Dopo che nell’ottobre 1942 le forze britanniche guidate dal generale Bernard Montgomery avevano sconfitto e costretto alla ritirata le forze italo-tedesche nell’offensiva di El Alamein, il premier britannico Winston Churchill celebrò ai Comuni, in un discorso pronunciato il 20 novembre, la vittoria sul fronte africano non come “l’inizio della fine” della seconda guerra mondiale, ma come “la fine dell’inizio”. Segnalando la natura di punto di svolta rappresentato dalla battaglia. Analogamente, il mondo che sta affrontando incertezze, lutti e tensioni per la pandemia di coronavirus potrebbe conoscere la sua El Alamein nella diffusione globale del vaccino Oxford-AstraZeneca, che è il più performante sia sotto il profilo della conservazione che sul piano dei costi.

Il vaccino AstraZeneca, al cui sviluppo partecipa anche l’Irbm di Pomezia, costa dai 3 ai 4 dollari a dose contro i 20 del vaccino Pfizer-Biontech e i costi variabili, stimati tra i 25 e i 37 dollari, di quello Moderna. Inoltre, può essere conservato a temperatura frigo per circa sei mesi e non necessita della stessa critica catena del freddo di altri vaccini. Differenze, queste, legate alla diversa natura dei vaccini: quelli Pfizer e Moderna utilizzano il codice mRna del coronavirus per allenare la risposta immunitaria dell’organismo, mentre i laboratori di Oxford hanno lavorato prendendo un virus innocuo per l’essere umano, quello del raffreddore presente negli scimpanzè, e modificandolo con la proteina spike del Sars-Cov-2. Producendo dunque un effetto più pervasivo.

Parliamo di un potenziale game changer capace di garantire flessibilità ed economicità ai trattamenti, di fare sì che vengano accelerate le procedure di vaccinazione e di ridurre i colli di bottiglia strutturali della logistica biomedicale. Logico dunque che un prodotto di punta come il vaccino AstraZeneca sia centrale a diversi giochi politici legati alla competizione strategica a tutto campo tra i Paesi per promuovere, a fari spenti o esplicitamente, i propri campioni del settore farmaceutico. Se è comprensibile che i Paesi abbiano, con i contratti-quadro stipulati nei mesi scorsi, precettato dosi di diversi vaccini per diversificare il rischio e accelerare su più fronti la ricerca, è chiaro che in diversi contesti legati non solo all’Occidente e ai Paesi che ne fanno parte ma anche al mondo in via di sviluppo l’entrata in campo dei vaccini anglo-svedesi, assieme alla parallela diffusione dei prodotti russi e cinesi, potrà essere un fattore risolutivo.

Il vaccino AstraZeneca è a suo modo scomodo. Lo è per gli Stati Uniti, dato che Pfizer è una loro multinazionale e che nel programma Warp Speed Washington ha imposto finanziamenti miliardari alle sue società; lo è, a suo modo, politicamente per l’Unione Europea, dato che il Regno Unito post-Brexit, con un vaccino del genere, si è dotato di un moltiplicatore di potenza notevole.  E nel contesto della partita globale dei vaccini (che genererà investimenti e affari per 50 miliardi di dollari secondo Dagospia), il fatto che anche il governo di Boris Johnson abbia ritardato a lungo l’entrata in scena del suo vaccino sviluppato nei laboratori di Oxford può esser visto come il frutto di una tattica politica.

Londra ha infatti dato il via libera all’utilizzo del vaccino AstraZeneca solo il 31 dicembre 2020, diverse settimane dopo che Regno Unito, Usa e Ue avevano iniziato a approvare lo Pfizer/Biontech. Perchè lasciar spazio e tergiversare così a lungo? Come scrive Maria Sorbi su Il Giornale: “se l’Inghilterra avesse approvato lo studio AstraZeneca a ottobre, quando ha ricevuto i documenti, avrebbe dovuto dividere le dosi con il resto dell’ Europa. Ora che può agire secondo Brexit, si può tenere le dosi prodotte tutte per sé, fino all’ autorizzazione alla distribuzione in Europa. Quindi non è da escludere che mettere AstraZeneca in coda a Pfizer abbia avuto i suoi vantaggi per molti”. E il 31 dicembre è stato il primo giorno seguito alla ratifica dell’accordo bilaterale tra Regno Unito e Ue per il futuro delle relazioni tra le due sponde della Manica.

C’è molto simbolismo politico e molto pragmatismo “british” in una scelta politicamente furba. A cui hanno fatto seguito precise mosse operative: il governo Johnson ha ordinato 100 milioni di dosi, sufficienti per vaccinare 50 milioni di persone. Un quantitativo in grado di coprire il fabbisogno per l’intera popolazione calcolando le dosi già acquistate del vaccino Pfizer, e che farà da volano all’industria nazionale. Nel suo impianto di Wrexham, in Galles, la Cp Pharmaceuticals produrrà le dosi ordinate dal governo britannico, un terzo della sua capacità produttiva totale, e fino a 150mila fiale per l’inoculazione al giorno.

Un nuovo fronte interessante per il consorzio Oxford-AstraZeneca sarà poi l’India, tradizionale “farmacia del mondo” che nel 2021 metterà in campo la sua capacità produttiva a favore dei produttori dei vaccini. Con occhio particolare, da Paese con grandi problematiche sociali e di povertà interne, proprio a quello tra i vaccini che dà le migliori garanzie di sicurezza. Moderna intende produrrà da 500 milioni a 1 miliardo di dosi del suo vaccino nel 2021; Pfizer/Biontech puntano quota 1,3 miliardi. AstraZeneca vuole arrivare a 3 miliardi di dosi puntando proprio sulla mobilitazione degli impianti indiani, primo fra tutti quel Serum Institue di Pune divenuto un colosso globale della manifattura farmaceutica.

E le alleanze politiche, commerciali e industriali costruite sul terreno della produzione vaccinale probabilmente non mancheranno di consolidarsi sul medio e lungo periodo. Se le prospettive della “Global Britain” nell’anno della pandemia sono state a lungo incerte, bisogna dire altresì che il vaccino Oxford-AstraZeneca valorizza anche strategicamente la posizione di Londra nel contesto internazionale. Fattosi sempre più competitivo, come prevedibile, anche sul fronte della ricerca dell’immunità al Sars-Cov-2. Purtroppo pensare al vaccino come a un bene pubblico globale su cui non si sarebbe scatenata la logica di potenza era a dir poco illusorio.

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