La Francia si risveglia improvvisamente e prende consapevolezza del pericolo islamista interno al Paese, o almeno così sembra dalle recenti dichiarazioni del presidente Macron che ha addirittura utilizzato il termine “separatismo islamista” per riferirsi ad alcune zone della Francia dove gli islamici punterebbero all’autonomia, mettendo di fatto in discussione leggi e regole della “laïcité“.

Macron è stato più che eloquente durante un intervento in Alsazia: “Il nostro nemico è il separatismo. Il separatismo islamista è incompatibile con la libertà e l’ uguaglianza, è incompatibile con l’ indivisibilità della Repubblica e la necessaria unità della nazione”.

Il Presidente francese ha poi puntato il dito contro insegnanti di lingue straniere e imam, invitati dall’estero, senza alcun controllo da parte dello Stato e possibili fautori di messaggi contrari alla convivenza civile, religiosa e ai principi sui quali si fonda la Francia, ribadendo poi che nel Paese “non c’è spazio per l’islam politico”. Un messaggio chiaro per quelle branche islamiste che utilizzano la politica per cercare di infiltrare il sistema e promuovere usi e costumi estranei e incompatibili con il contesto socio-culturale francese.

L’allarme nelle periferie

Lo scorso gennaio Le Journal du Dimanche aveva reso noto un documento riservato proveniente dall’Intelligence, e inviato dal Ministro dell’Interno transalpino, Cristophe Castaner, ai vari prefetti, con la richiesta di convocare al più presto i gruppi di valutazione dei vari dipartimenti per un allarme “islamista” nelle periferie. Il Dgsi, l’intelligence interna francese, ha mappato almeno 150 banlieue che sarebbero attualmente in mano all’islam radicale. Non sono coinvolte soltanto le principali città come Parigi, Lione, Marsiglia e Tolosa, ma anche quelle più piccole dove in precedenza non venivano segnalate derive radicali, un segnale chiaro che indica un fenomeno in espansione.

La situazione risulta talmente problematica che la Ratp, l’azienda dei trasporti pubblici, ha dovuto assumere tra i propri dipendenti numerosi autisti provenienti dalle banlieue, alcuni dei quali palesemente islamisti, in quanto sono molti i dipendenti che si rifiutano di guidare i mezzi in queste zone per paura di essere aggrediti, come già avvenuto in più occasioni, non solo a dipendenti ma anche ai passeggeri. Nel maggio del 2019 ad esempio, una donna di origine magrebina non era stata fatta salire su un bus da un autista islamista con tanto di barbone che l’aveva rimproverata perché portava una gonna troppo corta.

Molte di queste periferie sono diventate oramai zone dove lo Stato è pressoché assente, abitate in prevalenza da immigrati provenienti dal Nord-Africa e dall’Africa sud-sahariana, molti dei quali cittadini francesi da diverse generazioni, ma soltanto sulla carta. Sono aree dove la disoccupazione raggiunge livelli allarmanti, con un 40% generale e un 60% per quanto riguarda quella giovanile. Traffico e spaccio di stupefacenti, prostituzione, ricettazione, vandalismo, scontri tra bande, tutte attività che trovano terreno fertile nei giganteschi labirinti formati da palazzoni dove è facile nascondersi e “imboscare la merce”. Le forze dell’ordine cercano di entrare il meno possibile e, quando lo fanno, c’è sempre il rischio che scoppino rivolte come quelle del 2005 e del 2017.

In molti di questi posti le attività commerciali prevalenti sono macellerie halal, negozi di articoli islamici, bar dove si fuma il narghilè, dove non si vendono alcolici e dove le uniche musiche che si sentono sono le litanie coraniche . Zone dove le donne escono poco e, se lo fanno, devono coprirsi. Vietati contatti tra uomini e donne, al punto che le coppie non possono più tenersi per mano. Sono le banlieue dove si è oramai infiltrato l’islamismo radicale e dove i punti di riferimento sono oramai le moschee, sempre più numerose, non soltanto nelle grandi città, ma anche in quelle medio piccole.

