“Accelerando al massimo, grazie alle nuove tecnologie, un vaccino contro il nuovo coronavirus potrebbe essere pronto all’uso in uno-tre anni”. A parlare con l’Adnkronos Salute è Rino Rappuoli, scienziato italiano celebre nel mondo che di vaccini ne ha inventati parecchi, ultimo in ordine di tempo quello contro la meningite B.

Adesso gli occhi di tutti sono puntati sul virus che viene dalla Cina. I numeri dell’epidemia fanno paura. A renderli ancora più spaventosi sono i precedenti che vengono dal passato anche. Sarà un’apocalisse? Difficile dirlo. “Potrebbe essere una ‘bolla’ che si riesce a contenere e poi scompare”, assicura Rappuoli.

C’è, tuttavia l’eventualità, che possa rivelarsi una problema serio per tutta l’umanità. Anche perché gli scienziati non sono ancora riusciti a scoprire l’origine del virus. C’è chi parla di un esperimento sfuggito di mano da un laboratorio militare della zona e chi invece accende i riflettori sul mercato ittico di Huanan, in pieno centro di Wuhan, capoluogo della provincia dello Hubei che conta 11 milioni di abitanti. Ma quel più allarma è quel passaggio che rende l’uomo bersaglio di patogeni che, fino a poco tempo prima, si limitavano ad attaccare solo gli animali.

All’interno del mercato popolare locale di Huanan si vende davvero di tutto. Non solo pesci e frutti di mare, ma anche selvaggina di qualunque specie. Sulle bancarelle l’igiene lascia molto a desiderare e le più elementari norme per prevenire il proliferare di questi patogeni vengono quotidianamente contravvenute. Dalle salamandre ai koala, passando per i pavoni, i topi, i cuccioli di lupo, le volpi, i porcospini e persino serpenti, tutto è in vendita e la macellazione avviene quando questi sono ancora vivi.

Tutto alla luce del sole. Con sangue e frattaglie di carne che finiscono sciacquate via nello scolo. Secondo alcuni scienziati, che in questi giorni sono al lavoro per scoprire come dare una risposta rapida a quella che può rivelarsi una vera e propria pandemia, la causa del coronavirus potrebbe essere uno degli animali che vengono venduti nel “wet market”. Ora, però, non resta da capire perché, di punto in bianco, il virus passa dall’animale all’uomo. È il cosiddetto effetto spillover, ovvero il “salto di specie”. È comune in natura. E anche il virus 2019-n-Cov è “saltato” letteralmente da una specie all’altra dopo aver subito una trasformazione. Una volta, che si è stabilizzato nel nuovo ospite, cioè nel “paziente zero”, l’infezione si è immediatamente propagata da un uomo all’altro, senza più bisogno dell’altra specie come vettore.

Effetto Spillover o zoonosi

Uno dei libri più famosi di David Quammen si intitola proprio “Spillover. L’evoluzione delle pandemie”. Il testo è stato pubblicato in Italia da Adelphi e, in oltre 600 pagine, lo scrittore statunitense ricostruisce come alcune malattie si siano propagate tra gli esseri umani a partire dal contatto con animali infetti. Dall’Ebola alla Sars passando per il Nipah, le pandemie del passato sono molteplici e, per certi versi, terribilmente simili a quella del nuovo coronavirus cinese. Non a caso l’incipit del saggio, pubblicato 2012 ma ancora attuale, potrebbe essere l’esatta descrizione di quanto sta accadendo in queste settimane nello Wuhan. Basta sostituire Hendra con coronavirus: “Il virus oggi noto come Hendra non fu certo il primo di una serie di nuovi e spaventosi patogeni, né il peggiore. Sembrava anzi essere molto meno grave di altri: in termini numerici la mortalità era inizialmente bassa e da allora è rimasta tale; inoltre si manifestò in un ambito molto circoscritto e gli episodi successivi non si verificarono troppo lontano dal focolaio. Tutto partì da una località vicina a Brisbane, in Australia, nel 1994. I primi casi segnalati furono due, di cui uno mortale”.

Ma cos’è lo spillover? “Come i predatori, anche i patogeni hanno le loro prede preferite, abituali bersagli dei loro attacchi – si legge nel saggio di Quammen – proprio come un leone, abbandonando occasionalmente il suo normale comportamento, può uccidere una mucca anziché uno gnu, o un essere umano al posto di una zebra, anche i patogeni possono scegliere un altro bersaglio”. Per la scienza sono “incidenti, aberrazioni”. Che però accadono. E possono uccidere. “Quando un patogeno fa il salto da un animale a un essere umano – spiega ancora – si radica nel nuovo organismo come agente infettivo, in grado talvolta di causare malattia o morte”. In questi casi ci troviamo davanti a una zoonosi e, come spiega Quammen, “ci aiuta a capire perché la scienza medica e la sanità pubblica sono riuscite a debellare terribili malattie come il vaiolo e la poliomielite ma non altre come la dengue e la febbre gialla”.

Virus e crisi planetarie

Il caso del 2019-n-Cov non è, dunque, isolato. Ed è questa la preoccupazione principale della comunità scientifica mondiale. La zoonosi è più comune di quanto non osiamo pensare. Un salto interspercifico talmente poco raro che, dati alla mano, si è verificato almeno “nel 60 per cento circa delle malattie infettive dell’uomo oggi note”. Non solo. Come spiega Quammen, autore anche di un altro interessantissimo saggio intitolato “Alla ricerca del predatore alfa”, ci sarebbe una sorta di “correlazione tra queste malattie che saltano fuori una dopo l’altra”. Scendendo nel dettaglio, i virus come il coronavirus “sono lo specchio di due crisi planetarie convergenti: una ecologica e una sanitaria. Sommandosi, le loro conseguenze si mostrano sotto forma di una sequenza di malattie nuove, strane e terribili, che emergono da ospiti inaspettati e che creano serissime preoccupazioni e timori per il futuro negli scienziati che le studiano”.

Nessuno, fa esplicitamente capire Quammen, sa quando scoppierà la prossima pandemia globale e letale. Leggere Spillover potrebbe essere il primo passo per non farsi cogliere impreparati. “(Zoonosi, ndr) – ci mette in guardia – una parola del futuro, destinata a diventare assai più comune nel corso di questo secolo”.

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