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Nel discorso che ha aperto il XX Congresso del Partito Comunista Cinese, a ottobre, Xi Jinping ha ripetuto la parola “sicurezza” oltre 90 volte, rispetto alle 50 del 2017. È questo, non a caso, uno dei concetti chiave della Cina odierna, vista la tempesta perfetta con gli Stati Uniti e il rischio, crescente, che agenti o potenze straniere possano penetrare la corazza difensiva del Dragone, così da carpire informazioni sensibili relative alla sfera politica o al mondo economico.

Quando il presidente cinese parla di sicurezza, si riferisce però ad un concetto molto ampio, che comprende sia la sicurezza interna al Paese che quella esterna, e che abbraccia svariati settori strategici. Troviamo, infatti, la sicurezza che riguarda la politica, facente capo alla sicurezza pubblica e alla sicurezza dello Stato, ma anche quella relativa a economia, tecnologia, informazioni e risorse. In seguito allo scoppio della guerra in Ucraina, Pechino ha acceso i riflettori, in particolare, sulla sicurezza alimentare, onde evitare la nefasta ipotesi che le tensioni internazionali possano farle correre il rischio di restare a corto di alimenti chiave nella dieta della popolazione cinese.

In base a quanto stabilito dal World Food Summit del 1996, la sicurezza alimentare è formata da quattro dimensioni: la disponibilità fisica di cibo, relativa quindi al lato dell’offerta e determinata dal livello di produzione alimentare, dai livelli delle scorte e dal commercio netto; l’accesso economico e fisico al cibo, da consolidare mediante un’elevata attenzione politica sui redditi e le spese dei cittadini; l’utilizzo degli alimenti, ovvero il fatto che esista una diversità della dieta e un buon utilizzo biologico del cibo; e la stabilità nel tempo delle tre dimensioni citate.

Formalmente, un Paese ha garantita la sicurezza alimentare quando realizza questi quattro punti. Tuttavia, fattori come la pandemia di Covid-19, la diffusione della peste suina africana, i conflitti geopolitici e militari, lo scontro tra Ucraina e Russia, hanno iniziato a scalfire la Grande muraglia cinese. Spingendo Pechino a prendere adeguate contromisure.

Pechino e la sicurezza alimentare

L’obiettivo della Cina non consiste più nel fornire almeno un piatto di riso al giorno alla sua immensa popolazione, che ormai da decenni non soffre più problemi simili, quanto piuttosto smarcarsi da pericolose dipendenze strategiche. Già, perché tra i principali importatori di cibo della Repubblica Popolare Cinese troviamo Stati Uniti e Ucraina: un Paese rivale e uno destabilizzato dalla guerra.

Come ha sottolineato Asian Nikkei Review, il Dragone ha sempre fatto affidamento alla potenza agricola di Kiev per il mais, uno dei tre cereali principali della propria dieta assieme al frumento e al riso. Un alimento chiave, non solo per le persone ma anche per il bestiame e l’allevamento di suini. Ebbene, prima della guerra, l’Ucraina contribuiva ad oltre l’80% delle importazioni complessive di mais dalla Cina.

Allo stesso tempo, grazie ad un accordo conseguito con l’amministrazione Trump, anche gli Stati Uniti giocavano un ruolo chiave nell’import dello stesso mais. Numeri alla mano, nel 2021, quando le importazioni hanno soddisfatto oltre il 10% della domanda di mais cinese, Pechino ha importato il 70% di questo alimento dagli Usa e il 30% da Kiev. Nel 2022, le importazioni complessive di mais dalla Cina sono diminuite del 27%.

La Fao ha definito tre livelli di autosufficienza alimentare: al di sotto dell’80% come deficit alimentare, tra l’80% e il 120% come autosufficienza alimentare e al di sopra del 120% come Paese con surplus alimentare. Il tasso di autosufficienza alimentare della Cina è diminuito dal 101,8% del 2000 al 76,8% del 2020, e si prevede che scenderà ulteriormente al 65% entro il 2035, se non verranno messe in atto misure tempestive.

I talloni di Achille alimentari della Cina

La crescente dipendenza dalle importazioni per i principali prodotti alimentari ha ampiamente peggiorato la sicurezza alimentare della Cina. Come ha sottolineato Geopolitical Monitor, la perdita di terra coltivabile, i semi meno produttivi, i costi più elevati della produzione interna e le preoccupazioni per la sicurezza alimentare dei marchi locali hanno spinto i consumatori domestici cinesi ad optare per gli articoli importati. Di conseguenza, la Cina è diventata un importatore netto di prodotti alimentari dal 2004, nonostante l’elevata produzione interna.