Le moschee aumentano e l’islamismo si infiltra su più livelli

Facendo una ricerca sulle moschee presenti sul territorio di grandi, medie e piccole città francesi, emergono dati più che eloquenti, come ad esempio nel quartiere Reynerie di Tolosa, dove in un’area di circa 2 km quadrati sono presenti ben quattro luoghi di culto islamici. Nel quartiere parigino di Saint-Denis, ben noto per l’elevato tasso di radicalizzazione, sono segnalate almeno sette moschee ufficiali. Ne vengono poi indicate diciannove a Marsiglia, venti a Lione, dodici a Nizza. Impressionante poi la densità di luoghi di culto islamici emersi nell’area che comprende le città limitrofe di Lilla, Roubaix e Tourcoing, ben trenta. Una di queste, presso Rue d’Anzin,nella periferia di Turcoing, porta il nome di “Ibn Taymiyya”, teologo vissuto a cavallo tra l’undicesimo e il dodicesimo secolo D.C. e divenuto figura di riferimento degli estremisti islamici per il suo fanatismo e il suo richiamo al jihad. Edificio di un piano, in mattoncini rossi, con un semplice cartello all’esterno che si nota appena, passa pressochè inosservato in una zona non particolarmente vivace. Ci sono poi le otto moschee di Trappes, periferia a sud-ovest di Parigi con 32 mila abitanti e le sette di Avignone, “città dei Papi” sempre meno cristiana.

Il problema dell’espansione islamista tocca però anche le campagne, con villaggi abitati da soli musulmani e “guidati”, per modo di dire, da figure religiose, come nel caso di Mohammed Zakarya Chifa a Chateauneuf sur-Cher. Il fenomeno è di per sè abbastanza semplice: musulmani stufi di vivere nelle dense zone periferiche delle grandi città, si spostano in provincia e danno vita ad agglomerati abitativi che rischiano però di diventare delle vere e proprie enclaves salafite simili a quelle già presenti in Bosnia, con tutte le relative potenziali conseguenze.

Intanto l’islamismo radicale si muove su due fronti: quello sociale, attraverso l’assistenza a chi è economicamente in difficoltà, tramite la distribuzione di beni di prima necessità e quello politico, con ambienti legati alla Fratellanza Musulmana che moltiplicano i gruppi di pressione e liste elettorali con l’obiettivo di infiltrare il sistema politico tramite i suoi meccanismi democratici per poi imporre regole di stampo islamista. Nulla di nuovo, visto che la strategia dei Fratelli Musulmani è notoriamente quella dell’infiltrazione sociale, politica e mediatica.

Vi sono poi le scuole islamiche che operano illegalmente in territorio francese, come quella “primaria” del quartiere Mirail a Tolosa, con bambine che già a 9 anni venivano obbligate a portare il velo e con l’educazione civica che veniva messa da parte per far spazio all’insegnamento dell’Islam. Un tribunale francese ne ordinava l’immediata chiusura (dopo 3 anni di attività) e con il direttore e imam, Abdelfatah Rahhaoui, che veniva arrestato per apertura illegale di una scuola, insegnamento non conforme e maltrattamento su minori. Sorge però spontaneo chiedersi quante altre “scuole” del genere sono presenti oggi in territorio francese. Intanto l’islamismo d’oltralpe avanza, quello della separazione tra “halal” e “haram”, tra lecito e illecito, tra credenti e miscredenti. Quell’islamismo che vuol creare spazi “islamicamente puri” in paesi non islamici e che sfrutta il vuoto lasciato dallo Stato e quei meccanismi democratici che gli permette di infiltrarlo per poi corroderlo dall’interno.

Un problema serio che è divenuto argomento del professor Bernard Rougier, docente presso la Sorbonna, con il libro “Les territoires conquis de l’islamisme”, nel quale vengono presi in esame alcuni aspetti tra cui la capacità degli islamisti di infiltrare i quartieri delle classi operaie delle città francesi e belghe e le modalità comunicative per la divulgazione ideologica. Del resto è bene ricordare che dalla Francia sono partiti quasi 2 mila volontari per unirsi ai jihadisti dell’Isis e di al-Qaeda in Siria e Iraq.

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