Da quando si è aperto il nuovo secolo l’uomo si è ritrovato a combattere tre epidemie che hanno messo in discussione il sapere scientifico. I grandi passi compiuti dagli esperti del settore, hanno dovuto fare i conti con la famiglia dei coronavirus che, in tutte e tre le circostanze, si è presentata in maniera differente ma con effetti letali sulla popolazione.

La ciclicità delle epidemie

Sono tre le epidemie che negli ultimi anni hanno seminato morte fra gli esseri umani e tutte generate  dai coronavirus. Ad “inaugurare” l’inizio del nuovo secolo, nel 2003, è stato il virus Sars-CoV nella provincia cinese del Guandong, seguito nel 2012 dal Mers-CoV, sviluppatosi a Gedda, in Arabia Saudita. Dopo alcuni anni di tregua è esploso un altro virus a Wuhan alla fine del 2019, il Sars-CoV-2, facendo registrare milioni di vittime in tutto il mondo. Cosa lega questi virus oltre al fatto di appartenere a un’unica famiglia? La ciclicità con la quale essi si sono presentati fino ad oggi. In 16 anni, con intervalli di 9 e 7 anni, i coronavirus hanno fatto il salto di specie dall’animale all’uomo causando gravi influenze dopo aver attaccato le vie respiratorie. Microrganismi che hanno trovano nell’essere umano l’ospite per eccellenza per trasmettersi con rapidità dal momento che la società odierna è composta di persone che si spostano sempre e ovunque, al contrario degli animali. Motivo questo che non lascia dormire sogni tranquilli per i prossimi anni. I salti di specie ci sono sempre stati e quindi è inevitabile che ne avvengano altri.

Le maggiori possibilità di salto da animale a uomo

Alcune volte le novità capaci di contraddistinguere un’epoca sono ben evidenti, perché figlie di eventi percepiti dalla popolazione. Altre volte non è così. Una grande svolta di questo inizio secolo ad esempio è passata nettamente in sordina: nel maggio del 2007, in particolare, per la prima volta la popolazione urbana ha superato quella rurale. Vuol dire che l’uomo in tutto il mondo sta “rosicchiando” spazio alla natura. Le città si spingono sempre più verso luoghi e zone prima esenti da antropizzazione. Il risultato? La specie umana vive a stretto contatto con contesti una volta selvatici. Ambienti dove sono presenti migliaia di animali potenziali contenitori di nuovi virus.

L’Ipbes, l’Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services, ne ha contati almeno 1.7 milioni. Tanti sarebbero, secondo l’istituto sulla biodiversità delle Nazioni Unite, gli agenti patogeni non ancora scoperti, metà dei quali pronti a fare il salto dall’animale all’uomo. Più l’uomo “avanza” in contesti selvatici, maggiore è ovviamente la possibilità di entrare a contatto anche con uno solo di questi nuovi virus. I tre coronavirus del XXI secolo sono stati tutti trasmessi dagli animali. I pipistrelli nel caso della Sars del 2002-2003 e del Sars Cov 2 del 2019, i cammelli per quanto riguarda la Mers. A fare da tramite altre specie ancora non ben identificate, ma che di certo vivono a stretto contatto con ambienti antropizzati.

La vita del XXI secolo rende più facili i contagi

Ma per dar vita a un’epidemia su vasta scala il salto di specie non basta. Occorre anche una maggiore facilità nella trasmissione del virus da uomo a uomo. E gli stili di vita odierni aiutano gli agenti patogeni a circolare più rapidamente. Si vive a stretto contatto per via di legami economici e commerciali che, soprattutto negli ultimi 20 anni, hanno fatto aumentare il numero di viaggi anche tra Paesi molto distanti. Territori fino al secolo scorso considerati remoti e lontani, oggi sono gli stessi da cui provengono buona parte degli oggetti usati nel quotidiano.

È, in poche parole, l’effetto della globalizzazione ad aver dato probabilmente un’ulteriore accelerazione alle epidemie: “Già nel 2007 – ha ricordato su InsideOver lo studioso Pierluigi Fagan – era stato lanciato l’allarme sul rischio di pandemia da coronavirus alimentato dalla globalizzazione”. Sia la Sars del 2003 che la Mers del 2012 in poco tempo hanno raggiunto Paesi diversi da cui era dilagato il primo focolaio. Il Sars Cov 2 ha addirittura fatto scattare una pandemia.

“Impossibile prevedere una nuova pandemia”

Che le tre epidemie appartenenti alla famiglia dei coronavirus si siano alternate a distanza di pochi anni le une dalle altre è un dato di fatto e questo fa pensare a un nesso nella ciclicità del ripetersi di questi episodi. Ma non è così. A spiegarlo è Paolo Bonanni, professore ordinario di Igiene generale e applicata all’Università degli studi di Firenze: “Credo che questa ciclicità sia più un caso – ha dichiarato il professore ad InsideOver – conoscendo la velocità di ricombinazione dei vari virus non è improbabile che ogni tot di anni ne esca uno avente la capacità di trasmettersi da uomo a uomo”.

Per far meglio comprendere il concetto, Paolo Bonanni ha preso come esempio le tradizioni culturali di alcuni Paesi orientali: “È ovvio – ha affermato – che ci sono degli aspetti di tipo sociale che facilitano la diffusione di questi virus. Ci sono ad esempio quei mercati alimentari in alcuni Paesi asiatici dove si vedono gabbie con animali vivi che vengono uccisi lì stesso e le persone ne bevono il sangue. In quella commistione fra specie animali, in quegli ambienti, c’è un amplificatore della facilità dei virus che si creano ai livelli dei serbatoi degli animali per poi poter arrivare all’uomo”. A questo punto la domanda sorge spontanea: fra qualche anno lotteremo contro una nuova pandemia? “Non possiamo impedire ai virus di crearsi – ha concluso il professor Bonanni – semmai possiamo evitare che arrivino all’uomo e di diffondersi facilmente. Bisogna applicare delle idonee modalità per ridurre quel “travaso” dalla specie animale a quella umana. La scienza non ha la sfera di cristallo, non ci sono modi per prevedere una pandemia”.

Un Natale di pace per i Cristiani che soffrono
DONA ORA
Un Natale di pace per i Cristiani che soffrono
DONA ORA