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Nessuno dei duemila volontari che hanno ricevuto la doppia somministrazione del vaccino Sputnik V è stato infettato dal virus SARS-CoV-2. A riferirlo (al portale Eastern Herald) è stato Alexander Gintsburg, a capo del Centro Nazionale di Ricerca per l’Epidemiologia e la Microbiologia Gamaleya di Mosca, che ha curato lo sviluppo del preparato vaccinale. Il medico ha voluto smentire le voci circolate in merito alle infezioni di alcuni volontari che, malgrado la presenza di anticorpi, avrebbero comunque contratto il Covid-19. Ginsburg ha chiarito come una persona sia da considerare vaccinata solamente 21 giorni dopo la seconda somministrazione dello Sputnik V e che il preparato necessita di tempi lunghi per favorire la produzione di anticorpi protettivi nel ricevente.

Un rischio calcolato

La Federazione Russa è stato il primo Paese al mondo a brevettare un vaccino, denominato Sputnik V, contro il Covid-19. Lo sviluppo dello Sputnik V è avvenuto in brevissimo tempo ed il farmaco è stato registrato ancor prima del completamento della Fase 3 della sperimentazione clinica, un passaggio fondamentale volto a verificarne la sicurezza e l’efficacia. Nel corso della Fase 3 il vaccino viene inoculato su decine di migliaia di volontari e si cerca di capire, a distanza di molti mesi, se ha prodotto gravi effetti collaterali o se si è rivelato inefficace nella lotta contro il virus. Si tratta di un passaggio complesso e difficoltoso, che può segnare la fine di progetti ambiziosi. La Russia intende dare inizio alla vaccinazione di massa mentre i test clinici sono ancora in corso, una scelta che ha sollevato perplessità in alcuni osservatori. Gintsburg ha difeso le scelte di Mosca ed ha dichiarato all’agenzia Reuters che queste tempistiche sono state adottate a causa della pandemia, dato che “le persone muoiono come in guerra” ed ha affermato che nessun aspetto relativo alla sicurezza dello Sputnik V è stato trascurato. I primi 5mila volontari sono stati vaccinati il 9 settembre e le prime evidenze potranno essere pubblicate nel mese di ottobre o quello di novembre. La Russia potrebbe essere il primo Paese al mondo ad annunciare i risultati della Fase 3 della sperimentazione.

Una speranza per il futuro

Vladimir Putin ha puntato molto sull’efficacia dello Sputnik V e sulla possibilità che fornisca un contributo fondamentale nel porre fine alla pandemia. Mosca ha già firmato una serie di accordi per fornire oltre un miliardo di dosi vaccinali a 10 Paesi in Asia, America Latina e Medio Oriente ( tra cui ci sono Arabia Saudita e Brasile) ed il preparato potrebbe rivelarsi una formidabile arma propagandistica per rilanciare le prospettive del Cremlino sullo scenario mondiale. Il rischio, però, è che la reputazione russa possa crollare, a causa di un effetto boomerang, qualora il vaccino dovesse risultare poco efficace o insicuro. Un rischio tremendo che il Presidente Putin, con tutta probabilità, ha già calcolato. Il Capo di Stato è deciso a limitare, per quanto possibile, le ricadute del virus sull’economia del Paese. Le previsioni fornite dal Fondo Monetario Internazionale nel mese di giugno erano poco incoraggianti e stimavano che il Prodotto Interno Lordo potesse contrarsi del 6,6 per cento nel 2020 per poi rimbalzare del 4,1 per cento nel 2021. Un quadro fosco che potrebbe ovviamente aggravarsi (oppure attenuarsi) a seconda dell’evoluzione del quadro epidemiologico. L’arrivo della stagione fredda ed il forte aumento dei casi giornalieri registrati nella Federazione Russa, che hanno recentemente superato quota 13mila, non infondono ottimismo. L’implementazione di un nuovo lockdown su scala nazionale potrebbe avere effetti disastrosi sulla tenuta del sistema produttivo statale e sul tasso di approvazione del Capo dello Stato. Sullo sfondo ci sono Cina e Stati Uniti, le due superpotenze mondiali che auspicano un ridimensionamento della Russia per poter espandere i propri interessi strategici

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