La battaglia della Cina contro il nuovo coronavirus prosegue senza interruzione alcuna. Pechino, in risposta a un contagio sempre più massiccio – gli ultimi bollettini parlano di oltre 31mila contagiati, di cui 4.800 in gravi condizioni, e 636 morti – ha stretto le maglie della quarantena nella “zona rossa”, l’area da cui è partita la diffusione del 2019-n-Cov.

Wuhan, epicentro del disastro sanitario nazionale (anzi: quasi globale), prima dell’apocalisse era una megalopoli attiva, contava 11 milioni di abitanti ed era un hub logistico chiave nella mappatura dei trasporti cinesi. Già, perché il capoluogo della provincia dello Hubei era situato proprio in mezzo all’incrocio di due importantissime direttrici autostradali: sulla nord-sud, la “città infetta” è a metà strada della tratta che collega la capitale Pechino a Hong Kong, mentre sulla tratta est-ovest è in mezzo alla Shanghai-Chengdu.

Il centro della città è poi attraversato dal Fiume Azzurro, il più grande fiume dell’Asia che – nei disegni del Partito Comunista cinese – aveva il compito di collegare l’entroterra cinese alla ricca fascia costiera del Paese. Ma adesso che Wuhan è diventata un buco nero, ogni direttrice, ogni collegamento e ogni via di transito è sbarrata. E lo resterà per chissà quanto tempo.

Hubei “sacrificato” per il bene del Paese

È il sacrificio che la Cina ha scelto di pagare per contenere il coronavirus. Bloomberg ha usato un titolo forte ma chiaro per sottolineare cosa sta accadendo nell’ex Impero di Mezzo: “La Cina sacrifica una provincia per salvare il mondo dal coronavirus”.

Il pezzo in questione si riferisce ovviamente alla provincia dello Hubei, dove si è fin qui registrato circa il 97% dei decessi in seguito al contagio del 2019-n-Cov. Il blocco totale di una zona enorme, comprendente quasi 60 milioni di persone, è stata una misura drastica ma probabilmente necessaria. Possiamo discutere giorni se il governo cinese si sia mosso in tempo o meno, ma è indubbio che la scelta di Pechino – mettere in quarantena una provincia che si estende per 185.900 chilometri quadrati, più della metà dell’Italia – risulti radicale quanto emblematica della gravità della situazione.

Dall’inferno dello Hubei arrivano testimonianze scioccanti, scene di caos e disperazione. Ci sono ragazzi, febbricitanti, che cercano aiuto negli affollatissimi ospedali per i loro cari, ma che non sono abbastanza forti per restare in fila ore e ore. Ci sono persone anziane più volte respinte dai medici e poi morte da sole, in casa, senza l’aiuto di nessuno. E ci sono medici che, a causa dell’incessante lavoro, riescono a dormire poche ore a settimana.

È questo il costo umano della scelta cinese. L’instaurazione della quarantena più grande del mondo è stato l’ultimo tentativo per cercare di contenere la diffusione del virus nel resto del Paese e nel mondo. Missione quasi riuscita, ma a un prezzo enorme.

Il male minore

Lo Hubei, rinomato per le sue fabbriche automobilistiche e per vivacità del suo capoluogo, Wuhan, è letteralmente “fuori servizio” dallo scorso 23 gennaio. Mentre questa zona rossa affonda sempre di più negli inferi, il resto della Cina respira. I numeri parlano chiaro: il tasso di mortalità per pazienti infetti da coronavirus, qui, ammonta al 3,1%. Una cifra enorme se paragonata allo 0,16% misurato nel resto della nazione.

Yang Gonghuan, ex vicedirettore del China’s Center for Disease Control and Prevention, ha così spiegato quanto accaduto, riferendosi allo Hubei: “Se la provincia non fosse stata sigillata, alcune persone sarebbero andate in tutto il Paese per cercare assistenza medica e avrebbero trasformato l’intera nazione in un’area colpita dall’epidemia. La quarantena ha causato molte difficoltà a Hubei e Wuhan, ma è stata la cosa giusta da fare”.

Wuhan è una città di secondo livello, una dicitura, questa, utilizzata in Cina per indicare quei centri urbani relativamente sviluppati ma ancora al di sotto delle principali metropoli del Paese, come Shanghai, Pechino e Guangzhou (soprattutto per quanto concerne le risorse economiche). “È come combattere una guerra – ha aggiunto il signor Yang – Alcune cose sono difficili ma devono essere fatte”. Resta da capire se l’enorme sacrificio cinese basterà per frenare il contagio del virus 2019-n-Cov.

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