Il coronavirus sta creando scenari da incubo in Spagna, Paese che dopo l’Italia è risultato il maggiormente colpito dall’epidemia di Covid-19 nel Vecchio Continente. I contagi e i decessi hanno conosciuto un’impennata drastica nelle ultime settimane, Nella giornata del 30 marzo il governo Madrid ha annunciato il sorpasso sulla Cina per numero di casi registrati, oltre quota 85mila, mentre i decessi superano le 7mila unità.
A Madrid gli ospedali esplodono sotto il peso dei nuovi ricoveri, le agenzie funebri sono a corto di bare, i corpi dei defunti sono conservati nei palaghiaccio. Il sistema sanitario è al collasso e presto potrebbe essere anche l’economia: il governo di coalizione tra i socialisti del Psoe del premier Pedro Sanchez e la sinistra radicale di Podemos ha messo sul piatto circa 100 miliardi di euro per fronteggiare l’emergenza. Ma il primo fronte è sanitario: e Madrid paga duramente anni di cattiva gestione del suo patrimonio sanitario.
Nel 2010 il Paese spendeva in sanità il 9% del suo Pil, nel 2018 la percentuale era pressoché costante, l’8,9%, ma a fronte di una popolazione invecchiata e di un crescente costo dei trasferimenti regionali e alle comunità autonome. Il che ha prodotto una riduzione della disponibilità di personale e degli investimenti diretti a rafforzare i reparti e la loro capacità di reazione. “Se da una parte il numero di medici impiegati negli ospedali spagnoli è di 2,31 per ogni mille abitanti, di poco superiore a quello italiano (2,15) il rapporto della Commissione europea “State of Health in the UE. España. Perfil sanitario nacional 2019” sottolinea che la percentuale di infermieri è al di sotto della media europea: 5,7 per ogni mille abitanti rispetto all’8,5 europeo”, scrive Altra Economia.
L’austerità non ha colpito la spesa pro capite, come in altri Paesi, ma in compenso in Spagna la necessità di preservare l’equilibrio tra Stato e regioni e le riforme sanitarie dei governi di Mariano Rajoy hanno ridotto la disponibilità economica per l’assunzione di personale, il rafforzamento dei reparti di terapia intensiva, l’interoperatività tra sistema privato e pubblico. Spicca, in particolar modo, la carenza di posti letto in terapia intensiva, nodo fondamentale della risposta al Covid-19: prima della crisi essi erano pari a “3.508 all’interno della sanità pubblica e 896 in quella privata. Ciò equivale, secondo quanto riporta il quotidiano 20Minutos a 9,7 letti di UCI per ogni 100mila abitanti, rispetto ai 29,2 della Germania o ai 12,5 dell’Italia, mentre il Regno Unito ne ha solamente 6,6 per ogni 100mila abitanti”.
Il governo Sanchez ha immediatamente posto al servizio della sanità pubbliche le cliniche private, cercando di ottimizzare l’efficienza del sistema sotto un controllo unico. Alle comunità autonome è stata data facoltà di coordinare dal fronte l’emergenza: l’architettura istituzionale dello Stato spagnolo non consente di fare altrimenti. Nel pieno dell’emergenza Salvador Illa, il ministro della Salute, ha annunciato, il 19 marzo, un aumento di circa 50mila unità del personale sanitario, rivelando dunque l’entità della carenza di organico e della mancanza di personale negli ospedali spagnoli. Quella nel Paese è una guerra a tutto campo. Madrid combatte con lacrime, sangue e sudore: dovendo recuperare in poche settimane anni di gap e disfunzionalità. Parliamo della tragedia di ogni sistema sanitario nazionale messo alla corda dalla pandemia globale: un severo monito per l’avvenire, in cui la sanità dovrà essere un bene pubblico adeguatamente finanziato nei Paesi avanzati.