: “Credo che dovremo molto rapidamente pensare ad un utilizzo più mirato di questa arma preziosissima. In Israele hanno dato mandato per studiare una terza dose, anche perché vi sono pazienti naturalmente o farmacologicamente immunodepressi il cui sistema immunitario non viene efficacemente stimolato dallo schema attuale”.

In Italia, le statistiche sembrano tenere. Non siamo ancora nella situazione della Gran Bretagna, dove i contagi sembrano essere ripartiti con una certa cadenza. Secondo Puccetti nel nostro Paese ci potrebbe essere una lenta ma progressiva opera di espansione, in termini di casistica, per mezzo di una delle ultime varianti d’interesse globale. Qualcosa su cui però non si deve restare inermi: “Anche in Italia la variante Delta sta diventando prevalente a causa di maggiore capacità infettante assunta dal virus. I giovani sono quelli che hanno la minore copertura vaccinale e quelli che, in misura maggiore, tendono ad avere contatti e a infettarsi con nessuno sintomo o con un quadro leggero. Questo – chiosa spiega il progressivo abbassamento dell’età media dei positivi che è giunto a 29 anni. Questo – fa presente – deve spingere noi medici a ricercare pro-attivamente il virus anche quando il quadro clinico è molto tenue”. Insomma, ai medici il compito di stanare il virus prima che quest’ultimo si allarghi a macchia d’olio, lasciando minor spazio d’intervento. Poi c’è un altro focus. Qualcosa che è stato ventilato da più parti: ci si ricorderà, ad esempio, dell’iniziale tattica di Boris Johnson sul raggiungimento dell’immunità di gregge. Poi sono arrivati i sieri e di immunità di gregge abbiamo iniziato a parlare con modalità differenti. Bene, su questo punto, il dottor Puccetti è lapidario, indicando come impossibile il raggiungimento di quella immunità: “La variante Delta ha un R0 indicato tra 5 e 8; questo significa che per raggiungere l’immunità di gregge dovremmo avere almeno l’80% della popolazione immune dall’infezione. Con i valori di protezione dall’infezione garantita dai vaccini attuali, potremmo soltanto sperare di raggiungere tale soglia vaccinando il 100% della popolazione, un obiettivo di fatto irraggiungibile“. La sintesi è elementare e senz’appello: non potendo vaccinare l’intera popolazione, non raggiungeremo la tanto sbandierata immunità di gregge. 

Le varianti virali presentano differenze. Pure per questo motivo, le strategie messe in campo, stando all’opinione del medico che abbiamo interpellato, dovrebbero tenere conto di due elementi: il momento pandemico, che è diverso da quello iniziale e dagli altri che abbiamo attraversato, ed il tipo di avversario che stiamo contrastando, perché il Covid-19, con la variante Delta, è evoluto, divenendo di fatto più contagioso: “Con la variante Alfa – annotta Puccetti – avevamo più tempo, con la Delta dobbiamo proteggere i circa 6 milioni di persone con oltre 40 anni che al momento sono del tutto scoperte e per farlo abbiamo pochissimo tempo perché dobbiamo fare 12 milioni di dosi ed attendere almeno 2 settimane perché la difesa vaccinale abbia raggiunto l’efficienza massima. L’alternativa per non sovraccaricare ancora una volta il sistema sanitario è ripiombare nelle restrizioni delle zone colorate il che è un danno sociale ed economico”. 

Finiamo così a discorrere dell’argomento principe di questi giorni: il Green Pass. Sappiamo come la politica non sia tutta concorde sul punto. Introdotto idealmente da Emmanuel Macron, il “lasciapassare verde” è stato adottato in Italia tramite decreto. Ma Puccetti dubita di alcuni aspetti: “Poiché il vaccino riduce il rischio di infezione, ma non lo elimina – premette – , ammettere 100 persone al ristorante col Green pass non assicura che nessuna di loro sia positiva e possibilmente contagiosa. Il Green pass è dunque un calmiere. Un suo uso esteso – insiste – mi sembra un modo furbesco per imporre limitazioni alle libertà senza assumersi la responsabilità di proteggere le persone ricorrendo ad una legge che renda obbligatorio il vaccino per i più vulnerabili, risarcendo i pochi casi di gravi reazioni avverse”. Dunque l’adozione del Green Pass avrebbe in qualche modo permesso di evitare l’imposizione della vaccinazione obbligatoria. Ma sempre lo stesso Green Pass non costituirebbe un’assoluta certezza sul fatto di frequentare luoghi al riparo da contagi. Ma in che senso, domandiamo ancora? “È molto semplice: empiricamente – argomenta il medico – abbiamo evidenze che focolai infettivi da variante Delta sono originati da soggetti completamente vaccinati – spiega Puccetti –  Questo avviene più facilmente con la variante in questione (cioè la Delta, ndr) perché con essa di raggiungono cariche virali molto elevate. Il vaccino riesce a proteggere dalla forma grave di malattia con elevata efficacia, ma non è altrettanto efficiente nel contrastare l’infezione. Era già vero con la variante Alfa ed è ancora più vero con la variante Delta. Peraltro – aggiunge – è ormai conoscenza acquisita che le persone immunodepresse, naturalmente o per l’assunzione di farmaci immunosoppressivi, in una percentuale rilevante possono non formare anticorpi dopo il vaccino. Queste persone sono vaccinate, ricevono il Green pass, ma non sono protette, possono infettarsi ed infettare a loro volta”, conclude. 

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