L’ultimo Dpcm annunciato dal premier Giuseppe Conte ha sottolineato, per l’ennesima volta, l’assenza di una strategia organica seguita dal governo giallorosso nella lotta contro il coronavirus. In realtà una strategia c’è ed è molto rischiosa: l’esecutivo sta prendendo tempo in attesa del vaccino. Ma prender tempo mettendo sul tavolo provvedimenti restrittivi a dir poco illogici, come il paragonare, di fatto, le grandi città alle piccole realtà comunali, non fa altro che generare incertezza tra i cittadini, oltre che non risolvere il problema Covid alla radice.
Senza guardare troppo lontano, in giro per l’Europa c’è chi ha applicato piani precisi dall’inizio alla fine, senza farsi prendere dalla smania di inseguire i consensi facili. Sia chiaro: alcuni di questi piani hanno fallito, altri si sono rivelati più efficaci. Tuttavia il punto sul quale soffermarci è un altro: il modus operandi italiano, spacciato per “modello da imitare“, ha rivelato solo limiti e incertezze. E lo ha fatto in maniera molto più marcata rispetto alle strategie adottate dagli altri governi europei, per lo meno rimaste coerenti dall’inizio alla fine.
La situazione è stata fotografata alla perfezione da Luca Ricolfi, docente di Analisi dei dati dell’Università di Torino, nel corso di una lunga intervista a Italia Oggi: “Che strategia intravedo? La solita: tergiversare sfogliando la margherita del riapriamo e chiudiamo, con il solo scopo di massimizzare il consenso. O meglio: minimizzare lo scontento”.
Un piano rischioso
L’impressione è che i prossimi passi, da qui all’avvento del vaccino, siano stati programmati con la sola intenzione di affidarsi al potere salvifico del siero. Detto altrimenti, la speranza è che il medicinale funzioni, arrivi in quantità adeguata e, soprattutto, sia accettato dalla maggior parte dei cittadini. Già, perché accanto a tutti i vari interrogativi tecnici e logistici bisogna considerare anche la risposta della popolazione. Dal momento che la vaccinazione non sarà obbligatoria – così, al momento, è stato riferito -, diverse persone potrebbero non vaccinarsi subito, mentre altre potrebbero proprio non vaccinarsi.
Questo rovinerebbe completamente i piani dell’esecutivo, fiducioso di ottenere un’immunità di gregge attraverso siringa e farmaco. Per raggiungerla è necessario che almeno 40 milioni di italiani scelgano di percorrere la strada del vaccino. Il Consiglio Superiore di Sanità spererebbe di vaccinare almeno il 70% della popolazione. Impresa ardua? Difficile dirlo. Sappiamo però da un sondaggio Ipsos che oltre la metà degli italiani è ancora scettica. Ed è proprio per questo che una strategia del genere, come quella sposata dal governo giallorosso, rischia di essere zoppa in partenza.
Tutto sul vaccino
Il ministro della Salute, Roberto Speranza, è stato chiaro. L’Italia punterà su oltre 200 milioni di dosi di vaccino a partire dal primo trimestre del 2021. I contratti in essere, ad oggi, sono i seguenti: AstraZeneca destinerà al nostro Paese 40,38 milioni di dosi; Johnson & Johnson 26,92 milioni; Sanofi 40,38; Pfizer/Biontech 26,92; Curevac 30,285; Moderna 10,768. Il vaccino Pfizer potrebbe arrivare tra il 23 e il 26 gennaio ma stiamo ancora parlando di ipotesi probabili ma non ufficiali.
La campagna di vaccinazione dovrebbe partire dal prossimo mese, ma gli stessi rappresentanti italiani hanno usato una pessima comunicazione. Prendiamo il già citato ministro Speranza, che di fronte alle Camere dichiarò quanto segue: “Non vi è ancora evidenza scientifica sui tempi esatti di durata dell’immunità prodotta dai vaccini”. Per quanto riguarda proprio l’immunità, le evidenze scientifiche scarseggiano, visto che il vaccino è stato progettato per combattere un virus nuovo.
Nonostante le solite frasi di rito sul mantenere alta l’attenzione, Conte pensava che con l’arrivo del siero anti Covid fosse possibile tirare un sospiro di sollievo. Non sarà quasi sicuramente così visto che, quando il vaccino sarà pronto, il governo italiano dovrà farsi trovare in prima linea per garantire un corretto e rapido processo di vaccinazione.