Una delle più grandi paure dell’Eliseo è divenuta realtà a cavallo tra il pomeriggio del 27 giugno e la notte del 28: il grande risveglio delle banlieue. Risveglio che, nell’arco di sei giorni e di cinque notti, ha causato più danni delle tre settimane di anarchia del 2005.

Fattore scatenante della rabbia degli abitanti dei quartieri dormitorio è stato l’ennesimo caso di brutalità poliziesca, l’assassinio di un banlieusard a un posto di blocco – il secondo in due settimane –, che, complice l’età della vittima – 17 anni –, ha avuto un impatto considerevole sui sentimenti, e dunque sulla reazione, della collettività.

La rabbia covata nelle banlieue era tanta. La Francia non s’era mai ripresa dai tumulti del 2005, una lacerazione sociale che l’aveva intrappolata in uno stato di perenne nervosismo interetnico, né era stato fatto nulla per migliorare le condizioni di vita all’interno di questi ghetti moderni. Una nuova rivolta era inevitabile.

Il vaso delle banlieue aveva continuato a riempirsi d’acqua negli anni immediatamente successivi al 2005 e i segnali di cedimento, in vistoso aumento dal 2015, erano stati in larga parte ignorati e/o ridimensionati. Fino a quando, il 27 giugno di quest’anno, una goccia chiamata Nahel l’ha fatto traboccare.

Emmanuel Macron ha condannato il casus belli della rivolta, ovvero l’omicidio a sangue freddo del 17enne da parte di un poliziotto, ma è stato altrettanto duro nei confronti dei genitori dei riottosi, dei videogiochi e dei social media. Accuse, queste ultime, che hanno un fondo di verità: TikTok, SnapChat e Telegram hanno amplificato l’eco del grido di rabbia e alimentato la spinta all’emulazione, col risultato complessivo di dar luogo a un effetto moltiplicatore in patria e oltreconfine.

Le rivolte ai tempi dei social

Social media e social network, le agorà virtuali del villaggio globale, sono le nuove piazze, i nuovi oratori, dei luoghi di ritrovo, ricreazione e socializzazione in cui tutto è possibile, anche organizzare una rivolta. E non è una novità: è dai tempi delle Primavere arabe, coordinate su Twitter e viralizzate da YouTube, che i social sono per le cittadinanze un canale di sfogo digitale e un mezzo con cui traslocare la rabbia dalla rete alla realtà.

L’avvento dei social ha cambiato profondamente attitudine e comportamento delle collettività difronte a fatti, misfatti e soprusi di autorità statali e forze dell’ordine. Perché se un omicidio o un suicidio nell’ombra possono essere condannati a restare soltanto dei numeri, crimini filmati e diffusi in rete, garanzia di viralità, possono diventare dei detonatori. È accaduto negli Stati Uniti nel 2020. Si è ripetuto in Francia nel 2023. Succederà altrove in futuro.

Nella Francia scossa dal caso Nahel Merzouk, come negli Stati Uniti travolti dall’omicidio di George Floyd, i nuovi social hanno giocato un ruolo fondamentale nella trasformazione di proteste locali e circoscritte in disordini estesi a macchia di leopardo all’intero territorio nazionale. Perché la messaggistica istantanea, sveltendo i tempi di comunicazione tra gli utenti e di pubblicazione dei contenuti, ha avuto un impatto rivoluzionario sullo stesso concetto di viralità, divenuta immediatezza, influenzando la velocità di diffusione della rabbia e i conseguenti effetti carrozzone.

La prima rivolta della generazione TikTok

I disordini interetnici scoppiati a seguito dell’assassinio di Merzouk verranno ricordati come il primo caso di insurrezione alimentata da TikTok. Perché se Telegram e WhatsApp sono stati utilizzati dai riottosi per organizzare assalti, spaccate e incendi, TikTok e SnapChat sono stati impiegati per pubblicare contenuti in grado di indurre negli spettatori voglia di emulazione.

L’Eliseo ha sbagliato ad addossare le responsabilità dei disordini a social e videogiochi, perché l’unica causa delle violenze è il fallimento dell’esperimento banlieue, iniziato sotto la stella dell’assimilazionismo e terminato in segregazionismo, ma è innegabile che il fascino esercitato dai video condivisi su TikTok in Francia abbia alimentato una distruttiva voglia di emulazione in patria e oltreconfine, in particolare nelle periferie multietniche dell’Europa francofona.

Un’analisi delle fonti aperte, in questo caso i contenuti di tendenza su TikTok e SnapChat, è sufficiente per avere un’idea delle dimensioni del fenomeno: le dirette di tafferugli e saccheggi, i meme che esaltano i riottosi e i video di assalti pirotecnici ai commissariati intasano le bacheche di ogni utente, che abbia base in Francia oppure no, e, sospinti dall’algoritmo, riescono a ottenere anche un milione di visualizzazioni a poche ore dalla pubblicazione.

La scarsa responsività dei gestori dei social è finita nel mirino dell’Eliseo, che chiede un irrigidimento delle politiche di moderazione e un aiuto nel tracciamento di coloro che hanno filmato la propria adesione ai disordini, ed è stata un’irripetibile occasione di pubblicità internazionale per le organizzazioni del narco-banditismo, che non hanno perso tempo a filmare le azioni dei loro impavidi membri, quando intenti ad attaccare questure con fuochi pirotecnici e quando a distruggere edifici e mezzi pubblici con l’ausilio di bazooka e mortai. Pubblicità, questo è sicuro, che permetterà ai clan che dettano legge nelle banlieue di aumentare i tassi di reclutamento e di ricevere più rispetto dalle grandi mafie transnazionali.

I numeri della rivolta

I disordini interrazziali seguiti alla morte di Merzouk hanno superato rapidamente, per intensità ed estensione delle violenze, la famigerata tre settimane di anarchia del 2005. Le ragioni sono principalmente due: i social, determinanti nel persuadere le masse ad aderire ai moti, e la demografia, ovvero l’aumento esponenziale della popolazione delle banlieue, in particolare dei beur – termine gergale con cui si identificano i francesi di origine magrebina.

Effetto moltiplicatore dei social e molenbeekizzazione delle periferie francesi – 1.500 banlieue in più di 700 città, contenenti il 7-8% della popolazione totale –, sullo sfondo dell’aumento del nervosismo interetnico, sono le ragioni dell’inaudita esplosione di violenza che ha investito la Francia. Una rivolta che, cifre alla mano, è destinata a incidere significativamente sulla traiettoria delle relazioni sociali nella Francia multietnica di domani:

  • 4500+ veicoli incendiati;
  • 3100+ persone arrestate, un terzo delle quali di età inferiore ai diciotto anni;
  • 830+ edifici assaltati, danneggiati e/o distrutti, dei quali oltre cinquanta commissariati;
  • 550+ feriti tra polizia e gendarmeria
  • un morto;