Il risultato è che il gigante asiatico importa più soia, mais, grano, riso e latticini di qualsiasi altro Paese. Giusto per fare un esempio, il valore delle importazioni di cereali e farina di cereali è quadruplicato nel periodo compreso tra il 2013 e il 2021, passando da 5,1 miliardi di dollari a 20,08 miliardi. Allo stesso modo, anche le importazioni cinesi di mais sono cresciute negli ultimi anni, soprattutto nel 2021, quando la Cina ha importato 28,35 milioni di tonnellate di mais, con un aumento del 152% rispetto all’anno precedente. 

C’è, poi, da monitorare con attenzione il discorso relativo alla soia, impiegata per produrre olio di soia per cucinare e farina di soia per l’industria della carne di maiale e del pollame. I prezzi della carne di maiale, tra l’altro, sono considerati molto sensibili e connessi alla soia, in quanto uno degli indicatori dell’inflazione alimentare è basato sulla disponibilità di questo prodotto. 

In termini generali, la Repubblica Popolare rappresenta circa il 60% del commercio mondiale di soia. Sebbene la produzione interna di soia sia aumentata negli ultimi anni – fino a raggiungere i 20,28 milioni di tonnellate nel 2022 – questo Paese importa ancora circa l’82% della sua domanda totale di soia, ed è il più grande importatore di soia al mondo. Per la cronaca, le importazioni sono aumentate in modo significativo da 58,38 milioni di tonnellate nel 2012 a circa 91 milioni di tonnellate nel 2022.

Le mosse di Xi

Nell’aprile 2021, Xi Jinping ha dichiarato che “la sicurezza alimentare è una base importante per la sicurezza nazionale”. Avendo pubblicamente collegato la sicurezza alimentare alla  sicurezza nazionale cinese, il presidente cinese ha quindi chiesto ulteriori sforzi per salvaguardare la sicurezza del grano e proteggere i terreni agricoli al fine di aumentare la produzione interna.

Ma è difficile cambiare certi numeri, considerando che, con meno del 10% della terra arabile del pianeta, la Cina produce un quarto del grano mondiale e nutre un quinto della popolazione mondiale. È per questo che il nuovo premier Li Qiang ha sottolineato l’obiettivo di aumentare la produzione agricola puntando sull’espansione dei terreni coltivabili. Di conseguenza, con lo “Schema di pianificazione territoriale nazionale (2016-2030)” è stato proposto di costruire 1,2 miliardi di mu (197 milioni di acri) di terreni agricoli di alta qualità entro il 2030.

Lo scorso marzo, inoltre, il premier uscente Li Keqiang ha consegnato un rapporto di lavoro del governo alla sessione annuale del Congresso nazionale del popolo, il parlamento cinese, spiegando che, garantendo la superficie coltivata, il Paese aumenterebbe la sua capacità di produzione di grano di 50 milioni di tonnellate. Per arrivarci, molte delle nuove foreste dovranno essere bonificate e trasformate in terreni agricoli.

E pensare che già negli anni ’90 lo studioso Lester Brown aveva pubblicato un articolo sulla rivista World Watch intitolato “Chi nutrirà la Cina?”, nel quale esprimeva preoccupazione per la scarsità di cibo oltre la Muraglia. In tutta risposta, Pechino si era attivata nel tentativo di aumentare il proprio tasso di autosufficienza alimentare. Solo che, reagendo in modo eccessivo all’avvertimento di Brown, la Repubblica Popolare aveva aumentato la produzione agricola più del necessario, ritrovandosi a fare i conti con un eccesso di offerta. Fu allora che il governo cinese si spostò verso una nuova politica di restituzione dei terreni agricoli alla foresta.

Adesso serve l’esatto opposto. Anche perché, nonostante il governo cinese insista sul fatto che il tasso di autosufficienza alimentare nazionale sia abbastanza elevato, i cinesi guadagnano stipendi più alti rispetto al passato, le loro diete si stanno occidentalizzando e le importazioni di carne stanno aumentando vertiginosamente.

In un quadro simile, Xi ha più volte parlato di preparazione al combattimento. Gli analisti si chiedono tuttavia se la Cina sia davvero pronta al combattimento, qualora le tensioni su Taiwan o con gli Usa dovessero sfociare in una guerra. In quel caso, il Dragone sarebbe in grado di assicurarsi abbastanza cibo per affrontare una lunga guerra? Ecco perché per il governo cinese è fondamentale smarcarsi dalle dipendenze straniere. Soprattutto dai Paesi rivali come gli Stati Uniti.

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