Nella giornata del 30 aprile ha compiuto cento anni di vita Tom Moore, il capitano e veterano dell’esercito britannico che ha acquisito notorietà nelle ultime settimane per la sua battaglia filantropica a favore del National Health Service, il sistema sanitario pubblico del Regno Unito, impegnato nell’emergenza coronavirus.

Thomas Moore, nato il 30 aprile del 1920, ha prestato servizio nell’esercito britannico durante tutto il corso della Seconda guerra mondiale, dapprima nel prestigioso Reggimento del Duca di Wellington, di presidio alla Cornovaglia contro una possibile invasione tedesca, e poi in Asia, inquadrato nel 145esimo e nel 146esimo reggimento corazzato, schierato contro i giapponesi e protagonista della vittoriosa offensiva alleata per la liberazione della Birmania tra il 1944 e il 1945.

Nelle scorse settimane, mentre il Regno Unito subiva la marea montante del contagio l’ex capitano del British Army ha lanciato una raccolta fondi telematica apparendo in un video in cui si impegnava a camminare nel suo giardino fino a raggiungere la distanza di 2,5 chilometri in cambio dell’impegno a portare in dotazione al Nhs un finanziamento di mille sterline. Moore, operato negli scorsi anni di un tumore alla pelle e reduce da un intervento all’anca, si presenta provato, col deambulatore, ma fiero e non piegato dalla stanchezza. Dal lancio della sua petizione, l’8 aprile scorso, Moore ha ottenuto un successo impensabile: 70mila sterline nelle prime 24 ore, 14 milioni nella prima settimana, 29 milioni al giorno del suo compleanno, in cui è stato celebrato in un videomessaggio dal primo ministro Boris Johnson e ha ricevuto un regalo inaspettato a oltre settant’anni dalla fine del conflitto. La regina Elisabetta II ha infatti deciso di promuovere Moore al titolo di colonnello onorario dell’esercito di Sua Maestà.

La commozione di Moore nel video in cui è immortalato nel momento in cui riceve l’onorificenza è notevole e fa trasparire l’orgoglio e l’umiltà dell’uomo, proveniente dall’Inghilterra profonda, dal West Yorkshire, e giunto alla soglia del secolo di vita a rinsaldare il legame tra il British Army e il Paese, nonché il suo nesso con il sistema sanitario nazionale del Regno Unito.

Nella fiera immagine del capitano Moore, infatti, è possibile leggere il motto che animò il Regno Unito durante l’ultimo conflitto mondiale: quel semplice e profondo We shall never surrender” che dal discorso di Winston Churchill ai Comuni del 4 giugno 1940 risuonò nei cuori e nelle menti di tutti i britannici come una promessa e un monito. Moore, a ottant’anni di distanza da quel discorso, oggi incarna la resistenza britannica alla pandemia e la battaglia coraggiosa del Nhs, che con la vittoria britannica nella guerra ha un nesso speciale. Se Churchill fu il gigante che, alla guida del Paese, seppe condurre la nazione alla resistenza in guerra il suo successore laburista, Clement Attlee, non fu meno grande nella capacità di “vincere la pace”, fondando attorno all’espansione dei diritti sociali, del welfare e di un nuovo patto tra Stato e cittadini la rinascita britannica dopo le elezioni dell’estate 1945. Di questo patto il National Health Service, inaugurato nel 1948, fu la manifestazione più concreta.

“We shall never surrender” è oggi l’invito che Moore, ex militare, centenario, padre di famiglia, vedovo dal 2006 e sopravvissuto, dopo la guerra, a interventi e patologie rivolge al suo Paese e ai suoi concittadini: il virus si può vincere, i valori e la tenacia battono ogni asperità. La sua raccolta fondi testimonia lo spirito di unità della nazione britannica attorno ai suoi simboli e alle sue istituzioni: un messaggio positivo che è da esempio a tutti i Paesi coinvolti nella guerra al virus.