Negli stessi giorni in cui il vaccino anti-Covid prende il largo in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, nella comunità cinese italiana scoppia il giallo. L’incidenza minima dei casi di Covid-19 in alcune comunità cinesi italiane ha fatto nascere il sospetto che il vaccino di Pechino possa essere giunto clandestinamente in Italia. Tra leggende metropolitane, rumor e perfino un’indagine della Guardia di Finanza, cerchiamo di fare chiarezza.

Clamore e indagini sono nati da un’evidenza di base: la bassissima incidenza del coronavirus in alcune località. Si tratta, in particolare, di Prato (una delle più grandi comunità sino-italiane) che ha fatto registrare solo cento casi dichiarati dall’inizio della pandemia con una comunità di 26mila residenti, e Napoli, dove si sono registrati solo cinque casi in una comunità di 5mila persone. Da qui, l’ipotesi che il vaccino cinese, privo di autorizzazione in Europa, possa circolare da tempo in forma clandestina, grazie ad approvvigionamenti occulti effettuati proprio in Cina.

Quanti sono i vaccini cinesi?

Il primo punto da chiarire è quale, tra le diverse opzioni vaccinali cinesi, stia eventualmente circolando in forma illegale. Il più noto è quello di Sinovac Life Sciences, la società cinese privata che si concentra sulla ricerca, sviluppo e produzione di vaccini umani e animali. Il vaccino anti Covid-19 dell’azienda, chiamato CoronaVac, è un vaccino inattivato, ergo, tradizionale. Viene prodotto coltivando il virus in laboratorio e trattandolo con una sostanza chimica che lo inattiva. La sostanza chimica blocca il virus in uno stato in cui non è in grado di replicarsi, ma la sua struttura viene mantenuta, consentendo al corpo di riconoscerlo come estraneo e attivare una risposta immunitaria. Nonostante non si conoscano a pieno i risultati degli studi di fase 3, una condizione tipicamente richiesta per ricevere l’approvazione normativa, CoronaVac è stato approvato per l’uso di emergenza in Cina per vaccinare i gruppi ad alto rischio da luglio 2020.

Vi è poi il vaccino Sinopharm, società cinese di proprietà statale che ricerca, sviluppa e distribuisce vaccini e altri prodotti farmaceutici. Ha prodotto una serie di farmaci che sono stati perfino approvati dalla Food and Drug Administration statunitense e dalle autorità dell’Ue. I due vaccini Covid-19 sviluppati da Sinopharm sono entrambi vaccini inattivati e seguono un processo di inattivazione simile al vaccino Sinovac e utilizzano anche adiuvanti per stimolare una risposta immunitaria. Le due soluzioni sono state sottoposte a studi clinici di fase 1 e 2 con risultati incoraggianti. Entrambi i vaccini sono attualmente in fase di sperimentazione 3.

Vi è poi il vaccino della CanSino Biologics: questa azienda cinese ha sviluppato un vaccino basato su un adenovirus in collaborazione con l’Accademia cinese delle scienze mediche militari. L’adenovirus non è in grado di causare la malattia da solo, ma viene utilizzato per fornire una proteina del coronavirus. Gli studi clinici di fase 2 hanno riportato che il vaccino è sicuro e induce risposte immunitarie significative nella maggior parte dei partecipanti. Questo vaccino è stato anche approvato per un uso limitato dalle forze armate cinesi a giugno, nel periodo in cui si sono concluse le prove di fase 2.  A chiudere il ventaglio dell’offerta vaccinale di Pechino, l’azienda Anhui Zhifei Longcom, che ha sviluppato un vaccino (a subunità proteica) che utilizza una parte purificata del virus, una proteina, per innescare una risposta immunitaria. Recentemente sono iniziati i test clinici di fase 3. Non è stato ancora pubblicato alcun annuncio o rapporto sui risultati delle prove di fase 1 e 2.

Quale vaccino circolerebbe in Italia?

Il vaccino in questione dovrebbe, presumibilmente, essere quello della Sinopharm sviluppato dal Beijing Institute of Biological Product, unità del China National Biotec Group di Sinopharm. Il farmaco non è disponibile sul mercato ma viene somministrato dal governo e, secondo quanto testimoniato da alcuni cittadini cinesi residenti in Italia, viene inoculato anche ai cittadini che risiedono e lavorano all’estero. Il vaccino ha iniziato ad essere somministrato in via sperimentale tra settembre e ottobre: in questa fase sarebbero state inoculate le prime dosi, accompagnate dal richiamo, circa un mese dopo. Non è quindi da escludere che numerosi cittadini cinesi siano rientrati in patria per vaccinarsi, al pari del personale medico, doganale e della pubblica amministrazione, per poi fare rientro in Italia come confermano i tanti che hanno raccontato la propria esperienza di vaccinazione in patria. Una misura non obbligatoria ma volontaria che potrebbe spiegare, parzialmente, la bassa incidenza della pandemia sui cinesi d’Italia. Il vaccino, inoltre, essendo gestito dal governo con procedure rigidissime, difficilmente potrebbe finire sul mercato nero ed essere esportato in forma clandestina. Non bisogna di dimenticare, poi, che la conservazione di questi vaccini è molto complessa e, al momento, non sono stati registrati sequestri o acquisizioni anomale di frigoriferi speciali.

Non si tratterebbe, invece, di dosi vaccinali clandestine nel caso delle 144 confezioni di farmaci provenienti dalla Cina «spacciati» come cura anti-Covid in quel di Napoli. I finanzieri del 2 ° Nucleo Operativo Metropolitano Napoli, alcuni giorni fa, hanno rinvenuto nel salone di un parrucchiere di origine cinese le confezioni contenenti complessivamente 3.456 pillole commerciali senza alcuna autorizzazione e con istruzioni e scritte esclusivamente in lingua cinese.

Alcune semplici spiegazioni

Tanti sospetti ma nessuna evidenza. La realtà, come spesso accade, è più semplice di quello che si pensa. Come già confermato da molti cittadini cinesi, molti hanno fatto rientro in patria per effettuale la vaccinazione di Stato. Una spiegazione semplice confermata anche da Wu Zhiqiang, portavoce della comunità cinese nel capoluogo partenopeo. Un altro elemento che potrebbe spiegare i casi di Prato e Napoli potrebbe essere anche legato alla riluttanza della comunità stessa, alla luce dei fenomeni discriminatori nei mesi scorsi, ad auto segnalarsi alle autorità sanitarie, soprattutto in caso di sintomi lievi. L’altra ipotesi, ampiamente suffragata dai dati epidemiologici e dai sanitari, è l’atteggiamento virtuoso della comunità cinese: grande attenzione nel rispettare le norme, uso costante della mascherina e continua igienizzazione delle mani, buone pratiche alle quali la comunità asiatica è sempre stata abituata, soprattutto sui mezzi di trasporto.