Il ritorno di Squid Game, la serie che demolisce il capitalismo globale

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Il conto alla rovescia è finito: Netflix sta per rilasciare la seconda stagione di Squid Game. Non una serie televisiva qualunque ma quella che ha infranto ogni record. Quella, per esempio, che risulta ancora oggi la più vista sulla piattaforma statunitense (più di 265 milioni di volte per un totale di 2,2 miliardi di ore guardate), che ha generato un valore di impatto per la “grande N” di 900 milioni di dollari, e che, last but not least, ha fatto conoscere il lato oscuro della Corea del Sud al pubblico mondiale.

Squid Game (uscita ufficiale della stagione numero 2: il 26 dicembre) si svolge a Seoul. Racconta la storia di Seong Gi Hun, un uomo divorziato e sommerso dai debiti, che, insieme ad altre 455 persone – anche loro tutte finanziariamente rovinate – viene invitato a prender parte ad una competizione estrema.

Le regole? Semplicissime. I partecipanti devono superare prove che consistono in giochi per bambini, come il tiro alla fune e il classico un due tre stella. Sono però giochi mortali, perché chi vince avanza nella gara mentre chi perde muore. La posta in palio, per i vincitori finali, ammonta a 45,6 miliardi di won (circa 33 milioni di euro), ai quali si aggiungono poco meno di 80mila euro per ogni concorrente morto durante il percorso.

Lo specchio della Corea del Sud

Ma per quale motivo il “Gioco del calamaro” – la traduzione del titolo è questa, e prende il nome di un noto gioco coreano per bambini – si è trasformato in un successo globale senza precedenti?

Innanzitutto perché Squid Game è una serie che coinvolge la Corea del Sud, e come la maggior parte dei prodotti d’intrattenimento made in Korea è un contenuto che riesce a catturare l’attenzione dei consumatori mondiali. Tutto merito del soft power di Seoul, dell’affinata capacità del Paese di puntare sulla cultura 2.0, che non comprende più soltanto vecchi templi e vasi antichi, ma sempre più band musicali, serie televisive, film e romanzi.

C’è poi da considerare il senso di Squid Game: una satira brutale dell‘altrettanto brutale società sudcoreana, nonché della disuguaglianza di ricchezza prodotta dal capitalismo sfrenato. Negli episodi della serie si respira l’atmosfera asfissiante di Seoul: la capitale specchio di un Paese che ha visto la sua economia crescere, ma che ha pure assistito al conseguente disgregamento dei suoi valori.

Basti pensare che alla fine della Guerra di Corea, nel 1953, la Corea del Sud aveva un pil equivalente a una delle nazioni più povere dell’Africa, salvo poi essere consacrata, nel 2020, dall’Ocse come decima potenza mondiale per pil.

Questo balzo in avanti quasi senza precedenti è statoguidato dai cosiddetti chaebol, i grandi conglomerati che rispondono al nome di Samsung, Lg, Hyundai, Lotte. Sono gli stessi che hanno arricchito milioni e milioni di persone, ma che ne hanno perse per strada alcune: le più povere, le sconfitte dalla globalizzazione. Persone cresciute in numero e nel silenzio generale, anno dopo anno, a causa di un welfare nazionale sempre meno efficace, dell’aumento dei prezzi frutto della speculazione finanziaria e di crisi economiche più o meno gravi.

L’ombra della diseguaglianza economica

Mentre divorate gli episodi di Squid Game 2, potreste chiedervi che cosa sta succedendo in Corea del Sud. Al netto del vuoto di potere creatosi a Seoul in seguito al terremoto politico scatenato da Yoon Suk Yeol, il presidente messo in stato di accusa e dal futuro pressoché segnato, non si può ignorare la situazione economica del Paese.

In Sud Corea, infatti, la crescita del debito ha ampiamente superato quella del pil nominale. Il motivo? I tiepidi guadagni salariali, combinati con l’aumento del costo della vita, hanno costretto i sudcoreani ad indebitarsi. E con le prospettive economiche in calo e i tassi di interesse ridotti a un minimo storico durante la pandemia, c’è chi ha contratto ancora più debiti per acquistare asset – che spaziano dagli immobili alle azioni alle criptovalute – scommettendo che la speculazione fosse l’unica soluzione per avere successo.

I risultati sono tragici. I più giovani hanno iniziato a rinunciare alla ricerca di una casa, di una carriera, di un partner, dei figli. Molti hanno scelto persino di togliersi la vita, contribuendo a far schizzare alle stelle il tasso di suicidio nazionale che è il più alto nell’Ocse (ogni 100mila persone di età compresa tra i nove e i 24 anni, il tasso di suicidio è pari a 10,8).

Ebbene, Squid Game è un pericoloso campanello d’allarme che trasmette in mondo visione il prezzo da pagare per rispettare le regole del capitalismo: debito crescente tra la popolazione, enormi diseguaglianze sociali e quel fastidioso senso di non riuscire più ad andare avanti.